Barbara Baynton – Il vaso d’elezione

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Posò il bastone e il bambino sull’erba mentre slegava la corda che impastoiava il vitello. Li separava la lunghezza della corda. La mucca era vicina al vitello e tutti e due erano accovacciati. Il foraggio lungo il torrente era abbondante, e ogni giorno lei trovava un posto nuovo dove impastoiarlo, perché doveva impastoiarlo, altrimenti, se non lo faceva, il vitello si sarebbe allontanato con la mucca nella pianura. Aveva parecchio tempo per starci dietro, però c’era il suo bambino; e se la mucca le si rivoltava contro e se ne andava per la pianura, e lei, con il bambino? Era una ragazza venuta dalla città e aveva paura della mucca, ma non voleva che la mucca lo sapesse. All’inizio si metteva a correre quando la mucca muggiva protestando perché il suo vitello veniva rinchiuso nel recinto. Questo soddisfaceva la mucca, e anche il vitello, ma il marito della donna si arrabbiava e la chiamava – il termine era ‘cagna ringhiosa’. Era lui che la costringeva a correre e ad andare incontro alla mucca che avanzava, brandendo un bastone e pronunciando parole minacciose finché il nemico si girava e correva via. «Così si fa!» diceva l’uomo, ridendo del suo volto pallido. Per molti aspetti lui era peggio della mucca, e lei si chiedeva se la stessa regola si sarebbe applicata all’uomo, ma lei non era il tipo da provocare schermaglie, neanche con la mucca.
Era presto per far andare ‘a letto’ il vitello – quasi un’ora più presto del solito; ma si era sentita così inquieta per tutto il giorno. In parte perché era lunedì, e la fine della settimana, che avrebbe portato a lei e al bambino la compagnia del padre, era così lontana. Lui era un tosatore e se n’era andato al suo capanno quella mattina, prima che facesse giorno. Li separavano quindici miglia in linea d’aria.
C’era un sentiero davanti alla casa, perché un tempo era stata una bettola e, di tanto in tanto, vi passavano davanti alcuni viaggiatori. Non aveva paura degli uomini a cavallo, ma i vagabondi che andavano verso la squallida, piccola cittadina ubriaca, distante un giorno di viaggio, o peggio che da lì tornavano, la terrorizzavano. Uno di questi era passato quel giorno da casa e le aveva chiesto qualcosa da mangiare.
Per questo aveva rinchiuso il vitello nel recinto così presto. Temeva più lo sguardo dei suoi occhi e lo scintillio dei suoi denti mentre osservava il bambino che, appena svegliato, le batteva i pugni impazienti sul seno coperto, che il coltello che teneva rinfoderato nella cintura attorno alla vita.
Gli aveva dato del pane e della carne. Suo marito, gli disse, era malato. Diceva sempre così quand’era sola e arrivava un vagabondo; e dalla cucina era andata in camera da letto e aveva fatto delle domande e aveva risposto con il miglior tono da voce maschile che riuscisse a imitare. Poi lui le aveva chiesto di entrare in cucina per far bollire il suo pentolino per il tè, ma lei invece gli aveva dato del tè e lui se lo era bevuto sulla pila del legname. Aveva continuato ad andare attorno alla casa, e in alcuni punti c’erano delle fessure, e dopo l’ultimo giro le aveva chiesto del tabacco. Lei non ne aveva da dargli e lui aveva sogghignato, perché c’era una pipa di creta rotta accanto alla pila di legna dove stava e, se ci fosse stato un uomo in casa, il tabacco avrebbe dovuto esserci. Poi le aveva chiesto del denaro, ma le donne, nel bush, non hanno mai denaro.
Alla fine se n’era andato e lei, osservandolo attraverso le fessure, lo vide quando, a circa un quarto di miglia di distanza, si girò a guardare verso la casa. Era rimasto così per alcuni istanti, fingendo di aggiustarsi il fagotto e poi, apparentemente soddisfatto, se n’era andato a sinistra, verso il torrente. Il torrente faceva un’ansa attorno alla casa, e quando lui arrivò alla curva lo perse di vista. Ore dopo, stando molto attenta ai segnali di fumo, vide il cane dell’uomo inseguire delle pecore che erano andate al torrente per bere e lo vide svignarsela all’improvviso, come se fosse stato chiamato da qualcuno.
Più di una volta pensò di prendere il bambino e andarsene dal marito. Ma in passato, quando aveva osato parlare dei pericoli cui la solitudine l’esponeva, lui l’aveva canzonata e derisa. «Aho, ma chi ti credi che sei?», le aveva detto. «A nessuno ci verrebbe la voglia di scappare con te».
Molto prima del crepuscolo sistemò del cibo sulla tavola della cucina e vi posò accanto la grande spilla che era appartenuta a sua madre. Era l’unica cosa di valore che possedeva. E lasciò la porta della cucina spalancata.
Le porte all’interno le chiuse saldamente. Accanto al paletto della porta sul retro conficcò l’acciaiolo e le forbici e accatastò il tavolo e gli sgabelli contro la porta. Sotto la serratura di quella sul davanti spinse a forza l’impugnatura della vanga, e la pala la spinse tra le fessure delle tavole del pavimento. Così il bastone di sostegno, tagliato per il lungo, reggeva la parte superiore, mentre la vanga reggeva quella mediana. Le finestre erano poco più che oblò; non aveva nulla da temere, attraverso quelle.
Mangiò qualche boccone di cibo e bevve una tazza di latte. Ma non accese il fuoco e, quando giunse la notte, non accese neanche la candela, ma si infilò furtivamente nel letto con il bambino.
Che cosa la svegliò? La cosa strana era che avesse dormito – non ne aveva avuto l’intenzione. Ma era giovane, molto giovane. Forse le contrazioni del tetto zincato – improbabile, però, perché era un rumore così consueto. Eppure qualcosa le aveva fatto battere il cuore furiosamente; ma rimase sdraiata immobile e si limitò a mettere un braccio sul bambino. Poi lo strinse con tutte e due le braccia e pregò: «Piccolino, piccolino, non ti svegliare».
I raggi della luna splendevano sulla facciata della casa e vide una delle fessure aperte, abbastanza vicina a dove lei giaceva, oscurarsi per un’ombra. Poi la raggiunse un ringhio di protesta; e poté immaginare di udire l’uomo che si voltava in fretta. Udì chiaramente il tonfo di qualcosa che colpiva le costole del cane, e le lunghe falcate dell’animale che fuggiva mentre ululava correndo. Guardando ancora, vide l’ombra oscurare ogni fessura lungo il muro. Sapeva dai suoni che l’uomo stava cercando di aprire ogni punto d’osservazione che potesse aiutarlo a guardare dentro; ma quanto lui vedesse lei non poteva dirlo. Pensò a molte cose che poteva fare per ingannarlo, dandogli l’idea di non essere sola. Ma il suono della sua voce avrebbe svegliato il bambino, e di questo aveva paura come se fosse l’unico pericolo che la minacciasse. E allora pregò: «Piccolino, non svegliarti, non piangere».
Furtivamente l’uomo strisciava attorno alla casa. Sapeva che si era tolto gli stivali, per via della vibrazione che i suoi piedi causavano mentre camminava lungo la veranda per valutare l’ampiezza della finestrella della sua camera e la resistenza della porta sul davanti.
Poi lui si diresse verso l’altra estremità e l’incertezza di quanto stava facendo le divenne insopportabile. S’era sentita più sicura, molto più sicura, mentre era vicino e lei poteva vedere e ascoltare. Sentiva di dovere guardare, ma la gran paura di svegliare il bambino l’assalì di nuovo. All’improvviso rammentò che una delle assi su quel lato della casa s’era ristretta in lunghezza e in larghezza e che una volta era caduta. Era tenuta al suo posto solo da una zeppa di legno al di sotto. E se lui l’avesse scoperto? L’incertezza aumentò il suo terrore. Pregò mentre si alzava delicatamente con il piccolo in braccio, tenuto stretto al seno.
Pensò al coltello e fece scudo con le mani e le braccia al corpo del neonato. Coprì persino i piedini con la sua veste bianca e il bambino non si lagnò mai – gli piaceva essere tenuto così. Senza far rumore si spostò fino all’altro lato e rimase ferma dove poteva vedere e sentire senza essere vista. Lui stava cercando di aprire ogni asse, ed era molto vicino a quello con la zeppa sotto. Poi vide che l’aveva trovata; e udì il suono del coltello mentre, a poco a poco, cominciava a tagliar via il supporto di legno.
Aspettò senza fare alcun movimento, con il bambino stretto a sé, anche se sapeva che da un minuto all’altro quell’uomo dagli occhi crudeli, la bocca lasciva e il coltello scintillante sarebbe entrato. Un lato dell’asse oscillò; doveva soltanto tagliar via la piccola estremità rimanente, quando l’asse, a meno che non la tenesse, sarebbe caduta all’esterno.
Sentiva il suo respiro ansante mentre teneva il ritmo con i tagli del coltello e lo strusciarsi dei suoi abiti, mentre sfregava il muro muovendosi, perché lei era così immobile e silenziosa che neanche tremava. Si accorse quando lui smise e si domandò perché, visto che era così ben nascosta; lui non poteva vederla e non si sarebbe spaventato se lo avesse fatto, però lo sentì allontanarsi guardingo. Forse aspettava che l’asse cadesse – i suoi motivi la disorientarono e si avvicinò ancora di più e piegò il corpo per ascoltare meglio. Ah! E che suono era quello? “Ascolta! Ascolta!”, comandò al suo cuore – al cuore che si era mantenuto così calmo, ma che adesso sussultava con battiti agitati che le ottundevano le orecchie. Sempre più vicini arrivavano i suoni, finché il gradito tonfo dello zoccolo di un cavallo risuonò distintamente.
«Oh Dio! Oh Dio! Oh Dio!», disse con voce rotta, perché erano molto vicini prima che potesse esserne sicura. Si precipitò alla porta e, con il bambino fra le braccia, tirò convulsamente i paletti e le sbarre.
Finalmente si slanciò fuori dalla casa e, correndo come una pazza, vide il cavaliere in distanza, lontano da lei. Lo chiamò nel nome di Cristo, nel nome del bambino, volando ancora come il vento con la velocità che dà il pericolo mortale. Ma la distanza fra di loro divenne sempre più grande e, quando raggiunse il torrente, le sue preghiere divennero grida selvagge, perché acquattato là c‘era l’uomo che temeva con le braccia allargate, che la presero quando cadde. Sapeva che lui le avrebbe offerto un accordo, se lei avesse smesso di lottare e di chiedere aiuto gridando, anche se lei gridava sempre più forte, ma fu solo quando la mano dell’uomo le afferrò la gola che il grido di «Assassinio» le uscì dalle labbra. E quando smise, i chiurli spaventati ripresero l’orribile suono e volarono via gemendo “Assassinio! Assassinio!” sulla testa dell’uomo a cavallo.

***

«Per Dio!» disse il cavaliere di frontiera, «dev’essere stato proprio un dingo! Otto uccisi quassù, e ce ne sono ancora giù nel torrente – una pecora e un agnello, ci scommetto; e l’agnello è vivo!». Con una mano escluse il cielo e osservò i corvi che giravano e rigiravano, ora avvicinandosi alla terra e ora sfrecciando verso il cielo. Da questo seppe che l’agnello doveva essere vivo; persino un dingo a volte risparmia un agnello.
Sì, l’agnello era vivo e, come fanno gli agnelli come lui, non riconobbe la madre quando arrivò la luce. Aveva succhiato i seni ancora caldi e posato la testolina sul suo petto, e dormito fino al mattino. Poi, quando guardò il volto gonfio e sfigurato, pianse e sarebbe strisciato via, se non fosse stato per la mano che ancora stringeva la sua vestina. Il sonno gli faceva oscillare la testa dorata e agitava il suo corpicino, e i corvi erano vicini, così vicini agli occhi spalancati della madre, quando il cavaliere di frontiera scese galoppando verso di lui.
«Gesù Cristo!», disse coprendosi gli occhi. In seguito raccontò come il bambino gli avesse teso le braccia e come fosse stato costretto a tagliarli la veste che la mano morta stringeva.

***

Era tempo d’elezioni e, come al solito, il prete aveva scelto un candidato. La sua scelta era così chiaramente legata agli interessi dell’allevatore di pecore che il buonsenso di Peter Hennessey, per una volta nella sua vita, aveva avuto il sopravvento sulla superstizione e aveva osato promettere il suo voto a un altro. Però si sentiva a disagio e, ogni volta che si svegliava di notte (e capitava spesso), udiva il mormorio della voce di sua madre. Arrivava attraverso la parete divisoria o da sotto la porta. Se veniva dalla parete divisoria, sapeva che stava pregando a letto; ma, quando i suoni arrivavano da sotto la porta, allora era inginocchiata davanti all’altarino nell’angolo, che custodiva la statua della Beata Vergine col Bambino.
«Maria, Madre di Cristo! Salva mio figlio! Salvalo!», pregava lei nella latteria mentre filtrava e sistemava il latte della mungitura serale. «Dolce Maria! Per amore di Cristo, salvalo!». La pena sul suo vecchio volto rendeva il pasto del mattino così amaro che, per evitarla, lui arrivava tardi a cena. Lo rendeva così vigliacco che non riuscì a salutarla e, quando scese la notte la vigilia del giorno dell’elezione, se ne andò via di nascosto a cavallo.
Aveva trenta miglia da cavalcare fino alla cittadina per registrare il suo voto. Faceva andare il cavallo vivacemente al piccolo galoppo lungo la grande distesa di pianura, dove non c’erano altro che bush di cotone striminzito per giocare alle ombre con la luna piena, che esaltava un cielo di inizio primavera. L’odore ammaccato del trifoglio in fiore salì fino a lui e lo splendore della notte affascinò vagamente la sua immaginazione, ma era preoccupato per il suo attuale gesto di ribellione.
Nitidamente vedeva lo strazio della madre quando avrebbe scoperto che se n’era andato. Persino in quel momento, ne era sicuro, lei stava pregando.
«Maria! Madre di Cristo!». Ripeté l’invocazione, quasi inconsapevolmente, quando all’improvviso, dal silenzio, giunse verso di lui il Nome di Cristo – invocato ad alta voce con accenti di disperazione.
«Per amore di Cristo! Amore di Cristo! Amore di Cristo!» invocava la voce. Da buon cattolico com’era stato, si fece la croce prima di osare guardarsi indietro. Scivolando lungo uno spettrale appezzamento di argilla bianca, vide una figura vestita di bianco con un bimbo stretto al seno.
Tutto il timore superstizioso della sua razza e religione gli fecero oscillare il cervello. Il chiaro di luna sull’argilla scintillante fu per lui una “luce celestiale” e fu certo che la bianca figura non fosse fatta di carne e sangue, ma fosse la Vergine col Bambino delle preghiere di sua madre. Allora, da buon cattolico quale ancora una volta era, diede colpi di sperone ai fianchi del cavallo e galoppò via come un matto.

Le preghiere della madre furono esaudite, perché Hennessey fu il primo a registrare il voto – per il candidato del prete. Poi andò a cercare il prete a casa, ma scoprì che era fuori a radunare quelli che votavano; tuttavia, sotto l’effetto della visione benedetta, Hennessey non volle avvicinarsi ai pub, ma vagabondò per ore alla periferia della città, tenendosi lontano dalla gente e facendo penitenza con il digiuno. Era tranquillo e lievemente estatico: si sentiva come un bambino pentito e rimproverato, che aspetta solo il bacio della pace.
Infine, mentre era al cimitero e si faceva la croce con riverente timore, udì nel crepuscolo che s’addensava il fragore di molte voci che gridavano il nome del vincitore delle elezioni. Era andata bene al prete.
Hennessey lo cercò nuovamente. Era a casa, gli disse la governante, e lo condusse nello studio fiocamente illuminato. La sua sedia era proprio di fronte a un grande quadro e, quando la governante accese la lampada, ancora una volta il volto della Madonna col Bambino guardò verso di lui, ma stavolta silenziosamente, quietamente. Le labbra appena dischiuse della Vergine sorridevano con tenerezza compassionevole, gli occhi sembravano risplendere con il perdono di una madre terrena per il figlio traviato, ma amato.
Cadde in ginocchio, in adorazione. Il sacerdote rimase a bocca aperta, perché, assieme all’adorazione: «Mio Signore e mio Dio!», c’era anche l’esaltazione: «E Tu hai scelto me?».
«Che succede, Peter?» disse il prete.
«Padre», rispose rispettosamente; e a lingua sciolta raccontò la storia della sua visione.
«Buon Dio!» gridò il prete. «E non ti sei fermato per salvarla! Non lo sai? Non hai sentito?».

Molte miglia più in basso, lungo il torrente, un uomo continuava a lanciare un vecchio berretto in una pozza d’acqua. Il cane lo tirava fuori e lo deponeva sul lato opposto a quello dell’uomo, ma non si lasciava prendere da lui, anche se era soltanto per lavargli via il sangue della pecora dalla bocca e dalla gola, perché la vista del sangue faceva tremare l’uomo. Ma anche il cane era colpevole.


Racconto tratto da : Barbara Baynton (1857-1929), Bush Stories (1902)


Traduzione di Eleonora Chiavetta

Eleonora Chiavetta è nata nel 1950 a Palermo, città dove vive. Ha pubblicato svariati saggi, monografie e curatele di volumi sulla letteratura inglese e in lingua inglese, con case editrici nazionali e straniere. Leggere, tradurre e scrivere sono le attività che fa con passione. Ha pubblicato racconti su varie riviste e ha curato, insieme a Silvana Fernandez, il volume di racconti “Storie d’aria, di terra, d’acqua e di fuoco” (Rubbettino 2007). Ha ricevuto nel 2019 il Premio Francesco Carbone per la sua attività di critica letteraria nel campo della letteratura delle donne. Nel 2020 ha pubblicato la raccolta di racconti “Dodici” (Calibano Editore).

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