un articolo di Heiko H. Caimi
Mentre ci distraggono con polemiche sterili, proclami identitari e teatrini da quattro soldi, il governo Meloni ha preso carta, penna e calcolatrice… e ha deciso che istruzione e cultura non servono più. Tagli secchi, decisi, chirurgici. Altro che “priorità”. Altro che “giovani”. Altro che “valorizzare l’Italia che pensa, che crea, che studia”. Macché.
Università? Decurtate. Ricerca? Sventrata. Scuola pubblica? Umiliata. Cultura? Tagliata come fosse un lusso, non un diritto.
Sembra fantascienza, una distopia. Invece no, è tutto vero.
300 milioni in meno alle università. Come se fossero troppe, come se formare ingegneri, medici, insegnanti, ricercatori fosse un capriccio da radical chic. Come se l’unica cosa da studiare fosse il revisionismo storico. Un revisionismo che si insinua tra le righe dei discorsi ufficiali, omettendo le responsabilità del fascismo nelle stragi come quella delle Fosse Ardeatine, minimizzando l’importanza dell’antifascismo nella Costituzione, permettendo commemorazioni con saluti romani in luoghi simbolo come Acca Larentia. Un revisionismo che si manifesta anche nella censura di voci critiche. Tutto questo mentre si promuovono decreti sicurezza che mirano a silenziare il dissenso, in un clima nel quale la memoria storica viene riscritta per adattarsi a una narrazione più conveniente.
700 milioni in meno nel triennio agli enti di ricerca. Sì, proprio a quelli che ancora riescono a tenere l’Italia nel panorama scientifico mondiale. Ma che importa? Basta avere TikTok e le dirette Facebook, giusto? Tanto, più la gente è distratta, ignorante, iperstimolata e povera di strumenti critici, più è facile da gestire, da incattivire, da orientare. La stupidizzazione non è un effetto collaterale: è un progetto politico. Serve a spianare la strada al consenso coatto, al potere senza fastidi, alla propaganda senza contraddittorio.
E la scuola? Quella pubblica, quella di tutti, quella che dovrebbe essere il pilastro di una democrazia? Via 5.660 docenti, via oltre 2.000 ATA. Cioè meno insegnanti, meno personale, più classi pollaio, più disagio. E il Ministro Valditara che dice “non è vero nulla”. Vergogna.
E poi la cultura. Quella che dovrebbe essere il nostro fiore all’occhiello, il nostro DNA, la nostra ricchezza vera. Tagliati oltre 140 milioni al Ministero, comprese le fondazioni storiche, le biblioteche, i musei, il cinema. Perfino le Belle Arti. Ma attenzione: mezzo milione per il Festival delle Città Identitarie lo trovano. Perché la propaganda non si tocca. La cultura sì, quella si svuota. Si sgonfia. Si lascia marcire, tanto chi se ne accorge?
E noi? Zitti. Addormentati. Frastornati.
Ma svegliamoci! Questi tagli non sono solo numeri: sono una dichiarazione di guerra all’intelligenza, alla memoria, al futuro. Sono il segnale chiaro che questo governo vuole un popolo ignorante, docile, manipolabile, sottomesso. Perché chi non legge, chi non studia, chi non pensa… vota meglio. Per loro.
Vogliono un’Italia senza cultura e senza pensiero. Ma non gliela daremo.
Diciamolo forte: istruzione e cultura non sono sprechi, sono la salvezza. E un governo che le cancella non è conservatore, non è patriottico: è pericoloso. Perché quando un governo taglia la cultura e l’istruzione, non sta risparmiando: sta investendo nell’ignoranza di domani per governare più facilmente dopodomani.
























