Andrea Peirone – Sotto Spirito

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Fra gli scranni del vecchio teatro si era radunata una nutrita folla di adepti che, incuriositi, si protendevano verso il centro della scena. Più in basso, sopra un palchetto, Ippolito Giuliano rivolgeva ai presenti il volto stremato ma soddisfatto. Accanto a lui, su un tavolaccio di legno, giaceva il cadavere di cui aveva appena dissezionato il cranio. Stretto nella sua destra, c’era il frutto dei suoi sforzi: una minuta porzione di materiale cerebrale. Sollevò le mani insanguinate mostrando la piccola sfera.

«La ghiandola pineale», declamò, «sede dell’animo umano».

I suoi occhi bramosi spaziarono fra le travi cadenti della struttura. Abbassò le braccia, ripulì il frammento sanguinolento con uno straccio e lo poggiò su un vassoio, tra i ferri affilati.

«L’uomo che ho sezionato dinnanzi a voi è stato impiccato da quasi due giorni», continuò, «eppure vi dimostrerò che l’essenza vitale non ha ancora lasciato il suo corpo. In verità l’anima continuerà a giacervi finché gli organi ad essa preposti non saranno giunti a completa dissoluzione. Osservate».

Si asciugò le mani, armeggiò fra le scatole disposte sul tavolo e ne estrasse un gomitolo di filo dorato. Ne srotolò una sottile fettuccia, separandola dalla matassa con uno strattone deciso; quindi ne conficcò una delle estremità nella superficie calcifica della ghiandola, arrotolandovi attorno il resto a formare una spirale e lasciando libero l’altro capo. Tenne l’involto di carne e metallo fra due dita e, con una pinza, raccolse da una delle scatole una sottilissima lamina d’oro. Avvicinò al filo il foglio dorato ed esso prese a contorcersi, come animato da un vento invisibile.

Dalla platea si levò un grido di sorpresa mentre Ippolito Giuliano si avvicinava alle prime file, portando il miracolo a pochi centimetri dagli occhi increduli degli astanti. Rispose ad alcune domande, poi tornò al tavolaccio e ripose gli oggetti, fregandosi le mani nel grembiule. Si inchinò, quindi incominciò a sistemare gli attrezzi. Con ordine la folla defluì, ammassandosi verso le uscite, e in pochi minuti il teatro si svuotò.

Il vecchio si sentì chiamare da una voce alle sue spalle e si voltò. Un uomo, con il capo coperto da una cappa nera, si era avvicinato al palco. «Ippolito Giuliano! Non temete il giudizio di Dio?» domandò.

Il vecchio, per nulla intimidito da quelle parole, scosse la testa: «Un giorno i miei studi permetteranno ai meritevoli di prolungare la loro opera nel mondo», rispose. «Perché Dio dovrebbe punire un benefattore come me?».

L’uomo sembrò divertito. «Cosa mi tocca sentire!». Sollevò le mani e, in un gesto teatrale, si scoprì il capo canuto.

«Cardinale Tarca!», esclamò Ippolito Giuliano. «Come avete trovato questo luogo?».

«Il Sant’Uffizio indaga da tempo sulla vostra condotta», rispose. Poi, notando che lo sguardo del vecchio indugiava sulla mannaia riposta tra i ferri, sguainò la spada che portava sotto il mantello. «Non voglio affrontarvi, eretico!», sbottò. «Sarete tradotto in giudizio e condannato. Non ora, non qui, ma presto». Abbassò la spada e concluse: «Non basterà un’abiura a redimervi».

La piccola ampolla colma di liquido verdognolo aveva l’aspetto di un’antica reliquia, fra le mani riverenti di Bellini. Il rettore si chinò ad osservare la sfera biancastra adagiata sul fondo del recipiente: «È questa?», domandò.

Il professore e i suoi due assistenti assentirono all’unisono. «La ghiandola pineale di Ippolito Giuliano», disse Bellini. «Dopo quasi quattrocento anni è giunta integra fino ai giorni nostri».

Il rettore si grattò la testa, perplesso: «Beh, è incredibile», mormorò. «Ma siete sicuri che non si tratti di un falso?».

«Abbiamo eseguito tutte le verifiche necessarie per la datazione del reperto e l’autenticazione dei documenti ritrovati con esso» confermò Bellini, ergendosi orgoglioso nel camice da laboratorio. «Perseguitato dall’Inquisizione, Ippolito Giuliano si tolse la vita, incaricando i suoi seguaci di asportare la ghiandola pineale dal suo cervello e di conservarla in un luogo sicuro, nella cieca convinzione che un giorno il progresso scientifico gli avrebbe consentito di tornare in vita».

Bellini poggiò l’ampolla e sollevò lo sguardo sulle apparecchiature del laboratorio. «Un gesto folle, nella mentalità di allora, ma lungimirante se pensiamo alle possibilità odierne», concluse.

«Una scoperta notevole», considerò il rettore. «Dovremmo avvertire la stampa».

«Non è il caso», disse Bellini. «Non ancora».

Il rettore fu stupito. «Cosa suggerisce di fare, allora?» domandò.

Bellini si massaggiò la calvizie. «Potremmo utilizzare il reperto per verificare alcune ipotesi sul funzionamento della ghiandola pineale», suggerì.

«Si spieghi meglio». lo incoraggiò il rettore.

«Molti studiosi», cominciò, «ritengono che tra le funzioni della ghiandola pineale vi sia anche quella di compressione e stoccaggio delle informazioni. Per usare un paragone, essa costituirebbe una sorta di disco di backup di cui il cervello si servirebbe per colmare i vuoti mnemonici causati da lesioni di varia natura».

Il rettore scosse la testa, dubbioso. «Non ho mai sentito nulla di simile», disse.

«Questo perché abbiamo frequentato scuole diverse», continuò Bellini. «Vede, il procedimento di trapianto di una matrice mnemonica da una ghiandola pineale all’altra è già stato teorizzato, solo che nessuno ha mai avuto il coraggio di attuarlo».

«Non mi meraviglia», proruppe il rettore. «Sarebbe un atto abominevole! Se anche le sue teorie fossero corrette, per trapiantare la mente conservata dentro l’ampolla avrebbe bisogno di un corpo, e dubito che qualcuno si offrirebbe volontario per l’esperimento».

«Non ho bisogno di cercare un volontario» disse Bellini, quindi si rivolse ai due assistenti: «Prendetelo!».

Il rettore fu immobilizzato. «Pazzo!», gridò «Quello è solo un pezzetto di carne sotto spirito».

Bellini si fregò le mani. «Legate questo scettico», ordinò.

Un brusio indignato si diffuse fra i porporati. Lo sguardo del pontefice, prima severo, si sciolse in un sorriso furente. «Beh, vecchio mio, tu sei il più pazzo o il più devoto figlio di buona donna che io abbia mai conosciuto!».

Il cardinale Tarca, dopo un attimo di smarrimento, ritrovò tutto il proprio piglio autoritario. Sollevò sopra la testa l’ampolla colma di liquido verdognolo e annunciò: «Venerabili fratelli, questa è la ghiandola pineale di Ippolito Giuliano. Quel vigliacco si è tolto la vita prima che potessimo giudicarlo dinnanzi a questo concilio, e ha incaricato i suoi seguaci di attuare i più nefasti riti demoniaci perché la sua anima trovasse un nuovo corpo da possedere. Solo la volontà di Dio mi ha dato il coraggio di recuperare questo feticcio diaboico fra i gironi infernali in cui era custodito». Abbassò le braccia, il viso sciupato ma temprato da anni di austerità. «Ma non basta! L’eresia vive ancora, e il contrabbando di anime si protrarrà. Questo concistoro ha il dovere di intervenire. Permettetemi di agire e non vi deluderò». Si inchinò e si sedette, stremato.

Dopo qualche istante di silenzio il pontefice si piegò in avanti. «Ti conosco da tempo, vecchio mio. Abbastanza per sapere che non sei impazzito», disse. Poi, rivolto agli altri, aggiunse: «Prendete esempio da costui e forse un giorno vi guadagnerete il paradiso».

Gli occhi incavati del rettore si schiusero in uno sguardo che non era il suo. Roteò la testa incontrando i volti carichi di apprensione di Bellini e dei due assistenti.

«Benvenuto, Ippolito Giuliano» sorrise Bellini. «Sei stato riportato in vita, o meritevole!».

L’uomo sollevò la faccia livida. «Buonasera» sussurrò, quindi accennò alle cinghie che lo tenevano imbrigliato al lettino.

«Ma certo!», esplose Bellini, gioioso nel riscontrare atti di coscienza così decisi. «Liberate il maestro», ordinò agli assistenti.

Appena lo ebbero slegato, l’uomo scattò seduto, colpendo i due con furia selvaggia. Si alzò, balzò su Bellini e gli si avvinghiò al collo.

«Non sono il vostro Ippolito Giuliano!» gridò. «Io sono Girolamo Tarca, cardinale della chiesa di Roma!». Le sue labbra si inarcarono in un sorriso compiaciuto. «In nome di Dio, sarò vostro giudice e carnefice».

 

 

FINE

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Andrea Peirone

Pur legato al proprio lontano retaggio – quello della fantascienza – Andrea Peirone, classe ’84, di Milano ma originario di una provincia che non si stanca di macinare chilometri, ha ormai portato la sua ricerca letteraria su un piano genealogico.
Autore di racconti, parla del proprio approccio alla narrativa come sperimentale, quasi un richiamo indiretto ai generi musicali, in analogia con lo spirito che animava la corrente progressive di qualche decennio fa o che scorre nell’indie moderno.
In realtà, annidato presso la profondità delle mutevoli suggestioni filosofiche, intrecciato in una quotidianità di fuggevoli riflessioni e sottaciute ispirazioni visionarie, soggiace un accanito bisogno di espressione ed edificazione stilistica: la necessità di opporsi, per usare le parole di Nietzsche, al naturale, troppo naturale progressus in simile.