Magdelon e Cathos, due giovani provinciali, respingono sdegnate i pretendenti scelti dal padre perché li giudicano rozzi e poco raffinati. Offesi, i due uomini organizzano una beffa: fanno corteggiare le ragazze dai propri servi travestiti da aristocratici alla moda. Le due, sedotte dal linguaggio pomposo e dai rituali affettati, cadono nel tranello. Quando la farsa viene smascherata, restano umiliate, vittime del loro stesso ridicolo snobismo.
Le preziose ridicole è una commedia breve ma affilatissima: un congegno comico che scatta subito e continua a far rumore anche a secoli di distanza. Molière prende di mira un fenomeno molto preciso del suo tempo: la moda delle précieuses, con il loro linguaggio artificioso, i rituali sociali esasperati, l’idea del sentimento come esercizio di stile, e lo fa con una lucidità tale da superare il bersaglio immediato. Non si ride solo di due ragazze provinciali che vogliono sembrare raffinate: si ride del bisogno umano di travestire il desiderio, di nobilitarlo con formule, pose e prove di appartenenza.
Il corteggiamento, qui, diventa una coreografia rigida, piena di parole inutili e gesti obbligati, nella quale l’autenticità è sospetta e la spontaneità quasi volgare. È questo che rende la commedia sorprendentemente attuale: gli stereotipi che Molière smaschera – l’uomo che recita un ruolo, la donna che pretende una messa in scena “degna”, l’idea che l’amore debba passare per codici condivisi e riconoscibili, dal rifiuto a una condiscendenza sempre meno mascherata, hanno attraversato i secoli quasi intatti. Solo oggi, forse, stanno iniziando a sgretolarsi, e non senza resistenze; ed è proprio nel loro sfaldarsi che rivelano tutta la loro comicità tardiva, diventando ridicoli a loro volta.
Molière non è crudele: è semplicemente implacabile. Non condanna il desiderio di distinguersi o di elevarsi, bensì l’illusione che basti imitare una forma per possederne la sostanza. Le sue “preziose” non sono mostri: sono persone che scambiano il linguaggio per profondità, il galateo per sentimento, l’eccesso di mediazione per raffinatezza. E in questo specchio deformante – che deforma pochissimo – riconosciamo ancora oggi tante dinamiche sentimentali, sociali, persino digitali. Ridiamo, sì. Ma ridiamo perché ci somiglia più di quanto vorremmo ammettere.


















