Herman Melville – Bartelby lo scrivano

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Verso la metà del XIX secolo, sull’uscio di uno studio legale di Wall Street si materializza una stramba figura, scialba nella sua dignità, pietosa nella sua rispettabilità, irrimediabilmente perduta! Era Bartelby, un pallido copista, immediatamente assunto, ma che di lì a poco si rifiuterà inspiegabilmente, con la memorabile frase preferirei di no*, di svolgere la sua unica mansione per dedicarsi a fissare un muro grigio, scatenando situazioni grottesche nell’ufficio e tra i colleghi.

Questa la fabula del racconto, che potrebbe far pensare a una narrazione umoristica con protagonista un impiegato impacciato, dalle movenze fantozziane. In effetti Gianni Celati, curatore e traduttore dell’edizione di Feltrinelli, ravvisa nel testo strutture tipiche della commedia, che soprattutto regolano il microcosmo dell’ambiente di lavoro rappresentato sulla scena. Dentro quel guscio la giornata è scandita dai colori accesi delle guance di Turkey, corpulento bevitore, e dagli scatti di nervosismo di Nippers, giovane con problemi di cattiva digestione: le loro piccole idiosincrasie si alternano come sabbia in ciascuna delle metà di una clessidra; l’ira mattutina del secondo lascia via via il posto alle escandescenze pomeridiane del primo.

In realtà la sensazione, alla prima lettura, è quella che lasciano le tragedie: un greco veramente è Melville. […] E, come nei greci, la tragedia (Moby Dick) ha un bell’essere fosca, è tanta la serenità e la schiettezza del coro (Ismaele) che dal teatro si esce sempre soltanto esaltati nella propria capacità vitale, affermava Cesare Pavese già negli anni Trenta. E quello che scrisse sul capolavoro melvilliano vale anche per Bartelby.

Non si tratta certo di una grande avventura di mare, anzi, gli eventi sono perlopiù minimi e scanditi solo dalla famigerata, laconica e unica frasetta con cui lo scrivano sembra saper interagire: preferirei di no. Proprio qui sta la tragedia, nell’alterità assoluta di Bartelby, nella sua incomunicabilità al mondo dei vivi, e in particolare verso il narratore della vicenda, il parco e riflessivo avvocato a capo dello studio legale. Egli tenta, attraverso i modi umani che conosce, di penetrare il mistero del suo dipendente, scontrandosi con il suo scudo di inerzia impermeabile: avrei potuto esser caritatevole col suo corpo; ma non il suo corpo gli dava pena; era la sua anima che soffriva, e quella io non potevo raggiungere.

Un greco dunque, ma anche un antico romano nella scrittura: l’elegante sintassi, ciceroniana verrebbe da dire, è quella che rende Melville un maestro nel sondare tutte le articolazioni del pensiero, delle motivazioni e dei tentativi dell’avvocato, nonché le intenzioni di tutti i suoi personaggi; tutti tranne Bartelby, ovviamente, per il quale il meccanismo si inceppa e tutto si riduce fatalmente a quell’unica, meccanica frase.

Elio Vittorini, nella sua antologia Americana, per questa e altre capacità di Melville l’aveva definito un maestro: Poe, Hawthorne e Melville, accettavano proprio la sofferenza e il male, per prima cosa. Erano maestri del sangue, e accettavano, per prima cosa, il sangue versato. A voler vedere, in questa storia di sangue non ne viene versato nemmeno una goccia, ma il male c’è, accompagnato dalla sua inseparabile prole, la sofferenza: è il dolore che deriva dal non comprendere, dal non sapersi davvero spiegare, dalle domande – del narratore, sullo scrivano, sul suo universo altro – che continuano a non ricevere risposta (o quantomeno non la risposta che si ritiene adeguata).

Non occorre cercare a tutti i costi delle risposte fra queste pagine: non è necessario e comunque Bartelby lo scrivano è un libro che non ne dà. Se e quando le fornisce, sono difficili da accettare; è difficile capire il copista che non copia, è arduo toccare, anche solo sfiorare la sua alterità; ma, se e quando la si tocca, se ne viene toccati di rimando. Allora diventa un libro catartico, come una vera tragedia (nel senso migliore che questa parola possa assumere)

* nella recensione abbiamo preferito fare riferimento alla traduzione a suo tempo adottata nell’edizione di Franco Maria Ricci, pubblicata nella collana La Biblioteca di Babele curata da Jorge Luis Borges (che ci sembra più efficace e diretta, più duttile), piuttosto di quella dell’edizione Feltrinelli (avrei preferenza di no). (ndr)

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Igor Agnesi
Dopo la laurea in lettere, Igor Agnesi studia editoria e comunicazione all’Università degli Studi di Milano. Collabora alla realizzazione di un’accattivante rivista brianzola, che ha nome “La Beula”, con articoli e interviste. Karateka per caso (almeno all’inizio); amante discreto di letteratura e videogiochi. In un’altra vita astronauta, biologo e paleontologo. Igor Agnesi è nato a Erba nel 1994 e da allora vive (nella ridente Anzano del Parco, in provincia di Como, ma ha visto anche altre parti del mondo e ne vorrebbe vedere altre. E altri mondi, magari).

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