Flemming Jensen – Il blues del rapinatore

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Il blues del rapinatore è decisamente un giallo fuori dal comune: Max, il protagonista, uccide il primo ministro danese. In pochissime pagine conosciamo assassino e vittima e ciò basta a rovesciare la nostra idea di giallo classico.

Sostanzialmente la trama procede con l’assassino che deve creare a sua volta un giallo, trovando un falso ma credibile colpevole per l’omicidio, e a questo punto compare nella storia Signe, una giovane scout molto curiosa, la cui entrata in scena fa sì che l’obiettivo dell’assassino divenga poi quello di spiegare l’omicidio alla ragazza in modo convincente, per evitare che questa vada alla polizia.

Inizialmente la storia funziona, e rimaniamo colpiti dall’armonizzazione della trama in una tecnica narrativa pulitissima, e per di più esplicita: il narratore narra sapendo di narrare, taglia e cuce la sua storia informandoci degli interventi che sta per compiere volta per volta.
Questo narratore, che si presenta subito come amico di Max, è ben consapevole del suo ruolo di mediazione tra fabula e intreccio, e sembra conoscere addirittura le teorie strutturaliste di Génette, quando lo troviamo ad esercitare tutte le funzioni individuate dal narratologo francese: il narratore infatti, in un metadiscorso, ci spiega come organizzerà il racconto (funzione regìa), attira esplicitamente l’attenzione del lettore sia con appelli diretti al lettore, sia ‘chiacchierando’ con lui senza aggiungere informazioni pertinenti (funzione conativa e fatica), descrive i suoi stati d’animo nei confronti della storia (funzione testimoniale), anticipa in ogni capitolo ciò di cui parlerà, e poi anche come ne parlerà (funzioni metadiegetica e metanarrativa) e orienta l’atteggiamento del lettore nell’elaborare mentalmente il suo racconto, invitandolo a condividere un determinato giudizio (funzione interpretativa).
Se queste funzioni sono ovviamente presenti in ogni opera narrativa, qui le troviamo dosate con precisione maniacale, come se Jensen si fosse posto l’obiettivo di inserirle tutte in uguale proporzione.
Comunque, per darci un’idea di come l’autore sia consapevole di essere un autore basti pensare che le tre sezioni del libro sono intitolate: “Prologo”, “Descrizione dei personaggi” e “Climax”, e prima del prologo troviamo addirittura una microsezione intitolata “Identità del narratore”. Queste sono tutte dichiarazioni esplicite di metanarrativa che avvengono continuamente, in modo quasi brutale, e che contengono oltretutto una altrettanto esplicita ammissione dell’interferenza esegetica nello sviluppo degli avvenimenti, dovuta al secondo grado della narrazione: il narratore sa che il modo in cui presenterà i fatti risente necessariamente del suo giudizio, e mette in guardia il lettore, non c’è nessuna pretesa di oggettività.
C’è inoltre una chiara percezione dell’appartenenza ad un genere letterario, si dice apertamente di essere dentro un ‘giallo’: gli attributi tradizionalmente extra-testuali, come appunto l’appartenenza ad un genere, entrano qui nel testo, e addirittura il narratore non ci comunica solo una consapevolezza di ‘storia’, ma proprio di ‘libro’, nella sua materialità, si parla di pagine ‘sfogliate’ dal lettore.
Un esempio può essere un passo apparentemente banale, che al suo interno contiene comunque ben più di un dato interessante: «Fin lì tutto bene… ma, Dio mi fulmini, l’idiota non aveva deciso di venire proprio quella settimana?! Sì, uso l’espressione di Max, perché la cosa l’aveva proprio irritato». Qui si usa l’indiretto libero e si dà per assunto che il lettore lo riconosca subito come tale, che si ponga il problema sull’autore del pensiero, che formuli una sua ipotesi che poi il narratore conferma, avvertendoci che sì, avevamo pensato bene: tutti questi piccoli particolari ci dimostrano subito un virtuosismo della tecnica narrativa, e rappresentano poi l’unico aspetto davvero positivo del romanzo. Il narratore vuole giocare con il lettore e sa perfettamente come farlo.
Ci sono perfino correzioni e ripensamenti, dimostrazioni di attenzione anche allo stile.

Il libro può essere ricondotto al grande genere dell’Humor noir, che ha precedenti letterari preclari.
Questo genere letterario, che Swift portò a livelli eccelsi con il suo A modest proposal, è caratterizzato da un modo di narrare totalmente ironico, in cui si assume un punto di vista palesemente non accettato (né accettabile) per smascherare le incongruenze di ciò che è invece socialmente accettato, creando, per dirla freudianamente con Francesco Orlando, una ‘formazione di compromesso’ tra l’immedesimazione (che ci viene dall’assumere il punto di vista dato) e la non-immedesimazione (che ci fa scontrare proprio con il punto di vista assunto, contrario a ciò a cui siamo normalmente abituati a pensare).
Nella grande letteratura (o nella grande satira, che ha lo stesso meccanismo interno) questo gioco di fuga continua tra accettato e non accettato ci mette continuamente di fronte ai nostri pensieri, scomponendoli e ricomponendoli: è un’ottica distorta, uno spostamento ironico continuo che, con la risata, meccanismo freudianamente aggressivo, smaschera ipocrisie sociali, rappresentando quindi una critica tagliente.

Nella grande letteratura, ho detto.
Non in quella di Flemming Jensen.
La sua formazione di compromesso non ci apre gli occhi sulla società, e non manifesta neanche un divertissement fine a se stesso, libero e giocoso, che Stefano Brugnolo individua ad esempio nei film di Quentin Tarantino. Jensen è ben al di sotto di tutto ciò.

La reductio ad absurdum di meccanismi sociali brutali ma accettati supinamente dai più è un gioco serio e soprattutto assume un senso pregnante quando, in filigrana, si alluda alla possibilità di una realtà diversa e migliore.
E Jensen non padroneggia questo gioco, anzi ne rimane invischiato. Manca, a mio parere, del lievito morale del vero satirico e rischia di consegnarci una visione solo reazionaria dello status quo, insoddisfacente, è vero, ma come insoddisfacenti sarebbero tutte le eventuali alternative. Il gioco allora è truccato, diventa solo un grande bluff letterario: sotto la maschera della critica emerge tutto il qualunquismo del messaggio. Se questo male sociale può al limite essere sostituito da un male diverso, allora tanto vale tenerci quel che abbiamo, sembra essere il pensiero di fondo.
Ecco che nell’ottica descritta si inseriscono anche scivolate nel razzismo verso gli islamici (che negli ultimi tempi sembrano andare molto di moda).
Non manca neanche la retorica del povero eroe di guerra, che veicola senza particolare originalità o approfondimento il concetto che le guerre sono brutte, sporche e cattive. Ma, diciamoci la verità, per questo ci voleva davvero Jensen?
Oltretutto, per impietosire ancora di più, dentro questa retorica militare viene incastrato, veramente a forza, il particolare disgustosamente pleonastico del matrimonio: il povero soldato partito in guerra stava per sposarsi, e si dice a chiare lettere che voleva offrire un futuro migliore alla sua futura famiglia (andando in guerra?). Questo è forse il tuffo più maldestro in un mare di trash, se a dirci questo è poi una ragazza di una ventina d’anni.
Paradossalmente, poi, gli stessi meccanismi che si denunciano, come il non guardare in faccia a niente e a nessuno, l’arrivismo, l’inganno come mezzo di autoaffermazione, sono ciò che è suggerito come metro di comportamento, e in questo sta il grande bluff: non è un’ottica distorta che ci fa capire che il punto di vista socialmente accettato è inaccettabile (citavamo a questo proposito Swift), è un’ottica distorta in cui ciò che si condanna è ciò che tutti fanno e che si farà sempre, diciamo il massimo del conservatorismo.

Il lettore inizialmente è spinto ad un sorriso aggressivo contro il potere, e poi invece in un sorriso che si immedesima in una sorta di potere alternativo altrettanto crudele.
Insomma, il romanzo è davvero il contrario di un giallo classico per molti motivi: conosciamo tutto subito, la trama è misera, lo sfondo sociale non è descritto e, quando lo è, è descritto in modo approssimativo, eppure il vero lato positivo nel libro è proprio la materia prima, la maestria della narrazione, ben cosciente di essere tale.
E ciò è ancora più significativo considerato che Flemming Jensen (nato nel 1948 in una piccola cittadina della regione dello Sjælland, in Danimarca, ma vissuto a lungo anche in Groenlandia) è essenzialmente un attore teatrale, che ha lavorato anche nella televisione danese in programmi comici e di satira, e quindi, se avessimo dovuto prevedere uno sbilanciamento, ci saremmo magari aspettati una critica più diretta e mirata e magari meno bravura tecnica.

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