Stig Dagerman – Autunno tedesco

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“Viaggio tra le rovine del Reich millenario”, questo il sottotitolo dell’opera di Dagerman, una testimonianza diretta sulla Germania postbellica.

Questo breve volume  può sicuramente essere definito come un’opera giornalistica; è comunque un tipo di giornalismo a cui non siamo abituati, un giornalismo che è Letteratura.

E ciò è tanto più significativo se pensiamo che qui viene denunciata proprio l’ipocrisia dei professionisti del giornalismo, voce della ‘democrazia’, il cui démos è però pulito, nutrito e benestante.

In questi appunti accumulati in due mesi di viaggi all’interno della Germania, Dagerman dimostra una capacità intelligentissima di guardare e raccontare con feroce onestà intellettuale e coraggiosa libertà di pensiero.

Non si tratta di un resoconto simile ai tanti del periodo: tramite i suoi racconti di ingiustizia sociale e di divisioni amare, il giovane autore trasmette tutta la disillusione dei rivoluzionari antinazisti, che speravano con il ’45 di avere davvero conquistato una giustizia tedesca.

Non è affatto simile alle cronache degli inviati delle testate dei paesi occupanti, Dagerman non cerca conferme vendicative di odio né giustifica l’ingiustificabile: egli guarda con occhi penetranti, saggi e limpidamente anarchici con una partecipazione che diviene paradossalmente lucido distacco, con una razionalità fatta di sincerità e compassione. Il suo è un anarchismo di mente e di spirito, questa la capacità, la virtù, più evidente di Dagerman.

Questo è forse ciò che rende Autunno tedesco un libro meraviglioso. L’anarchia è sinonimo perfetto di umanità.

Probabilmente dobbiamo anche tenere in considerazione l’inevitabile ingenuità di occhi svedesi che osservano un dopoguerra, e questo filtro amalgamato all’acutezza e intelligenza di una mente come quella di Stig Dagerman, che si spoglia fiera e prepotente davanti al lettore, rende questo libro un capolavoro.

I singoli personaggi, le singole vicende, si delineano poeticamente su uno sfondo di miseria, di freddo e di assenza totale di speranza.

Assistiamo ai processi entrando davvero nei ‘tribunali per la denazificazione’, inutili, pilotati, enormi “mulini di carta” che si occupano di casi insignificanti manipolandoli, mentre i veri nazisti trovano il modo di fuggire e stabilirsi nell’agio dei paesi “Alleati”.

La Spruchkammer in cui si svolge il processo, definito un interessante performance teatrale di grande interesse documentario, ma completamente inutile ai fini di una denazificazione, si rivela il campo d’onore di americani intenti a preparare le uscite di sicurezza dalla Germania ai funzionari del partito nazista, e il palcoscenico di ebrei che per duecento marchi testimoniano la falsità delle accuse mosse nei confronti di chi fino al giorno prima era il loro stesso aguzzino.

Di questo calibro sono i processi testimoniati da Dagerman. In Deutschland ist nix mehr los, in Germania non si può più stare, come se si fosse riusciti a creare una situazione persino più odiosa della fase hitleriana.

Chi scrive è abituata a citare un passo, anche breve, dell’opera recensita, per poter cedere la voce all’opera stessa attraverso parole che siano belle, certo, ma soprattutto che siano rappresentative.

Bene, io credo che ci si trovi davanti ad una straordinaria letteratura nel momento in cui ci sembra che per mostrare un passo particolarmente bello e rappresentativo si debba necessariamente citare tutta l’opera. Tutta, intera, perfetta e compiuta.

Quasi senza soddisfazione, quindi, propongo queste parole, per darvi una seppur vaga idea del suono che ha la voce di Stig Dagerman: “Si sentono voci dire che era meglio prima, ma le si isola dal contesto nel quale si trova chi ha parlato e le si ascolta allo stesso modo in cui si ascolta una voce nell’etere. Questa la si chiama obiettività […].

Si analizza, ma è in realtà un ricatto analizzare l’atteggiamento politico dell’affamato senza contemporaneamente analizzare la fame”.

Il bellissimo saggio finale di Fulvio Ferrari, L’arte di arrivare troppo tardi il più in fretta possibile, completa quest’opera maestosa, tuttavia percepibilmente composta senza il minimo intento di maestosità.

Stig Dagerman nasce nel 1923 in un piccolo paesino svedese non lontano da Uppsala e appena tredicenne si avvicina all’attività politica libertaria, che lascia una traccia vivida nella sua letteratura. Nel 1945, a soli 22 anni, raggiunge un discreto successo grazie al suo primo romanzo, Ormen (“Il serpente”).

Autunno tedesco, raccolta dell’insieme dei reportage scritti in Germania nel 1946, vede la luce nel 1947, e consacra Stig Dagerman nel panorama della grande letteratura.

Si suicida con il gas di scarico della sua automobile, a soli 31 anni.