Jo Nesbø – Il pettirosso

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Come sempre quando si sfogliano le pagine, si annusa la carta, si dà un’occhiata alla quarta di copertina di un giallo nordico, ci si chiede che cosa abbia di diverso dagli altri. E dal momento che ormai il thriller scandinavo è un fenomeno di costume, c’è sempre la paura di rimanere delusi e di scoprire che oltre alla moda, c’è ben poca sostanza.
Decisamente non è questo il caso.

In una Oslo tenebrosa, appannata da rigurgiti neonazisti, ingenua nel sottovalutare un clima pericoloso, vengono rinvenuti dei cadaveri e trovate tracce di un traffico di armi che lascia pensare che qualcosa di grosso sta per essere messo in atto.

Il compito di indagare su ciò è affidato a Harry Hole, un poliziotto dai tratti assolutamente antieroici: depresso, alcolizzato, incapace di normali rapporti umani, seppure con le debite e rilevantissime eccezioni.

A ciò si aggiungono stralci di passato, scene di guerra e vita militare, sezioni descritte con un linguaggio simile all’Hemingway di Addio alle Armi.

Nesbø rivela un’innata delicatezza e una profonda capacità di penetrare nell’animo di ogni personaggio, e ci fa subito partecipi di una volontaria rinuncia ad un semplice manicheismo purtroppo solitamente frequente, soprattutto in questo periodo, sull’argomento “Seconda Guerra mondiale”.

Anche la scelta, oltretutto già vista mille volte e proprio nei polizieschi nordeuropei, di un protagonista atipico, spesso con difficoltà relazionali e/o problemi di alcolismo, è comunque portata avanti senza insistenza, senza tratti stucchevoli o esagerati, in un modo molto sapiente, e pagina dopo pagina ci lasciamo catturare da questo ombroso personaggio. Inoltre Harry è delicato anche nel suo modo burbero e impacciato, e le sue goffe, strane, a volte ai limiti del patologico, manifestazioni di affetto, ci fanno tenerezza.

I cinematograficissimi flashback degli anni ’40 racchiudono a volte scene di pura poesia, come la scena dei cristalli di un lampadario che vibrano a causa degli spostamenti d’aria delle bombe, e che con il loro tintinnio fungono da romantica orchestra per due innamorati, che presi da loro stessi non sentono fuori la guerra che imperversa. E se la sentono, non le danno nessuna importanza.

Quando leggiamo queste analessi sembra davvero di immaginarne i personaggi in seppia, che parlano con le voci un po’ nasali dei film d’epoca, tanto il cambiamento cronologico è descritto magistralmente.

A ciò si accompagnano le riflessioni sulla società di oggi, senza pedanteria o con quel tono saccente che potrebbe avere chi ci sta obbligando ad aprire gli occhi sul nostro mondo, ma così, con naturalezza. Concetti come ‘tradimento’, ‘giustizia’, ‘libertà’, sono visti volta per volta con occhi diversi. Non si ha paura di affrontare verità inaccettabili, quelle del nazionalsocialismo, di viverle e sentirle sulla pelle assumendo per una volta il punto di vista dei volontari andati a combattere per sostenere Hitler, ed in questo sta la forza del libro: si cerca di capire che cosa ha portato ad un certo sentire per poterlo sconfiggere, per capire che il male non è lontano, né nel tempo, né nello spazio, ma va capito il suo concepimento, la sua gestazione, e il suo diabolico parto.

Jo Nesbø è un autore curioso: nasce a Oslo nel 1960 e si laurea in economia aziendale, ma è anche la voce e il compositore della rockband norvegese Di Derre. Ha scritto libri per bambini, ha lavorato come giornalista freelance, e in passato è stato anche un bravo calciatore. Ma tutto ciò non lo ha distolto dallo scrivere un giallo tecnicamente perfetto, tanto che Il Pettirosso ha vinto nel 2000 il Bokhandlerprisen (premio letterario presieduto dall’associazione dei librai norvegesi), e nel 2004 è stato scelto dai circoli letterari norvegesi come miglior giallo norvegese di tutti i tempi.

Una nota dolente: la traduzione. Purtroppo la lettura appassionante di questo romanzo viene completamente rovinata da una frase come: “Pensa che possa c’entrare con il fatto…?”.

Come mi disse una volta una mia professoressa: per tradurre libri bisogna conoscere bene la lingua originale, e perfettamente la propria.

Mi dispiace molto che ciò non si sia verificato in questa occasione, perché errori grammaticali così gravi e palesi, da cui l’autore è ovviamente sollevato, rovinano la lettura e infastidiscono non poco.

Comunque le riflessioni che più colpiscono, vengono fatte nel libro in passaggi appena accennati, in situazioni non di snodo del romanzo, ma in conversazioni occasionali e superficiali, e ci colpisce soprattutto una frase, peraltro detta da un ex volontario nazista a proposito dei grandi festeggiamenti per il giorno nazionale: “Troppo caos. Troppe bandiere. Non è affatto strano che Hitler sentisse una certa affinità con i norvegesi, l’animo del nostro popolo è energicamente nazionalista. Ma non siamo disposti ad ammetterlo”.

E sono queste piccole tracce, questi lampi fulminei e fuggevoli, che ci aprono gli occhi sulla moderna socialdemocrazia.