Bigia, donna dotata di un potere oscuro e intuitivo, vive nella provincia italiana tra guerra, miseria e superstizione. Attraverso la lettura delle carte esercita un’influenza profonda sugli altri e sul destino del figlio Mario, che cresce sotto il peso di un amore assoluto e soffocante. Tra realismo e visione, il romanzo racconta una stirpe femminile, il legame tra potere, denaro e maternità, e il lento scivolare verso un punto di non ritorno.
Di fronte a Il candore si ha subito la sensazione – rara, preziosa – di un testo che non chiede permesso. Non cerca complicità, non blandisce il lettore, non ammicca alle mode narrative del momento. Entra invece con passo fermo in una zona fragile e insieme durissima dell’esperienza umana, quella in cui l’amore, il potere, il corpo e il destino smettono di essere concetti astratti e diventano materia viva, ambigua, spesso perturbante.
Giovanni Peli costruisce un romanzo breve che è tutt’altro che “minore”: Il candore lavora per concentrazione, per addensamento, come certi racconti orali che sembrano semplici e invece custodiscono, sotto la superficie, una stratificazione di miti, paure, desideri e colpe collettive. La figura di Bigia – magnetica, irrisolvibile, profondamente femminile senza mai diventare rassicurante – è il fulcro di un universo narrativo che tiene insieme provincia e arcaicità, realismo sociale e visionarietà, storia familiare e dimensione (quasi) rituale del racconto.
Uno dei grandi punti di forza del libro sta proprio qui: nella capacità di restituire un mondo popolare senza idealizzarlo e senza giudicarlo, lasciando che siano i gesti, le voci, i silenzi a parlare. Peli si affida molto al ritmo, allo “stacco” della scrittura, a capitoli brevi che si rincorrono come carte pescate da un mazzo divinatorio, e in questo la sua formazione poetica e musicale ha senz’altro contribuito: la narrazione non procede in linea retta, ma per spirali, ritorni, ossessioni – una scelta formale che non risulta mai gratuita e che rispecchia perfettamente il modo in cui la memoria, soprattutto quella familiare, lavora dentro di noi.
C’è poi un elemento che rende Il candore particolarmente significativo nel panorama della narrativa contemporanea: il suo sguardo sul potere femminile. Non un potere consolatorio, né emancipatorio in senso facile, ma un potere oscuro, concreto, contraddittorio, che passa attraverso il corpo, la cura, il denaro, la capacità di “vedere”. Bigia non è un personaggio da assolvere o da condannare, ma che resta scomodo: è una figura che ci costringe a interrogarci, a mettere in discussione categorie morali troppo nette. In questo senso, il romanzo dialoga in modo sotterraneo ma incisivo con molte riflessioni attuali sul genere, sulla maternità, sull’eredità simbolica che passa di madre in figlio – o, in questo caso, di madre in figlia mancata.
Anche la lingua contribuisce in modo decisivo a questa forza. L’italiano di Peli è poroso, attraversato dal dialetto, capace di farsi ruvido e lirico nello stesso paragrafo. È una lingua che non si vergogna della propria origine orale e che proprio per questo riesce a essere profondamente letteraria. Nei momenti migliori, Il candore raggiunge quella che potremmo chiamare una “verità emotiva”: non perché racconti fatti necessariamente accaduti, ma perché riesce a farceli sentire veri, inevitabili.
A distanza di anni dalla sua prima pubblicazione, questo romanzo torna oggi con una maturità che lo rende ancora più leggibile e necessario. È un libro che resiste, che non invecchia, perché parla di nodi irrisolti – il legame tra amore e dominio, tra cura e distruzione, tra destino e scelta – che continuano a interrogare il nostro presente. Un testo che ci chiede attenzione, ascolto, disponibilità a perderci. E ci ricambia con qualcosa di raro: l’esperienza di una storia che, una volta chiuso il libro, continua a lavorare dentro di noi, come una voce che non smette di farsi sentire.





















