Molière – Le preziose ridicole

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Magdelon e Cathos, due giovani provinciali, respingono sdegnate i pretendenti scelti dal padre perché li giudicano rozzi e poco raffinati. Offesi, i due uomini organizzano una beffa: fanno corteggiare le ragazze dai propri servi travestiti da aristocratici alla moda. Le due, sedotte dal linguaggio pomposo e dai rituali affettati, cadono nel tranello. Quando la farsa viene smascherata, restano umiliate, vittime del loro stesso ridicolo snobismo.

Le preziose ridicole è una commedia breve ma affilatissima: un congegno comico che scatta subito e continua a far rumore anche a secoli di distanza. Molière prende di mira un fenomeno molto preciso del suo tempo: la moda delle précieuses, con il loro linguaggio artificioso, i rituali sociali esasperati, l’idea del sentimento come esercizio di stile, e lo fa con una lucidità tale da superare il bersaglio immediato. Non si ride solo di due ragazze provinciali che vogliono sembrare raffinate: si ride del bisogno umano di travestire il desiderio, di nobilitarlo con formule, pose e prove di appartenenza.
Il corteggiamento, qui, diventa una coreografia rigida, piena di parole inutili e gesti obbligati, nella quale l’autenticità è sospetta e la spontaneità quasi volgare. È questo che rende la commedia sorprendentemente attuale: gli stereotipi che Molière smaschera – l’uomo che recita un ruolo, la donna che pretende una messa in scena “degna”, l’idea che l’amore debba passare per codici condivisi e riconoscibili, dal rifiuto a una condiscendenza sempre meno mascherata, hanno attraversato i secoli quasi intatti. Solo oggi, forse, stanno iniziando a sgretolarsi, e non senza resistenze; ed è proprio nel loro sfaldarsi che rivelano tutta la loro comicità tardiva, diventando ridicoli a loro volta.

Molière non è crudele: è semplicemente implacabile. Non condanna il desiderio di distinguersi o di elevarsi, bensì l’illusione che basti imitare una forma per possederne la sostanza. Le sue “preziose” non sono mostri: sono persone che scambiano il linguaggio per profondità, il galateo per sentimento, l’eccesso di mediazione per raffinatezza. E in questo specchio deformante – che deforma pochissimo – riconosciamo ancora oggi tante dinamiche sentimentali, sociali, persino digitali. Ridiamo, sì. Ma ridiamo perché ci somiglia più di quanto vorremmo ammettere.

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Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha insegnato presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse altre scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. Ha collaborato con il notiziario “InPrimis” con la rubrica “Pagine in un minuto” e con il blog della scrittrice Barbara Garlaschelli “Sdiario”. Ha pubblicato il romanzo “I predestinati” (Prospero, 2019) e ha curato le antologie di racconti “Oltre il confine. Storie di migrazione” (Prospero, 2019), “Anch'io. Storie di donne al limite” (Prospero, 2021), “Ci sedemmo dalla parte del torto” (con Viviana E. Gabrini, Prospero, 2022), “Niente per cui uccidere” (con Viviana E. Gabrini, Calibano, 2024) e “Trasformazioni. Storie dal pianeta che cambia” (con Giovanni Peli, Calibano, 2025) e "Niente da salvare" (con Fiorenzo Dioni, Calibano, 2026). Svariati suoi racconti sono presenti in antologie, riviste e nel web.

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