Erlend Loe – Naif.Super

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Crisi di identità. In queste tre parole si riassume la condizione in cui si trova il protagonista 25enne di questo illuminante, quanto piccolo, romanzo.

Questo ragazzo norvegese improvvisamente (e davvero improvvisamente anche per noi, dato che subito nella prima pagina leggiamo: «La mia vita è stata strana ultimamente. È arrivata a un punto in cui ho perso interesse per tutto») deraglia dai binari di un’esistenza che potremmo definire, non senza una leggera presunzione, normale.

Il ragazzo è vittima delle sue sensazioni, le percepisce nel momento in cui queste si creano, le sente sfogarsi, e non capisce. Con una lucidità da manuale psichiatrico riconosce gli eventi scatenanti come non particolarmente significativi e se ne meraviglia, fornendoci dimostrazioni di lampi di prese di coscienza tipici del passaggio dall’età infantile a quella adolescenziale.

Durante questa crisi infatti le età psichiche si confondono continuamente all’interno del protagonista, e il sostrato prettamente infantile viene a tratti perforato da osservazioni acute, sagge, allo stesso modo folli quanto sorprendentemente raziocinanti.

Così durante una partita a croquet con il fratello (scena che possiede, senza però farne menzione, tutto un groviglio di riflessioni familiari avvertite con senso di impotenza, di competizione e inadeguatezza, con tutta la frustrazione che solo una psiche infantile o molto fragile potrebbe sentire) il protagonista percepisce la crisi nel momento stesso della sua genesi.

E qui lo stile sorregge maestosamente la vicenda.
Naïf non è solo il titolo. Naïf è tutto.
Ma non solo lo stile è naïf, persino la struttura lo è, l’intera composizione narrativa che ci fa immergere nella deriva psichica in cui è sprofondato il protagonista. Protagonista che peraltro non ha un nome, ma domina la vicenda con una prima persona totalizzante che richiama alla mente la freudiana megalomania infantile.

Il naïf diviene pertanto un espediente letterario: una chiave di conoscenza soprattutto in quei momenti in cui il protagonista riflette su se stesso e sulla sua crisi in atto.
E gradualmente il protagonista sembra ritrovare una pace perduta attuando tutta una serie di procedimenti ai limiti della mania: lo vediamo far rimbalzare ossessivamente un pallone contro un muro e martellare compulsivamente su dei chiodi di un banco da falegname giocattolo.

Ma lo vediamo anche imparare ad aprirsi e a trovare vie comunicative con molti personaggi. In merito a questo è da aggiungere però che le conversazioni possiedono una sorta di potenziale giustificazione che ne attenua decisamente la pregnanza. Prendiamo ad esempio lo scambio di fax con l’amico Kim: sono conversazioni all’apparenza folli, senza una direzione logica costante, giustificate per quanto riguarda Kim dal fatto che egli vive da solo su un’isola.

La giustificazione più evidente è però quella del rapporto con Børre che è infatti un bambino dell’asilo.

Questo procedimento, che serve in parte a trovare una comoda via di fuga al fatto che il protagonista sia sostanzialmente un matto ma nessuno sembra accorgersene, ben si amalgama con la decisione di utilizzare la prima persona di cui parlavamo poc’anzi: avendo sempre il punto di vista del protagonista, non sappiamo realmente quali sono le reazioni delle persone con cui ha a che fare. Potrebbe mentire o comunque fornire un punto di vista distorto e quindi falsato.

La crisi sembra subire una drastica riduzione durante il viaggio a New York dal fratello, che indoviniamo essere molto preoccupato e cercare a tutti i costi di offrire un aiuto.

Emblematica l’ultima pagina, in cui veniamo colpiti dalla chiusura totale di uno scambio con il professor Paul Davies, di cui il protagonista ha letto un libro rimanendo profondamente segnato dalla teoria della relatività con il conseguente disgregarsi del concetto di tempo. Qui i segnali di compromesso comunicativo tra il mondo del protagonista e il mondo esterno vengono bruscamente troncati da una non risposta.

Le interpretazioni su ciò possono essere molte ed è probabile che sia volontariamente lasciato al lettore il compito di affrontare la mancanza di una risposta su cui il protagonista sperava così tanto.

Erlend Loe, nato a Trondheim nel 1969 è uno scrittore, sceneggiatore, giornalista e traduttore norvegese. Rivendica l’aspetto ludico della scrittura anche quanto utilizza toni più cupi e satirici per analizzare la moderna società norvegese. Naif.Super, tradotto in 15 lingue in tutto il mondo, è senza dubbio la sua opera più famosa.

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