Luisa Pecchi – Madre Natura

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Non so da quanto tempo sto scappando.
Sono tutto indolenzito.
I posti non li conosco.
Questi alberi non li ho mai visti prima.
Il cespuglio con le more dolci, quello che ho appena saccheggiato, è nuovo per me.
Ora me ne sto un poco qui nascosto a riprendere fiato.
Ce l’hanno con me e non so cosa vogliono, ma so che non devo lasciarmi prendere.
Quanto continuerà questa fuga?
Ma, soprattutto, dove sono ora? Non ne posso più. Dormo un poco.
Qui, sotto questo cespuglio, proprio qui.

La vecchia trovò il piccolo, addormentato. Rimase a lungo a guardarlo, avvertendo la sua paura, la sua stanchezza. Il suo smarrimento.
Lo accarezzò, come lei sapeva fare; poi lo trascinò piano, senza scossoni, verso un riparo sicuro. Il piccolo dormiva così profondamente che nemmeno si accorse di non essere più solo.
La vecchia masticò per lui delle erbe rinfrescanti fino a renderle adatte a un impacco per i suoi muscoli doloranti; sistemò dei rami di felce seccati e riuscì a trasportarlo fino al nuovo giaciglio.
Poi attese.
Lo guardava dormire e pensava a quando c’erano stati i suoi piccoli intorno a lei. Pensava alle loro continue richieste: di cibo, di cure, di attenzione, di arbitraggio nelle liti frequenti tra fratelli.

Sono nuvole quegli stracci bianchi e rosa chiaro lassù in alto?
O sono in basso, sotto di me e io sto volando?
Mi sento leggero, e tranquillo, eppure penso che non dovrei, che dovrei essere allarmato. Ma non ricordo più per cosa.
Un venticello leggero fa cantare le foglie di certi alberi. Una volta sapevo il loro nome.
No, non lo sapevo davvero. Ma qualcuno me lo ripeteva ogni volta: senti le foglie del….
…ma com’era quel nome?
Il nome era “tremolo”.
“Tremolo”: chi me lo diceva?
Ti chiamerò “Tremolo”. Perché sei un poco fifone; perché tremi di emozione di fronte alla bellezza dell’acqua; perché qualcosa in te suona come le foglie del tremolo.
Mamma. Sì, era la mamma che mi chiamava così.

La vecchia si accorse che il piccolo si agitava e si avvicinò, gli si sdraiò vicino, finché ricadde nel sonno guaritore.
Poi cercò qualcosa da bere e da mangiare, perchè il risveglio sarebbe stato totale: risveglio del corpo, delle ferite; della paura e del dolore.
La notte arrivò silenziosa e gentile e stese il suo mantello di velluto sopra il bosco. Nel silenzio completo di piante e di animali, la vecchia cominciò a pensare: “Potrei tenerlo con me. Potrei insegnargli la legge. Potrei farne un capo. Potrei…”. Si sentiva rinfrescata, alleviata e leggera, come se l’impacco di erbe lo avessero fatto a lei.
Era la presenza del piccolo, di un indifeso, a renderla così.
Di nuovo utile.

Il piccolo aprì gli occhi e la guardò.

Non capisco.
Ma…dove sono?
A chi appartengono questi occhi che mi guardano? Così allungati, e sottili…
Non fidarti degli occhi sottili, mi diceva la mamma.

“Come trema…sento la sua paura, la annuso. Se lo tocco, mi arriva direttamente da lui. Ma cosa mi succede, adesso? Io non sono più io”.
La vecchia rimase ancora un poco sdraiata vicina al piccolo, a scaldarlo, a calmarlo, a proteggerlo.
Di tanto in tanto rinnovava l’impiastro di erbe masticate; di tanto in tanto cercava delle radici più tenere e gliele metteva vicine, perché non dovesse muoversi troppo per prenderle.
Poi si allontanò.

Se ne è andata.
Potrei ricominciare a scappare, ma non so dove sono.
Non so in che direzione devo scappare.
Mi ha scaldato, mi ha nutrito, ma non capisco perché mi sento così inquieto.
La fame si è placata. Non sono più così indolenzito.
Forse questa è una nuova casa. Il posto per ricominciare la mia vita di un tempo.
Un tempo! Sono un giovane, io!
Altri giovani qui intorno non ne vedo.
C’è solo questa…vecchia? Sì, forse è una vecchia, ma ha qualcosa che mi piace.
Se solo non avesse quegli occhi…
Eppure non sono cattivi. Sento che dovrei temerli, invece continuo a guardarli per vederli nel fondo. Lì non sono sottili e inquietanti come in superficie.
Ho notato che mi guarda quando mangio le radici che mi offre. Mangio troppo in fretta, forse? Dovrei masticare a bocca più chiusa? Ma non mi guarda con severità, piuttosto con curiosità, mi pare; come se non avesse mai visto uno come me. Eppure eravamo in tanti, un intero villaggio! Chissà dove saranno tutti… Tutti stavano fuggendo quando ho imboccato il sentiero. Ritroverò qualcuno?
Inutile immalinconirsi, me lo direbbe anche la mamma. Ho la pancia piena, niente di rotto, una compagnia buona. Che cosa serve d’altro?

“Il cucciolo sta prendendo finalmente un po’ di confidenza e ha ritrovato le forze. Crescerà bene. È coraggioso e si fida di me. Ma è tanto buffo! Un niente lo fa tremare, anche se poi riesce a calmarsi in fretta. Trema, a volte, come le foglie del tremolo.
Ieri sera, con il cielo tutto rosso di tramonto, ha cantato una canzone. Non avevo mai sentito un cucciolo di qualunque genere cantare così: dolce, triste e allegro insieme. Una canzone che parlava del destino. Come faccia a saperla non lo immagino nemmeno. Ma mi diverte questo piccolo, mi diverte. Dopo ha chiesto a me di cantare qualcosa e non mi veniva in mente nulla. Ma scavando nel ricordo dei tempi andati, ho ritrovato una specie di gioco che facevo con i miei piccoli, un gioco a ripetere. Gli è piaciuto e ripeteva anche lui, ma in un modo così strano, pieno di suoni acuti…
Dopo abbiamo esplorato intorno: gli ho mostrato i cespugli e gli alberi vicino a dove dormiamo. Lui ha visto delle altre more, ne è ghiotto. La sua golosità per le more mi è sembrata fresca e giovanile. E…pulita? Forse innocente.
Non saprei come mi è sembrata, ma ho atteso che dormisse per andare a cercare qualcosa da mettere sotto i miei denti.

È stato a quel punto che è successo.
L’idea dei miei denti, ora non più così forti, un altro segno di un tempo che se ne è corso via. Forse l’idea della fame, non così acuta come una volta, quando attendere il cibo era uno spasimo, masticare lentamente era uno spasimo… (E questo piccolo, ora, che cerca di mangiare adagio per non mostrarsi famelico… educazione di gran classe!)
Qualcosa in me si è mosso, si è acceso.
Così mi sono avventata su di lui, veloce come un tempo e letale come sempre. L’ho preso alla gola: per questo ho colto il suo sguardo di rimprovero. Ma… succede, amico. È la vita.
Mi sento di nuovo quella di un tempo.
Non più madre, troppo vecchia per queste smancerie.
Ma volpe rossa, che sopravvive.

Non ci si può ribellare alla propria natura.
(Falstaff – Enrico IV – Shakespeare)

FINE

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