Pietro Marcello lo ricordavo come regista di Martin Eden (2019) – tratto dal romanzo di Jack London – e pure in quell’occasione la sua interpretazione del capolavoro ottocentesco mi aveva lasciato abbastanza perplesso. Duse conferma tale impressione, perché questo film che racconta la parte terminale della vita della grande attrice (1858-1924) presta il fianco a numerose critiche.
Va bene prendersi delle libertà narrative, ma alcuni anacronismi storici gridano vendetta, tra tutti il discorso di entrata in guerra di Mussolini che a un certo punto scorre in sottofondo, di certo non pronunciato ai tempi in cui la Duse era viva. E poi la messa in scena di Ibsen (Casa di bambola, La donna del mare) datata dal regista (anche sceneggiatore) dopo la Prima Guerra Mondiale – invece che nel 1890 –, l’esperimento di un nuovo tipo di teatro (non so quanto reale), tutto il rapporto con D’Annunzio, per finire con la parabola terminale e la morte per tubercolosi, nella realtà avvenuta durante una tournée americana, a Pittsburgh, a causa di una polmonite.
Marcello è molto interessato al rapporto conflittuale tra Eleonora e la figlia, che ama con tutta se stessa ma non comprende, così come non viene capita dal sangue del suo sangue, neppure nel suo amore per il teatro. Il regista indaga la Duse che assiste i soldati italiani durante lo scontro bellico e che vorrebbe una rinascita del teatro alla fine del conflitto mondiale, portando in palcoscenico argomenti nuovi. Il regista pone l’accento sul metodo recitativo della Divina, molto vicino a Stanislavskij, con immedesimazione totale dell’interprete nel personaggio, grande uso dell’istinto per caratterizzare la recitazione e il riferimento alle esperienze personali. Ne viene fuori una donna tormentata che non si lascia vincere dalla malattia ma vuole recitare fino alla fine dei suoi giorni.
Bravissima Valeria Bruni Tedeschi nei panni di una donna che vuole sconvolgere e provocare, recitando senza fingere, mani sui fianchi, voce bassa, quasi sussurrata, senza ridondanze, naturale e spontanea. Ma è la sola nota lieta di un film dotato di una sceneggiatura modesta e ripetitiva, senza grandi sussulti narrativi, che impiega ben 122 minuti per raccontare poco, quindi con problemi di lunghezza e di montaggio compassato. Tra le cose interessanti la presenza di Giordano Bruno Guerri nelle vesti di attore, come attendente di Gabriele D’annunzio, nella vita vera curatore del museo di Gardone ed esperto saggista sulla vita del poeta. Fausto Russo Alesi, invece, fornisce un’interpretazione troppo grottesca di D’Annunzio, poco aderente alla realtà storica e frutto di una sceneggiatura romanzata. Fotografia veneziana languida e decadente, come il tono della pellicola; colonna sonora ricca di brani classici, ben amalgamati alla narrazione.
Un film che delude non poco, rispetto alle aspettative, che resta comunque interessante per scenografia e tecnica di regia, consigliato soltanto agli appassionati senza mezzi termini del cinema biografico. Da un punto di vista narrativo si poteva fare di meglio.





















