Anna Ettore – Libia

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Quando scoppiò la guerra in Libia ricominciammo a lavorare.
Gli sbarchi sull’isola di Lampedusa e sulle coste dell’Italia meridionale erano ripresi: i profughi avevano di nuovo intensificato l’ingresso verso l’Europa.
Per qualche anno l’afflusso si era rallentato, le rotte erano state bloccate dagli accordi internazionali e dalle prigioni del deserto. Kufra era l’oasi in cui carceri e bande armate di guerriglieri tenevano in ostaggio i migranti sub sahariani. Ma ora, con il conflitto, si era riaperta la via verso la costa del Mediterraneo e dal mare la gente fuggiva o veniva costretta ad andarsene con imbarchi forzati.
In quella mattina di novembre soffiava una brezza asciutta su Milano e la corte della Prefettura era tersa sotto il sole d’autunno. Presi sottobraccio la cartelletta che conteneva il dossier del richiedente e attraversai il cortile per andare a chiamare la persona di turno per il colloquio che doveva decidere della sua domanda di asilo.

Entrai nella saletta di attesa e una decina di uomini seduti ad aspettare si voltò a guardarmi.
«Emmanuel Johnson?» chiamai. «Chi è?».
«It’s me», rispose un nigeriano di bassa statura infagottato in un maglione grigio.
Lo salutai e gli chiesi di seguirmi. Si alzò per venirmi dietro e mentre camminavamo scambiai qualche parola con lui per vedere se mi capiva.
«Sono la tua interprete. Ti accompagnerò a fare il colloquio e ti assisterò per tutto il tempo. Ci sono un po’ di domande alle quali dovrai rispondere».

L’uomo mi ringraziò e mi confermò che il nostro inglese era intercomprensibile. Facemmo le scale e lo osservai con discrezione: sembrava una persona educata. Aveva lineamenti irregolari e occhi grandi, spalancati su qualcosa che non mi era dato conoscere. Arrivati nella sala del colloquio lo feci accomodare e gli sedetti accanto al tavolo a cui ci stava già aspettando l’intervistatore.

Dopo qualche istante cominciammo a parlare, per verificare preliminarmente il nome, il cognome, lo stato civile. Mano a mano che si dipanavano le domande la lingua del rifugiato si dimostrò più ostica di quanto non mi fosse apparsa all’inizio. Le frasi erano spezzate e affioravano ripetutamente termini che provenivano dai pidgin locali, le lingue ibride dell’Africa, che con quello che dovrebbe essere il loro parente prossimo, l’inglese, hanno ben poco a che fare.
Mi concentrai per continuare.
«Quanto tempo prima aveva lasciato la Nigeria per andare in Libia?».
«Circa quattro anni».
«Che cosa faceva in Libia?».
«Lavoravo come imbianchino a Sabha».
«In quale città o villaggio della Nigeria è nato esattamente?».
«Uromi, Edo State, nel Sud della Nigeria».
«Nel suo Paese che lavoro faceva?».
«Vendevo l’acqua potabile al mercato. La portavo sulla testa».
«Quanto guadagnava?».
«Poco. Ho cominciato a quindici anni. I miei genitori sono morti in un incidente stradale mentre viaggiavano in verso la capitale. Sono rimasto solo con i miei fratelli più piccoli. Non c’erano molti soldi già prima, così ho lasciato la scuola e ho fatto quello che potevo. Ogni mattina caricavo l’acqua fresca sulla testa e poi giravo il mercato per venderla. Riuscivamo a mangiare tutti, ma era difficile. Più avanti anche mio fratello ha cominciato a lavorare con me».

Il commissario era un uomo silenzioso, trascriveva le parole di Emmanuel e ogni tanto annuiva col capo.
«Per quanto tempo ha lavorato così?».
«Tre anni, poi ho lavorato come imbianchino, ma ho perso il lavoro».
«Quindi che cosa ha fatto?».
«Sono tornato al mercato, a vendere l’acqua».
Mi diede l’impressione di essere una persona molto semplice, e che quella sua misera parabola professionale fosse il segno di una disarmante inadeguatezza ad affrontare le difficoltà della vita.
Emmanuel si dilungò nei dettagli delle sue giornate, ripeteva o dava enfasi a particolari che erano del tutto irrilevanti in quel contesto.
«Dormivamo a casa di una zia, lei aveva una famiglia, tre figli suoi. Il marito non era contento che fossimo là. Alla mattina io e mio fratello uscivamo presto per andare a prendere l’acqua, e mia sorella si occupava delle faccende: puliva e cucinava. Camminavamo più di quaranta minuti per arrivare al mercato…».

Non poteva sapere che tutto questo non aveva alcuna importanza per il colloquio, dato che la sua storia aveva un solo nome: miseria. E la miseria, la fame, la paura non sono considerate un motivo valido per domandare rifugio in un altro paese.
L’intervistatore continuò a scrivere e ad annuire, di tanto in tanto guardava alternamente l’uomo o me quando traducevo. Era una persona quieta ma non si lasciava coinvolgere: sarebbe stato forse impossibile per lui decidere tra tanti casi disperati.

«Prima che morissero i miei genitori si stava bene nel villaggio», continuò Emmanuel, «andavo a scuola e quando tornavo a casa stavo con gli amici. Nel campo di fronte a casa mia c’erano degli alberi e molta gente si sedeva a parlare. Le donne più anziane si mettevano in cerchio e chiacchieravano. Ce n’erano tre che giocavano sempre ai dadi e guardavano la gente passare. Giocavano e ridevano…Mi salutavano sempre».

Nei suoi grandi occhi aperti immaginai la calma di quei pomeriggi africani e le tre Moire nigeriane sorridere sotto un cielo perfetto e immenso come un ricordo dell’infanzia. Chissà quando avrebbero tagliato il filo.
«Quindi perché ha lasciato la Nigeria?» chiese il commissario, cercando di avvicinarsi al punto che gli interessava.
«Non c’era futuro per me. Non potevo fare niente per aiutare i miei fratelli».
«Ma ha avuto qualche problema? Le è successo qualcosa?».
«Non c’era nessuno che mi potesse aiutare, non avevo niente…Un giorno un mio amico mi ha parlato di un conoscente che lavorava in Libia. Mi ha detto che se volevo poteva parlargli per farmi viaggiare».

Intuivo già come sarebbe proseguita la sua storia: un viaggio di settimane verso il nord e poi nel deserto tra Niger e Libia, l’arrivo in qualche città di frontiera, e forse fino alla capitale dove avrebbe lavorato per pagare il debito del viaggio.
«Sono arrivato a Sabha, una città grande nel centro della Libia. Sono rimasto a vivere lì».
Per la sua posizione nel deserto, Sabha è sempre stata un centro di sosta delle carovane che attraversavano il Sahara. Ora è invece il punto di transito per migliaia di migranti che attraversano il deserto diretti verso la costa.
«Scusi», continuò l’intervistatore, «perché all’arrivo in Italia ha dichiarato di non avere moglie? Prima aveva invece detto di essere sposato».
L’uomo si girò repentinamente e mi guardò con i suoi occhi spalancati. «Mi hanno chiesto se avevo una moglie quando sono arrivato… Ero sposato in Libia».
«Dove si trova sua moglie ora?».
«Mia moglie era nella barca, nel battello con me».

Emmanuel continuò a spiegare. Sempre più angosciato, muoveva le mani facendo dei gesti per essere sicuro di farsi capire. Il suo linguaggio si spezzò e scovò parole in un dialetto di cui potevo ricostruire il senso solo dal contesto.
«Mia moglie era nel battello col bambino. Le donne venivano messe di sotto, nell’interno. Io stavo sopra, sul ponte. Avevano caricato più di trecento persone… La nave non è neanche partita, è affondata nel porto. A Tripoli».
Si voltò completamente verso di me guardandomi, guardando attraverso me da qualche altra parte, in una notte che solo lui aveva visto.
«Era buio, la nave è andata a fondo. La gente urlava, io non vedevo più nessuno. Sono caduto in mare, gli altri cercavano di aggrapparsi a me…».
Parlava annaspando, come fosse stato in acqua anche in quel momento. Ripeteva le frasi.
«Anche il bambino era nel battello, così piccolo, solo sei mesi. Non so cosa è successo. Sono arrivato a riva».

Il commissario staccò gli occhi dal computer, lo osservò e mi guardò.
Emmanuel si fissava le gambe e strofinandosi il capo. Rimasi con il fiato sospeso, senza sapere che cosa dire. Si smarrì per un attimo anche l’intervistatore ma rapidamente riprese il controllo.
«È sicuro che sua moglie sia morta?» chiese.
Emmanuel si rivolse di nuovo a me: «Sono rimasto sulla riva del mare per tutto il giorno, fino a sera. Non li ho più visti, c’erano cadaveri sulla spiaggia, poi i militari mi hanno fatto salire su di un altro battello, mi hanno obbligato a partire. Avevano le armi, picchiavano. Dopo tre giorni sono arrivato qui».
Alla fine del suo racconto anch’io e il commissario cercammo di allontanarci rapidamente dal luogo del disastro.

Concludemmo con le frasi di rito e gli rilessi il verbale, Emmanuel sembrò soddisfatto che le sue parole fossero state trascritte così come le aveva dette lui, persino meglio.
Quando mi alzai per andarmene, continuavano ad aleggiarmi intorno le macerie della sua vita. Ebbi la sensazione che ciò di cui ero stata testimone non fosse solo la rovina di un uomo ma il disastro di un’intera epoca.

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