Leggere è fondamentale: intervista a David Grossman

0
244

Pubblichiamo con piacere l’intervista rilasciata dallo scrittore israeliano David Grossman, un uomo di dialogo e di pace, che non ha mai smarrito la propria identità, in occasione della rassegna letteraria “Libri in Movimento” di Brescia il 25 febbraio 2019. Dialoga con l’autore Cristina Muccioli.

  1. Le opere prese in considerazione nel corso della serata sono tre romanzi che hanno riscosso successo e che sono divenuti tra i titoli più celebri dello scrittore; si tratta di Qualcuno con cui correre (2000), A un cerbiatto somiglia il mio amore (2008) e Applausi a scena vuota (2014). In tutti e tre i libri ciò che colpisce è il comune dinamismo che traspare dalle pagine: all’interno delle storie raccontate, sia la trama, sia i protagonisti esprimono una forte sensazione di movimento, data dall’impossibilità di rimanere fermi in una posizione fissa. Riflettendo su tale condizione il pensiero rimanda alla storia di Israele, che rappresenta un caso unico al mondo per cui, in mancanza di un territorio stabile da poter chiamare “casa”, la sua popolazione si trova in costante movimento, alla ricerca della propria Patria. Si tratta di un concetto interessante proprio perché differisce dalla comune concezione degli altri Stati del mondo, che solitamente fondano il proprio essere sulla stabilità in un luogo preciso.

In tutti i miei libri i protagonisti ben esprimono questo estremo dinamismo, una condizione che viene percepita dal lettore per mezzo di una pari forma di dinamicità, contenuta nel linguaggio e nelle parole che ho scelto di utilizzare nel racconto. Alle spalle, infatti, c’è una cura maniacale nella scelta dei termini da usare nelle descrizioni, ciascuno dei quali contiene intrinsecamente particolari nuance in grado di trasmettere un preciso significato. Ciò è espressione della potenza della parola e del linguaggio, ovvero gli strumenti per antonomasia dello scrittore. Tale discorso sul dinamismo si collega poi, per l’appunto, alla condizione di vita del popolo israeliano: da sempre si racconta del suo status di eterno viaggiatore. Una popolazione sempre alla ricerca della propria casa, del proprio posto nel mondo e di un luogo dove potersi stanziare definitivamente. Questo intimo desiderio, dettato da un errare necessario, da secoli è custodito nel cuore della gente di Israele, nonostante non si sia ancora pienamente realizzato. Auspico che finalmente questo sogno e, allo stesso tempo, bisogno fisiologico degli ebrei di trovare la propria terra si realizzi al più presto. Io stesso aspiro a essere una “casa” per la mia famiglia, i miei amici e il mio popolo, affinché possano trovare in me protezione e rappresentanza.

  1. Riprendendo il discorso sull’importanza del linguaggio utilizzato dagli scrittori, si parlava delle differenti nuance che ogni termine contiene ed è in grado di esprimere a seconda del contesto in cui le parole sono inserite. Conseguentemente, è necessario riflettere sulla difficoltà e sul fascino della traduzione, ovvero un passaggio fondamentale che le opere letterarie pubblicate internazionalmente si trovano ad affrontare. Qual è il rapporto di David Grossman con tale “arte”?

A mio parere la traduzione è “magica”: si tratta di qualcosa che io stesso fatico ad apprendere appieno. Scrivo in ebraico e, nel momento in cui decido di utilizzare particolari termini, lo faccio tenendo presente i riferimenti intrinseci che tali parole contengono, in primis facilmente riconducibili alla cultura del mio popolo. Inserisco per esempio riferimenti ai testi biblici o a volumi sacri ebraici, affinché il lettore possa comprendere senza fatica ciò di cui sto trattando all’interno dell’opera. Ogni termine, infatti, scatena nella mente di chi legge una serie di associazioni a ricordi e memorie passati, che concorrono ad approfondire il rapporto tra il lettore e il testo che sta leggendo. Nel momento in cui l’opera originale viene tradotta in altre lingue, questo processo creativo si ripete ancora una volta: quando il nuovo lettore incontrerà termini appartenenti a una cultura o un tema specifici, verranno a crearsi nuove associazioni di idee.
Un’interessante domanda che sorge spontanea è il destino dell’opera originale, una volta sottoposta a traduzione: cosa resta e cosa viene invece perso, lost in translation? Si tratta di un rischio cui ogni testo va incontro nel momento in cui viene tradotto. Un “antidoto” a ciò è la speranza che la trama sia abbastanza forte e significativa da poter “sopravvivere” alla traduzione; in caso contrario, si auspica che quest’ultima possa quantomeno arricchire l’opera originale.
Traendo spunto dalla mia esperienza personale, prima di far tradurre i miei ultimi due romanzi ho voluto riunire quindici traduttori di diversa provenienza, permettendo loro di incontrarsi per un ritrovo di “addetti ai lavori” dell’ambito linguistico. Tali figure professionali hanno avuto illimitato accesso a una biblioteca contenente più di ventiquattromila volumi, tra dizionari e opere letterarie scritti in differenti idiomi e appartenenti a diversi generi narrativi, avendo così l’opportunità di entrare in contatto con testi di immenso valore appartenenti al passato e al presente. Io stesso ho preso visione di questi inestimabili volumi, tra i quali ricordo in particolare un interessante dizionario francese dei profumi, risalente a circa due secoli fa. Per concludere il racconto di questo mio personale aneddoto, ricordo il momento in cui, riuniti in una tavola rotonda, i traduttori presenti ed io abbiamo iniziato a confrontarci sulla scelta di particolari termini da me utilizzati in ebraico e le possibili traduzioni suggerite nelle varie lingue. È stato in quel momento che ho avuto conferma delle infinite sfumature che una parola racchiude in sé, quando le figure professionali hanno riflettuto sul senso più o meno profondo scaturito dalle simili ma intrinsecamente differenti espressioni linguistiche discusse. Si è trattato di un’esperienza spirituale unica, quasi mistica, in un mondo dove purtroppo di questa spiritualità è rimasto ben poco.

  1. Inerente al discorso del linguaggio e della rilevanza della traduzione, mi piacerebbe riflettere sul modo di comunicare, spesso poco chiaro, del personaggio di Suor Teodora, una suora greca, tra i protagonisti del romanzo Qualcuno con cui correre (2000). Nonostante la difficoltà che Asaf, il ragazzino protagonista della storia, incontra nel comprendere le parole della monaca, in parte per l’utilizzo da parte di quest’ultima di termini appartenenti alla sua lingua d’origine, i due riescono a intrattenere un dialogo. Ciò avviene poiché, nonostante gli ostacoli linguistici presenti, Suor Teodora e Asaf sono in grado di parlare attraverso i sentimenti e le emozioni.

Il motivo per cui i due protagonisti riescono a dialogare e capirsi a vicenda è perché amano la stessa ragazza. Si trovano per questo sulla stessa lunghezza d’onda. Nonostante la densità del linguaggio e i problemi relativi a un dialogo poco chiaro, i due riescono a trovare un compromesso comunicativo attraverso il quale raggiungere una comprensione generale minima per capire quello che viene affermato dalla controparte. Questo tacito patto di reciproca comprensione è, secondo me, la più grande motivazione che spinge uno scrittore a scrivere. Cercare di arrivare a carpire ogni sfumatura del linguaggio, anche la più piccola, è necessario se si vuole offrire al lettore un’efficace comprensione della scrittura e dei dialoghi presenti nel testo. Tutto questo affinché i fruitori delle opere si rendano conto della profondità del linguaggio stesso.
Per uno scrittore è poi particolarmente bello e gratificante riuscire a esprimere e dare un nome a un’emozione che prima era “muta” e apparteneva esclusivamente a se stesso. Negli anni Sessanta, per esempio, non esisteva nel vocabolario israeliano il termine “frustrazione”; ciò non era dovuto al fatto che il popolo di Israele fosse sempre felice, anzi, aveva proprio in quegli anni vissuto momenti difficili a livello sociale e politico; l’assenza di tale termine derivava bensì dal fatto che non esisteva un efficace corrispondente linguistico. La parola che indica la sensazione di frustrazione è stata coniata solo in seguito da linguisti e accademici, al fine di conferire agli ebrei la possibilità di esprimere questo sentimento attraverso un termine preciso. Nella loro attività di scrittura, gli autori agiscono in modo preciso per comunicare un messaggio a un mondo molto denso, come quello odierno, interpretato e filtrato dai mass media in maniera massificata e, spesso e volentieri, grossolana. La società è spinta a parlare attraverso cliché e slogan vuoti, che inevitabilmente conducono a una pericolosa minimizzazione delle capacità comunicative dell’umanità.

  1. Rimarcando l’importanza dei termini utilizzati dall’autore si nota come la parola “amore” sia la meno usata all’interno dei romanzi esaminati. Tuttavia il sentimento in sé è alquanto presente nelle trame delle opere come, per esempio, in Qualcuno con cui correre (2000), in cui l’amore è rappresentato dal forte legame che unisce i due fratelli protagonisti. L’attenzione mostrata per l’analisi del loro rapporto fraterno denota un interesse verso la categoria degli adolescenti, qui descritti come esseri umani in grado di sperare e di credere nell’impossibile: caratteristiche, queste ultime, purtroppo oggi difficilmente riscontrabili nella mentalità degli adulti.

L’infanzia e l’adolescenza sono due fasi della vita fondamentali per ogni essere umano, al cui interno sono racchiusi forza e cambiamento. Soprattutto nel periodo dell’adolescenza, i giovani vanno incontro a numerosi e radicali cambiamenti dal punto di vista fisico e mentale, attraverso i quali si incamminano lungo un percorso di conoscenza di sé decisamente più profondo. La scoperta del vero io e della propria natura, anche sessuale, sono tappe fondamentali, che spesso comportano confusione e paura nei giovani individui. Questi timori sono poi, nella maggior parte dei casi, avallati ancora una volta dai mass media, attraverso i quali vengono dettati i comportamenti, la forma mentis e l’aspetto esteriore che gli adolescenti devono assumere per rientrare nella categoria giovanile. Descritti spesso come persone amareggiate e violente, i giovani non sono più in grado di esprimere le proprie emozioni liberamente.
Ancor più preoccupante è la tendenza della società odierna nel bloccare la vena creativa dei giovani, poiché ritenuta non abbastanza cool da essere coltivata, esplorata e, infine, espressa. Naturalmente, vista la vastità e la rilevanza dell’argomento, mi piacerebbe molto approfondire il discorso in questo senso, conducendo ulteriori riflessioni circa la fase di vita adolescenziale, tuttavia preferisco concentrarmi su un mondo altrettanto interessante quale quello degli adulti. In particolare mi incuriosisce studiare il microcosmo famigliare che si viene a creare nelle società: è in famiglia, infatti, che nasce il dramma. Questa affermazione è da intendersi come l’interesse verso quella dimensione di vita in cui nascono e si dipanano le dinamiche sociali e comunicative più rilevanti e degne di analisi critiche.

  1. Un’espressione che sembra ben legarsi alle trame e ai temi trattati nei tre romanzi è “La vita è corta ma molto densa”. In particolare, però, l’affermazione sembra sposarsi con il racconto delle vicissitudini del comico cabarettista protagonista di Applausi a scena vuota (2014).

Il protagonista del romanzo è un comico alla fine della sua carriera, con problemi di salute. La storia racconta di un’esibizione che cambierà per sempre il suo pensiero e la sua prospettiva di vita, portandolo a riflettere sulla sua intera esistenza. Il lettore si trova di fronte a uno dei suoi tanti spettacoli di cabaret, come al solito intrisi della volgarità che è divenuta negli anni il suo stile. All’inizio dell’esibizione tutto procede come di consueto, tra giochi, battute e tentativi di coinvolgimento del pubblico, fino a quando, all’improvviso, una signora affetta da nanismo rivolge uno sguardo stupefatto al comico. L’uomo, nonostante la folla presente, rimane catturato dalla donna, accorgendosi che non è l’unica componente del pubblico a non trovare il suo repertorio divertente: è chiaramente avvenuta una rottura del patto comunicativo tra il cabarettista e la platea accorsa. Il comico, altrettanto sbalordito, chiede alla donna se non gradisce le sue battute e lei risponde negativamente, sottolineando la malvagità in esse contenuta. È tuttavia la successiva affermazione che spiazza l’artista: la donna lo conosceva quando era più giovane, poiché originaria della stessa città, e gli ricorda come in passato fosse una brava persona. L’uomo rimane sbalordito e, per la prima volta, si sente nudo davanti al pubblico; decide così di abbandonare la volgarità che lo contraddistingueva per raccontare, sempre in modo scherzoso, personali aneddoti di vita. Si tratta per lui di un’esperienza catartica, attraverso l’esposizione di una storia estremamente personale ma fino a quel momento sconosciuta persino a se stesso. Ciò si rivela un grande privilegio, poiché in quanti possono affermare di vivere la propria vita nella maniera più autentica, e non un’esistenza parallela filtrata da condizionamenti esterni?
Gli esseri umani, soggetti sofisticati e intelligenti, sanno come fingere prendendo ispirazione dalle aspettative di chi sta intorno e dai dettami dello spirito del tempo in cui viviamo. Agendo però in questa maniera, ci dimentichiamo di chi siamo realmente, uccidendo il nostro vero io. Nella vita non tutti hanno il privilegio di ritrovare la propria identità, ma hanno la possibilità di leggere, poiché la letteratura e la cultura si possono rivelare d’aiuto in questo senso. Facendo un esempio concreto, si può affermare che Israele, da più di cinquant’anni, vive una vita parallela, non quella che avrebbe potuto e dovuto avere, e di conseguenza, come il vero io del popolo ebreo, va a indebolirsi sempre più.

  1. Nel romanzo si legge che da piccolo il comico protagonista di Applausi a scena vuota (2014) camminava sulle mani come tecnica di difesa per non essere picchiato. Si tratta di un’efficace metafora sulla necessità di osservare il mondo da un’altra prospettiva.

Il significato di camminare sulle mani può essere effettivamente ricondotto alla trovata di guardare il mondo esterno da un differente punto di vista. In questo caso l’artista, fin da piccolo, stando sottosopra decide di utilizzare la dimensione ludica per aprire la sua mente e il suo modo di riflettere sul mondo e sulla società. Ancora una volta, camminare sulle mani indica la volontà di giocare all’interno delle definizione rigide che ci vengono imposte dalla società stessa e dall’opinione pubblica. Anch’io sono terrorizzato in prima persona dalle definizioni troppo rigide, poiché i concetti più importanti non sono mai racchiusi nei dettami ufficiali veicolati dalla cultura mainstream. Bisogna riflettere e porre attenzione al peso delle singole parole, poiché a ogni termine corrisponde un preciso significato; è compito dell’artista, dell’autore scavare nelle profondità del linguaggio per trovare le varie sfumature che si vengono a creare.

  1. Ciò che emerge dunque è come le definizioni rigide la spaventino, poiché sono un insulto alla complessità del reale. Devo farle i complimenti per la capacità introspettiva di mettersi nei panni dell’altro, come ben si evince dalla lettura dei suoi romanzi.

Grazie per il complimento. Per quanto riguarda la capacità di mettersi nei panni dell’altro, ritengo che osservando i volti delle persone si possano riscontrare in ogni uomo tratti femminili e in ogni donna tratti maschili. Quando ero giovane mi divertivo a scrutare i volti degli adulti cercando di ritrovare i visi dei bambini che erano stati. Ora il discorso si è spostato sulla prospettiva del genere e sull’assenza dello stesso negli individui. All’interno di ognuno di noi è insita una duplice natura delle cose, tuttavia il riconoscimento di tale dato di fatto non avviene perché l’individuo tende a sopprimere una delle due parti. I soggetti devono smettere di agire in questo senso e finalmente accettare tutte le possibili sfumature che possono riscontrare in sé. Io, per esempio, sono israeliano, ma se fossi nato pochi metri più in là sarei venuto al mondo in territorio palestinese. Ciò mi fa riflettere, poiché in un certo senso sono allo stesso tempo israeliano e palestinese: per comprendere meglio il mio vicino non posso fare altro che mettermi nei suoi panni, e per farlo devo conoscerlo in quanto individuo, e devo conoscere la sua storia. Ogni storia merita di essere raccontata per potersi comprendere a vicenda in maniera completa ed esaustiva. Non bisogna ragionare a compartimenti stagni, ma aprire la mente e approfondire le nostre conoscenze circa diversi temi e argomenti; soprattutto è necessario comprendere e capire le persone.

  1. Mettersi nei panni del nemico, raccontare la sua storia per capirlo meglio e comprendere diversi punti di vista è una scelta davvero coraggiosa e controcorrente. Di solito sono affermazioni che rimangono sulla carta, mentre oggi per la prima volta le sento pronunciare da un autore.

Grazie, ma altri prima di me hanno esternato affermazioni simili alle mie, mettendo in pratica ciò che hanno enunciato circa l’importanza di prestare attenzione all’altro. Sicuramente uno tra questi è stato il grande scrittore e saggista Amos Oz, purtroppo recentemente scomparso. Lo conoscevo personalmente e sono fiero della nostra amicizia e dell’autore che era. Anche lui non si è mai tirato indietro nel percorso di conoscenza di chi ci sta intorno, prestando attenzione alle storie altrui e rimanendo con una mentalità aperta, sempre pronta ad accettare prospettive, pareri e punti di vista che differivano dal proprio.

  1. Una parola-chiave sembra quindi essere “conoscenza”, la necessità di sapere e informarsi su differenti tematiche. Ciò che emerge dai romanzi è la pari importanza rivestita dalla condizione opposta, la non-conoscenza dei fatti, come espresso in A un cerbiatto assomiglia il mio amore (2008), quando viene raccontato della permanenza dei protagonisti in ospedale, completamente ignari e all’oscuro degli accadimenti del mondo esterno.

Quando il protagonista della mia opera non sa, non conosce, decide di crearsi da sé delle presunzioni, dando libero sfogo alla sua fantasia e alla sua creatività, poiché la condizione in cui si trova, la non conoscenza dei fatti, lo induce a trovare un modo di ovviare al problema. La mancanza di informazioni circa qualcosa o qualcuno diventa così per lui un grande stimolo. Ovviamente, accanto al desiderio e al bisogno di sapere c’è sempre una paura latente di venire a conoscenza di qualcosa di cui era meglio rimanere all’oscuro. Si tratta di una curiosità presente in ogni essere umano, riscontrabile anche nella vita di tutti i giorni, determinata dalla necessità quasi fisiologica di avere sempre notizie riguardanti il mondo in cui si vive.
È un processo talvolta lungo quello della conoscenza, un percorso che mi riguarda da vicino nel momento in cui inizio a scrivere un romanzo e non so ancora di preciso su cosa verterà la mia scrittura. La scoperta della tematica principale avviene in corso d’opera, in modo da non precludermi nessuna possibile idea. Ogni libro è perciò scritto in maniera diversa e in modo differente concorre al mio arricchimento personale, il che ritengo essere una condizione fondamentale per chi fa un lavoro come il mio. Un’opera letteraria educa il lettore, ma ancor prima il suo autore: tutte le mie opere ricoprono per me una tale importanza, che non saprei proprio come sopravvivere senza di esse. E questa è la più grande soddisfazione.

  1. Dopo aver parlato del piacere della scrittura come una sorta di risarcimento per l’autore, sarebbe interessante ora capire come uno scrittore si rapporta al piacere della lettura.

Personalmente amo molto leggere sia testi appartenenti alla letteratura israeliana, sia opere narrative straniere. Mi piace anche leggere i lavori degli scrittori emergenti. Leggere è fondamentale, perché ci arricchisce e ci fa scudo dall’ignoranza e dalla volgarità che stanno dilagando nel mondo al giorno d’oggi. Ritornando per un attimo al piacere della lettura, è per me motivo di gioia che i miei romanzi vengano tradotti in altre lingue; concludo il mio intervento raccontando un aneddoto personale: un conoscente mi raccontava che qualche tempo fa la figlia e il fidanzato in vacanza in Slovacchia hanno appreso di un animale domestico chiamato con lo stesso nome di un personaggio descritto nei miei libri. Devo ammettere che ho provato un pizzico di orgoglio sapendo che hanno dato il nome a un cagnolino in onore di una mia opera.

Trascrizione e traduzione a cura di Lucia Pedrazzini

 

SHARE
Articolo precedenteJosé Saramago
Articolo successivoClaudia Farnedi – Odore di parole
Cristina Muccioli
Cristina Muccioli è nata a Milano nel 1968. Laureata in Filosofia Teoretica, insegna Etica della Comunicazione all’Accademia di Brera, è critico d’arte anche in ambito internazionale. La sua ricerca è focalizzata sugli intrecci tra arte e scienza, antropologia e filosofia. Tra le sue pubblicazioni: “La bellezza possibile”, per la raccolta “Un veleno che cura” (Carocci, 2011), “Le emozioni. Un lieto evento”, per “Il cervello irriverente” (Laterza, 2009 e 2017) e “L’estetica del vero. Le idee e le immagini della verità nella storia dell’arte” (Prospero, 2018). Collabora con la rivista Zona Letteraria (Prospero Editore).

Lascia un commento

Scrivi un commento
Per favore inserisci qui il tuo nome

inserisci CAPTCHA *