Rita Marinelli – Diario di una zitella

0
1167

Trattato semiserio sulle zitelle e i traumi adolescenziali

Nella mia famiglia è un rito, una tappa irrinunciabile.
Puoi tentare in cento modi di scappare, cercare mille strategie per porre rimedio, ma non c’è possibilità di salvezza. Ti tocca passarci e far buon viso a cattivo gioco.
Quante povere fanciulle pre-adolescenti sono cadute nella trappola? Si vocifera che siano almeno una diecina, tra le persone che conosco; ma verificabili non più di quattro, le mie sorelle; ed è certo che ve ne sia caduta almeno una… la sottoscritta.
Tutto comincia in una assolata giornata primaverile, finestre spalancate, il profumo dei gerani in fiore che inonda la casa, la luce del sole che illumina le stanze, una sottile polvere che vola nell’aria e che si nota solo quando viene colpita dai raggi del sole, un grande specchio nella camera dei miei genitori, e io che attraverso la stanza. Mi volto verso lo specchio, come mille altre volte, e improvvisamente eccolo là: enorme, rosso, sul punto di esplodere!

Il terrore accende il mio sguardo, lo stupore lo spegne subito dopo: che è quello?!
Come un folletto delle fiabe mamma spunta alle mie spalle, mi osserva attraverso lo specchio, sorride sorniona. La guardo negli occhi. Lei sa che cosa accade, glielo leggo in faccia.
Con molta serenità d’animo, e con un sorriso che pare più una presa in giro, mi dice: «E’ un brufolo! Significa che stai diventando grande…».
A me sembra che quello, più che un brufolo, sia una sorella siamese che cerca di staccarsi da me, tanto è enorme.
Già mi vedo ricoperta di bitorzoli schifosi su tutta la faccia. Che ne sarà di me? Come faccio a uscire di casa con ‘sta cosa che ha deciso di far brutta mostra di sé sul mio mento? E, non ultimo tra i problemi: chi mi si piglia, ridotta così?
Affranta e un po’ disgustata, continuo a fissare disperatamente la mia immagine riflessa, nella vana speranza che il Coso svanisca. Poco a poco la stanza si riempie di altre donne, di altre facce che mi scrutano dallo specchio, facce che conosco e che mi guardano con dolcezza e inaspettata soddisfazione. Come se con gli occhi mi dicessero: “Vedi…? E’ toccato a me? Mo’ tocca a te!”. Che dolci, le mie sorelle!
Mamma mi abbraccia e dice: «Non ti preoccupare. Poi, quando ti sposi, spariscono. Appena trovi marito se ne vanno via». E mi bacia in fronte dopo aver dispensato questa perla di saggezza antica, che la mia famiglia si tramanda di generazione in generazione. Solo diversi anni più tardi sarò in grado di capire che per mia madre un marito è il toccasana per una miriade imprecisata di malattie: dal braccio rotto all’alluce valgo, dai calcoli al fegato alla psoriasi. Ma ormai era tardi, ero caduta nella trappola!
A tredici anni cominciò così la mia estenuante ricerca del mio “Uomo Topexan”. Non crediate che l’impresa sia così facile: non è trovando un uomo che svaniscono i brufoli. Eh no, troppo semplice. Il messaggio è ben chiaro, preciso, inattaccabile: bisogna trovare marito.
Mi addentro così nella marea umana, annusando l’aria come i cani, alla disperata ricerca del feromone maschile biocompatibile.
La prima certezza che acquisisco in questa dissennata ricerca è che gli adolescenti degli anni ottanta si dividono principalmente in due categorie: quelli che annegano il feromone in ettolitri di profumo (ancora oggi percepire il Drakkar Noir mentre cammino per strada scatena in me l’istinto della caccia), e quelli che invece lo soffocano con esalazioni nocive perché non hanno ancora compreso bene a che serve il sapone.
Ahimè, a quel tempo non rispecchiavo certamente il tipico canone femminile di moda. Non perché non fossi carina e simpatica. Solo che non interessava a nessuno se una persona era carina e simpatica: non era indispensabile. Ciò che contava era come ti vestivi.
Bisognava scegliere a quale categoria si volesse appartenere: c’erano i Paninari che vestivano rigorosamente griffato, i Metallari che indossavano borchie e anelli di metallo in ogni appiglio possibile dei loro vestiti, i Dark che vestivano e si truccavano esclusivamente di colore nero. E poi c’ero io.
Ancora oggi mi stupisco di come, pur essendo fuori da ogni contesto sociale schematizzato, io riuscissi, saltuariamente, ad avere anche dei morosetti.
Il mio problema però tardava a trovare soluzione. Certo, era abbastanza inverosimile trovare marito a quindici anni, ma io non demordevo. Il mio obiettivo primario era sposarmi entro i diciotto anni.
Ma la maggior età arrivò in un baleno. Come pure i venticinque, in pieni anni novanta. Gli adolescenti erano ormai giovani uomini, non erano più di moda gli abiti belli, era diventato imperativo essere bellissimi fisicamente, la carriera era l’unica ambizione prevista… e io ero ancora nubile.
Un poco delusa dall’insuccesso di oltre dieci anni di ricerca, decisi che era ora di adeguarsi ai tempi. Mi tuffai totalmente nel lavoro e mi dedicai alla costruzione della mia carriera. Dimenticai così profondamente l’ossessione per il marito ideale che smisi di preoccuparmi dei brufoli che spuntavano sulla mia faccia. Certo, non è che loro, sentendosi trascurati, avessero deciso di trasferirsi altrove. Macché: imperterriti, continuavano a restare in questo strano condominio a equo canone.
Credendo ciecamente che il lavoro mi avrebbe resa libera e felice, impiegai parecchio tempo a recepire i messaggi che il corpo, nonostante la mia disattenzione,  mi inviava continuamente. Ingrassai di venti chili (no, non era una gravidanza isterica) e mi crogiolai per parecchi anni in una serie interminabile di attacchi di panico.
Che cosa mi accadeva? Perché ero triste e infelice? Potevo permettermi di comperare tutto ciò che volevo, mi sentivo una donna ricca. Allora cos’era che non andava? Perché mi sentivo così male?
Mi ritrovai a fantasticare di camminare nuovamente nelle stanze in casa dei miei genitori. Le finestre spalancate, il profumo dei gerani in fiore che inondava la casa, la luce del sole che illumina le camere, la polvere sottile e luminosa, un grande specchio e io di fronte allo specchio.
Guardarmi fissa negli occhi, comprendere appieno la donna che mi guarda dritta dritta da quella superficie liscia e impietosa.
Comprendermi, finalmente, e sentire la mia voce che dice: “Non ti preoccupare, quando ti sposi passa tutto”.
Ecco cos’era! Avevo dimenticato il mio obiettivo, ciò per cui ero stata inconsciamente programmata a tredici anni. Cielo! Un marito! Al diavolo la carriera! Io avevo bisogno di un marito per non soffrire più!
Ricomincia la mia caccia. Avevo passato la trentina, e diventava tutto più difficile. Quasi tutti gli uomini erano già il marito di qualcun’altra, o l’ex marito di qualcun’altra che non ci pensava proprio a ricadere in trappola.
Sfoderai le mie armi migliori: l’allegria, l’intelligenza, la comprensione, la sfacciataggine e due tette enormi. Non volevo tralasciare nessun uomo dalla selezione: amici, colleghi, il ragazzo del bar dove faccio colazione, navigatori di internet, clienti della ditta in cui lavoro… Nessuno era escluso: sulla terra deve per forza esistere mio marito!
Vivisezionai ogni uomo che cadeva nella mia trasparentissima rete. Di ognuno riuscivo subito a comprendere limiti e debolezze su cui fare pressione. Sapevo che cosa dire perché mi trovassero una donna interessante e straordinaria. Avevo quasi un repertorio fisso da rappresentare: l’abito giusto, la parola giusta, il profumo giusto, lo sguardo giusto, la paranoia giusta da farsi consolare -una donna perfetta, una moglie perfetta.
Cominciai ad avere più ammiratori di quanti fossi in grado di gestire. Ognuno di loro pronunciava parole di ammirazione, qualche volta persino parole d’amore. Ero stupita e sopraffatta. Improvvisamente mi ero trasformata nella donna ideale di tutti. Con ognuno riuscivo a essere la donna che desiderava. Non importava che tipo di donna cercassero, io riuscivo a interpretarla.
Ebbene sì, nella mia rinata ossessione per un marito ero arrivata a fingere di essere una persona diversa da quello che ero. Anzi, più persone diverse da quella che ero. Ancora una volta avevo dimenticato me stessa. Ancora una volta mi ero persa per strada.
Mi ritrovai nuovamente di fronte a quello specchio, a chiedermi che cosa veramente volessi, e quanto di me avrei accettato di perdere per averlo. La risposta giunse talmente improvvisa e forte che mi stupii: volevo essere me, volevo vivere per me e con me. Se mai un uomo avesse desiderato dividere il cammino della mia vita, avrebbe dovuto prendermi per quello che ero: io.
A che punto sono della mia vita? Beh… diciamo che ho ormai trentasei anni, che sono una zitella… e che ho ancora l’acne giovanile.

FINE

Lascia un commento

Scrivi un commento
Per favore inserisci qui il tuo nome

inserisci CAPTCHA *