The Rollers – Elevator

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La prima cosa da chiarire è questa: Elevator non è un disco dei Bay City Rollers nel senso in cui tutti intendono i Bay City Rollers. Non c’entra niente con Shang‑A‑Lang, Bye Bye Baby, le sciarpe a quadri e le ragazzine che urlano. Quella era un’altra vita, un’altra band, un’altra epoca. Qui siamo davanti a un gruppo che, per la prima volta, può respirare. Può scrivere. Può suonare. Può essere adulto. E, soprattutto, può liberarsi dell’etichetta di band per adolescenti che li ha perseguitati come una maledizione.
Il miracolo succede nel ’79, quando entra Duncan Faure. E lì cambia tutto. La voce non è più quella da teen idol: è più moderna, più elastica, più “pop britannico adulto”. Faulkner e Woody Wood, che erano sempre stati musicisti veri intrappolati in un circo, finalmente possono scrivere come vogliono. E Arista, forse perché non ci crede più, forse perché non sa che farsene, li lascia fare. E loro se ne escono con Elevator, un disco beatlesiano nel senso migliore del termine. Non perché imitino i quattro di Liverpool, ma perché hanno interiorizzato quella grammatica melodica che in Inghilterra è quasi un patrimonio genetico: melodie che sembrano semplici ma costruite con una cura pazzesca, armonie vocali pulite, chitarre asciutte, basso melodico, arrangiamenti eleganti. È un disco che suona come se i Beatles fossero sopravvissuti come band fino al ’79 e avessero deciso di fare un pop-rock adulto, luminoso, con poca psichedelia ma con la stessa intelligenza melodica.

Si parte con Stoned Houses #1 e capisci subito che non siamo più nel 1975. È un’apertura morbida, rilassata, quasi un “ciao, benvenuto a casa, ma non è più quella che ricordavi”. Poi arriva Elevator, il pezzo che dà il titolo al disco, e lì senti proprio la leggerezza alla McCartney: quelle melodie rock che si aprono come finestre, quel ritornello che ti prende senza fare il furbo. È un invito a salire, letteralmente.
Playing in a Rock and Roll Band è quasi una confessione ironica: “Abbiamo passato anni a fare finta di essere una rock band, ora lo siamo davvero.” E lo senti: chitarre che si intrecciano, ritmo asciutto, una gioia di suonare che non avevano mai potuto liberare.
Poi arriva Hello and Welcome Home, che è una carezza: una delle canzoni più beatlesiane del disco, con quella dolcezza che ricorda il Paul più intimo, quello di McCartney I, e anche lo voce sembra davvero la sua. È una canzone che ti abbraccia senza chiedere niente.
I Was Eleven è puro pop-rock britannico intelligente: nostalgica, tenera, con una melodia che sale e scende come se fosse la cosa più naturale del mondo, con una melodia beatlesiana e coretti alla Electric Light Orchestra. È il tipo di brano che ti fa pensare: Ma come diavolo è possibile che questo disco sia sparito dalla circolazione?
Stoned Houses #2 riprende il tema iniziale, come se il disco avesse un arco narrativo. È un tocco quasi concettuale, e funziona sorprendentemente bene. Il brano si allunga rispetto all’intro e rivela la sua essenza di inno dirompente.

Quello che era il lato B del vinile inizia con Turn on the Radio, che è divertimento puro: un pezzo che sembra fatto per essere suonato dal vivo, fresco, diretto, senza fronzoli e orecchiabilissimo. Non a caso è il singolo di lancio, che ebbe un discreto successo negli Stati Uniti (ma non in patria).
Instant Relay è invece un momento power pop: chitarre brillanti, tastiere distese, armonie perfette, un senso di urgenza controllata. È uno di quei brani che oggi verrebbero riscoperti da qualche etichetta hipster e venduti come “lost classic”, anche se forse è il brano più debole dell’album, con un cantato che fa molto Jeff Lynne.
Ma, quando arrivi alla brevissima Tomorrow’s Just a Day Away, ti rendi conto che questi ragazzi avevano davvero qualcosa da dire. È poetica, moderna, malinconica senza essere pesante, beatlesiana nel senso più nobile del termine.
E poi Who’ll Be My Keeper, che prosegue con un pop-rock elegante che non ti aspetti da una band che il mondo aveva liquidato come “quelli per ragazzine”.
Back on the Road Again è il pezzo più “americano” del disco. Già dal titolo si capisce che non siamo più a Edimburgo con le sciarpe tartan, ma su un’autostrada larga, forse in California, con il sole che picchia sul parabrezza. Musicalmente è diretto, quasi root-rock. C’è un’energia da band che ha fatto pace con l’idea di essere stata odiata, idolatrata, ridicolizzata – e ora vuole solo suonare sul serio. E qui non cerca la raffinatezza beatlesiana di altri brani: punta alla strada, alla concretezza, al ritmo che ti fa battere il piede. Nel complesso dell’album funziona come momento di radicamento: dopo tante melodie ariose e armonie luminose, riporta tutto a terra. È la band che si ricorda di essere, prima di tutto, una rock band.
Si chiude con Washington’s Birthday, uno dei brani più sottili e strani, nuovamente in puro stile McCartney. Ha una leggerezza quasi ironica, un titolo curioso, apparentemente disimpegnato ma sotto c’è una scrittura molto più fine di quanto sembri, con chitarre squillanti ma controllate, armonie curate, un ritornello che resta in testa senza bisogno di alzare la voce. È uno di quei pezzi che negli anni ’90 sarebbe stato rivalutato come “gemma nascosta” da qualche rivista specializzata. Non ha l’immediatezza del singolo, ma è costruito con un gusto che tradisce maturità. Nessun compiacimento, nessun effetto da teen idol. Solo una canzone ben scritta.

Elevator non finisce con una grande chiusura teatrale. Finisce come una band che ha finalmente imparato a camminare da sola, senza bisogno di un’etichetta limitante. E allora perché è finito nell’oblio? Perché è arrivato nel momento sbagliato, con il nome sbagliato, e senza nessuno disposto a difenderlo. La critica non lo prese sul serio: per loro i Bay City Rollers erano una barzelletta, punto. Il pubblico non capì la svolta. Arista non ci investì un centesimo. E il mondo musicale del ’79 era altrove: new wave, post‑punk, disco, synth‑pop. Un disco di pop‑rock melodico, elegante, beatlesiano… era irrimediabilmente fuori moda. E forse è proprio questo che lo rende così speciale: è un gioiellino segreto, un disco che oramai devi scoprire quasi per caso, o grazie a qualcuno che te lo racconta con gli occhi che brillano. Un disco che non ha avuto fortuna, ma che, quando lo trovi, non lo dimentichi più.

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