Alcuni film nascono fuori tempo, troppo avanti per essere compresi, e per questo vengono rifiutati, demonizzati, sepolti. L’occhio che uccide di Michael Powell è uno di questi.
Uscito nel 1960, lo stesso anno di Psycho di Alfred Hitchcock, fu accolto in patria da una tale ondata d’indignazione da distruggere la carriera del suo autore, fino ad allora celebrato come uno dei maestri del cinema britannico insieme a Emeric Pressburger. Le recensioni furono feroci, il film venne ritirato dopo pochi giorni di programmazione, e Powell — il regista di Scarpette rosse, Narciso nero e Duello a Berlino — fu ridotto al silenzio per anni. Eppure, oggi, Peeping Tom è considerato un capolavoro assoluto, un’opera fondativa del cinema moderno, nonché una riflessione inquietante e lucidissima sull’atto stesso del guardare.
La genesi del film è in sé un atto di coraggio. Powell, ormai lontano dalla collaborazione con Pressburger, decise di dirigere la sceneggiatura di Leo Marks, un ex crittografo del SOE britannico durante la guerra, uomo ossessionato dal segreto e dalla percezione. Marks scrisse la storia di Mark Lewis (Karlheinz Böhm), un giovane operatore cinematografico traumatizzato dal padre — scienziato della psicologia della paura — che da bambino lo ha sottoposto a esperimenti crudeli per studiare le sue reazioni. Da adulto, Mark continua quell’esperimento: filma donne mentre le uccide con una lama nascosta nel treppiede della sua cinepresa, catturando sul volto delle vittime l’istante del terrore.
Powell, con una lucidità quasi profetica, trasforma questo soggetto da thriller psicologico in un vertiginoso discorso metacinematografico. L’occhio che uccide è insieme un film horror, un melodramma patologico e un saggio visivo sulla pulsione voyeuristica che abita tanto l’assassino quanto lo spettatore. La macchina da presa diventa strumento di violenza e di conoscenza, un prolungamento dell’occhio e della mente. Guardare significa violare, ma anche comprendere. Mark è un regista: uno di quelli che “uccide” con lo sguardo, che cattura la vita per dominarla, per congelarla.
Ciò che nel 1960 scandalizzò la critica non fu tanto la violenza (in realtà mai mostrata apertamente), quanto la sua collocazione: il male non veniva più da fuori, ma dall’interno dell’atto cinematografico stesso. Powell suggeriva che la cinepresa, simbolo della modernità e del controllo, è anche un’arma, un atto di potere. In questo senso, Peeping Tom anticipa di almeno un decennio i discorsi sulla “messa in scena dello sguardo” che diventeranno centrali nel cinema postmoderno.
L’eredità del film è sterminata. Brian De Palma, in particolare, ne ha fatto la matrice occulta del suo cinema: Blow Out, Vestito per uccidere, Body Double sono tutte variazioni sul tema del voyeurismo e del dispositivo ottico come strumento di colpa. Ma l’ombra lunga di L’occhio che uccide attraversa anche Antonioni (Blow-Up), che ne riprende la riflessione sulla visione come inganno percettivo; Stanley Kubrick, che ne assorbe la freddezza clinica; fino a David Lynch, Gaspar Noé e Michael Haneke, nei quali l’atto di guardare diventa sempre una forma di partecipazione al crimine.
Powell, con straordinaria lucidità, aveva compreso che il cinema del futuro sarebbe stato un cinema “malato”, ossessionato dalla propria capacità di penetrare, violare e ricreare la realtà. In questo senso Peeping Tom non è solo un horror psicologico: è un film sul cinema stesso come malattia dello sguardo. Guardandolo oggi, si ha la sensazione che Powell abbia visto più lontano di chiunque altro: che nel volto pietrificato delle sue vittime si rifletta il nostro stesso desiderio di vedere tutto, di sapere tutto, anche a costo di distruggere ciò che guardiamo.
Per questo, a distanza di oltre sessant’anni, L’occhio che uccide resta un capolavoro. Perché non parla solo di un assassino, ma di noi spettatori. Di quel brivido di potere e di colpa che ci attraversa ogni volta che, al buio, fissiamo uno schermo.





















