Giorgio Olivari – Diavolo

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Chiaro crine che si sfila fra le dita. Sei l’amore di un’intera esistenza. Amore che prima di essere mio è stato amore di qualcun altro. Ora che le mie mani, diramazioni secche rese insensibili dall’età e dalla malattia, non sanno più accarezzarti, mi sento svuotato.
Sicuramente migliore di quando ignoravo la tua esistenza. Gli anni trascorsi con te mi hanno trasformato.

In principio credevo di possederti, di poterti giostrare fra le dita, prenderti e lasciarti a mio piacimento. Ero convinto di esserti padrone, ignaro della mia condizione di schiavo. Ho provato, in passato, ad allontanarti, riuscendovi solo per pochi giorni.
Ho tentato di rimpiazzarti concedendomi infatuazioni nei miei viaggi attorno al mondo.
A ogni rientro eri lì ad aspettarmi.

Quante volte ti ho spiato di nascosto, il capo inclinato da un lato.
Mi scopro ancora, a volte, incantato, la testa piegata anche quando non sei con me.
Solo ora capisco che mi sopravviverai e che, prima o poi, un altro ti accarezzerà al posto mio.
Le mani hanno paura, come quelle di ogni vecchio, di stringerti con troppa forza, di farti del male. La mia nuova saggezza vorrebbe sceglierti un altro compagno, un uomo conveniente al tuo carattere.

La gelosia me lo impedisce: non voglio conoscere quell’uomo.
Scostare il futuro: preferisco aggrapparmi ai ricordi, tornare al nostro primo incontro.

Il quartetto d’archi in cui ti esibivi era in città per la rassegna di musica classica. Un amico, appassionato di viola, aveva insistito perché io fossi in sala. Comporre musica era la mia vita, ascoltarla a volte un obbligo da cui fuggire. Quella sera mi ero lasciato convincere e mi facevo trasportare distrattamente dal suono, mentre lo sguardo sfuocava sugli stucchi e sui drappi del teatro. Fu al primo andante con brio che riflessi abbaglianti, i rimbalzi feroci della tua cavigliera, presero a ferirmi gli occhi.

Tu eri il secondo violino e con dedizione seguivi la partitura. Fu allora che il mio cuore prese un diverso ritmo di battuta. La nostra storia cominciò in quell’istante: la scintilla era scoccata a tua insaputa. Chi dice che l’amore debba essere necessariamente ricambiato?
Ero già sottomesso e non ti avevo ancora nemmeno sfiorato, certo di possedere la chiave del tuo cuore, troppo distante per poterla usare. I passi che mi avrebbero portato a te erano solo una nebulosa della mia mente, un progetto dell’inconscio.

Avevo fatto l’impossibile, grazie all’amico, per cenare coi membri del quartetto dopo il concerto, ma tu non ti presentasti. Tornai alle repliche e le sensazioni suscitate dai suoni che producevi si amplificarono dentro me. Memorizzavo le tue forme, i riflessi ambrati delle tue curve,  lo splendido ricciolo sulla tua testa.

Desideravo fotografarti per averti sempre con me, ma sarebbe stata un’ammissione troppo sincera del mio interesse. Come ero orgoglioso e sprezzante prima di averti assaporato!
Presi informazioni. Cercai di risalire alla tua origine e scoprii un carattere forgiato dalla durezza delle montagne, dal clima rigido dei lunghi inverni. Immaginavo un’indole schiva, avviticchiata alla dolcezza di tua madre, donna balcanica trapiantata nelle foreste del Trentino.

E poi altre domande. Dove ti esercitavi? Quando tenevi concerti?
Non mancavo a un’esibizione, raramente saltavo una prova generale; cominciai a odiare quel violinista che, onnipresente, ti accompagnava.
Fino all’amara verità.

Quell’uomo ti possedeva. Dal suo modo di trattarti in pubblico avevo capito che non ti amava, e di certo poco o nulla capiva della tua essenza, ma ti possedeva. Il denaro era il legame che vi univa e compresi che solo il denaro avrebbe potuto liberarti da lui.
Cominciai a interessarmi ai quattrini. Aumentai gli impegni e misi a punto la strategia per averti. Divenni avido, attratto da ogni forma di guadagno. La collezione dei quadri di famiglia fu offerta a pareti sconosciute. Tutto questo mentre pregavo il solito amico di far da mediatore fra me e l’odiato violinista. Così fu stabilito il prezzo del mio desiderio.
Mi ero trasformato in un pazzo misantropo con un unico scopo: avere il denaro per poterti conquistare. Fino alla sera in cui soli, tu ed io, ci ritrovammo nel salotto della mia, della nostra casa.

Il velluto rosso avvolge le tue forme e io non resisto, impaziente di te, della tua nudità fra le mie dita. Il tuo corpo una miniatura, archi dolci dai caldi riflessi. Lunghi i capelli pallidi cullati dalle mie avide mani. Mi insegni nuovi passi di danza e io apprendo come farti vibrare. La pelle lucida trattiene a stento la tua anima nervosa mentre ti accarezzo.

Chi guardasse da lontano vedrebbe la mia mano come artiglio sul tuo corpo, senza capire come, a volte, sia necessaria un po’ di rudezza per far fluire la voce. I tuoi gemiti unici e insostituibili ai miei orecchi. La tua splendida “effe” mi cattura.
Una forma così vicina alla perfezione che la mia bocca non emette alcun suono, mentre il respiro si fa soffio impercettibile.

Sei uno strumento del demonio. Io un musicista impazzito. Quando ti ho fra le braccia perdo ogni controllo. I movimenti, altrimenti compassati, si fanno asimmetrici.
Spasmi incontrollati uniscono le nostre anime inquiete, furibonde. La tua eleganza, la sobrietà dei modi, la purezza del tuo spirito fino a ora ignota scaturiscono dal profondo, oltre il groviglio sanguigno che ci lega.
Sei un diavolo.

Il tuo respiro si spezza in un urlo maschio… nel maschio che sei. Sono innamorato della tua virilità. Hai una voce con un timbro di gola, che riecheggia quando viene maltrattata.
Liuto, figlio di artigiano sapiente, assemblaggio di legni e vernici segrete, anima che mi fa risuonare e gioire come un bimbo che si affaccia alla vita.
Non un Guarneri del Gesù, non certo uno Stradivari, ma un violino che, amato con sapienza, sa togliere il fiato a un’intera platea.

FINE

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Giorgio Olivari
Giorgio Olivari nasce a Brescia nel secolo scorso. È professionista nel campo del disegno industriale da più di trent’anni. Dopo i primi quarant’anni da lettore scopre la scrittura per caso: uno scherzo della vita. La compagna di sempre lo iscrive a un corso di scrittura creativa: forse per gioco, più probabilmente per liberarsi di lui. Una scintilla che, una volta scoccata, non si spegne ma diventa racconto, storie, pensieri; alcuni dei quali pubblicati dai tipi di BESA in "Pretesti Sensibili" (2008). La prima raccolta di racconti brevi, "Futili Emotivi", è pubblicata da Carta & Penna Editore nel 2010. La sua passione per la letteratura lo ha portato a “contagiare” altri lettori coordinando gruppi di lettura: Arcobaleno a Paderno Franciacorta, Chiare Lettere a Nave.

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