Luchino Visconti aveva realizzato un primo adattamento cinematografico partendo dal romanzo di Albert Camus, protagonista principale Marcello Mastroianni, in un film che vedeva interpreti anche Anna Karina e Bernard Blier. Un lavoro controverso, di non grande successo, uscito in sala nel 1967, visto poco, infine edito solo in VHS. Il meno riuscito tra i film di Visconti, afferma la critica.
Adesso ci prova Franҫois Ozon a rendere giustizia a un capolavoro letterario girando la storia – con assoluta fedeltà al testo – in un gelido bianco e nero, localizzandola con raffinata descrizione di ambienti in un’Algeri coloniale, anche se le riprese sono state effettuate a Tangeri, in Marocco. La storia segue la vita indifferente di Arthur Mersault (Voisin), un giovane impiegato che non fa trapelare emozioni, ma la sua esistenza pare un susseguirsi di eventi ai quali assiste impassibile. Neppure la morte della madre gli provoca un’emozione esteriore: non versa neppure una lacrima e assiste al funerale senza battere ciglio.
A un certo punto entra nella sua vita la bella Marie (Marder), incontrata in un bagno cittadino, anche se la loro relazione non può definirsi sentimentale ma soltanto carnale. La ragazza parla d’amore e di matrimonio, invece per Arthur tutto è indifferente, non ci sono emozioni sconvolgenti, contano solo gli eventi che sta vivendo.
Un altro personaggio importante è l’amico Raymond (Lottin), che tratta malissimo una compagna algerina e sfrutta la prostituzione, ma Arthur non esprime giudizi morali: passa il tempo libero con lui bevendo vino e giocando a carte. Un giorno, invitato in spiaggia da Raymond insieme a Marie, Arthur uccide un giovane arabo che perseguitava l’amico (reo di aver picchiato la sorella) senza un vero motivo razionale. La pellicola, come il romanzo di Camus, tenta di spiegare come sia potuto accadere un simile evento, dovuto a un particolare stato d’animo del giovane in una giornata funestata da un sole rovente.
La perfezione tecnica e stilistica è la cifra migliore del lungometraggio, che parte in formato quadrato con i filmati d’epoca per modificarsi in panoramico quando incomincia la finzione letteraria. Sceneggiatura del regista (anche produttore) che la scrive in flashback e cerca di descrivere al meglio le caratteristiche del personaggio principale ideato da Camus, un uomo indifferente al piacere e al dolore che cerca esperienze nuove in una vita incapace di sorprenderlo e di farlo emozionare. Fotografia lucida delle strade algerine (Dacosse): la macchina da presa si muove tra la casba e il mare, perlustra le zone campestri che fanno intuire il deserto, inquadra i giovani arabi trattati dai colonizzatori francesi con paternalista razzismo. Inutile dire che Ozon regista dimostra una totale padronanza del mezzo per riprese mai banali e scontate, con grande sfoggio di poetici piani sequenza e di intensi primi piani che tirano fuori la vera anima dei personaggi. Montaggio compassato (Selitzki), da cinema d’autore, che contiene in 120 minuti una vicenda che tocca vertici drammatici nello stupendo finale, violentemente antireligioso e anticlericale. Musiche ricche di sonorità arabe, composte da Fatima al-Qadiri, che in Francia si sono aggiudicate una candidatura al Premio César.
Un film che comincia come una storia di vita quotidiana – tra le pratiche d’ufficio, la morte di una madre ricoverata in ospizio, l’amicizia con un delinquente e una sorta d’amore soprattutto carnale – e procede come un thriller giudiziario terminando come un film carcerario, costellato di espressivi primi piani del protagonista che attende la giusta pena.
Tutta la filosofia di Albert Camus è conservata nei forbiti dialoghi. In concorso a Venezia 2025 per il Leone d’Oro. Un film da vedere.


















