Immaginate una conversazione sincera, fuori dagli schermi televisivi e dalle retoriche da prima serata, su come l’Occidente guarda – e spesso plasma – il mondo che lo circonda. L’Occidente e il nemico permanente di Elena Basile è esattamente questo: un libro che non ha paura di mettere in discussione la narrazione dominante. Con la voce di chi ha conosciuto i meccanismi del potere da vicino – l’autrice è stata ambasciatrice e ha lavorato per decenni nella diplomazia italiana – ci accompagna in un’indagine lucida e a tratti spietata su come l’Occidente costruisca la propria identità attraverso l’invenzione continua di un nemico da combattere. E, partendo da questa dinamica ripetitiva e tutt’altro che casuale, ci accompagna in un viaggio scomodo ma necessario tra propaganda e potere. Con una coscienza critica rara, ci mette di fronte a un’analisi pungente, argomentata e a tratti anche personale. Non serve essere d’accordo con tutto: basta avere voglia di pensare. E infatti Elena Basile non ti dice che cosa pensare, ma ti costringe a mettere in moto il pensiero. E oggi, in un mondo che si muove sempre più per automatismi ideologici e slogan precostruiti, è forse la forma più alta di dissenso.
Nel libro si analizza anche la guerra in Ucraina, ma non secondo il copione già scritto dei buoni e dei cattivi, o semplificazioni come “c’è un aggressore e un aggredito”. L’autrice ci invita a guardare più a fondo, mostrandoci come i giochi strategici globali siano il riflesso di una visione patologica del mondo, alimentata da un’Occidente che, sentendo franare il proprio dominio, risponde con progetti imperialistici ed espansionistici, accantonando diplomazia e mediazione, un tempo strumenti fondamentali, in nome della supremazia militare.
Ma è nella seconda parte che il discorso si fa ancora più netto e urgente, quando la Basile affronta in modo diretto il conflitto israelo-palestinese, prendendo una posizione che in molti troveranno scomoda, soprattutto in un contesto in cui la neutralità sembra diventata un lusso o un tabù. Non c’è ambiguità nelle sue parole: Basile denuncia le asimmetrie, l’occupazione, l’impunità con cui Israele – sostenuto dall’Occidente –agisce nei confronti del popolo palestinese. E lo fa con l’attenzione alla complessità che solo chi ha lavorato sul campo può davvero offrire.
Questo libro non è pensato per confermare certezze. Al contrario, scuote, interroga, costringe a rivedere le lenti con cui osserviamo i conflitti e le alleanze globali. Un invito potente a non restare in silenzio. E a farsi domande, anche scomode.





















