Letteratura Contemporanea: il disequilibrio tra forma e contenuto

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La narrativa contemporanea sembra divisa tra due poli opposti, che per semplicità chiameremo: l’antiestetica e l’iperestetica: due tendenze che, pur divergenti, spesso finiscono per generare nel lettore un’esperienza simile di distacco e frustrazione.

L’antiestetica è quel movimento non dichiarato che sembra rifiutare ogni ricerca formale, scegliendo la via della brutalità e della crudezza. In questo tipo di narrativa si privilegia una rappresentazione “nuda e cruda” della realtà, spesso sgradevole, con personaggi spezzati e storie disarticolate, volutamente prive di un’armonia narrativa classica. Questa scelta stilistica potrebbe sembrare, a prima vista, più autentica, perché mira a restituire una visione della vita “così com’è”, senza lenti abbellitive. Tuttavia, spesso si finisce in una rappresentazione piatta del disagio, in un accumulo di scene desolanti che, pur mirate a denunciare le storture del mondo, in realtà non offrono altro che un’esposizione reiterata del male, senza possibilità di riscatto o di trasformazione. Questa ricerca dell’immediatezza e dell’urgenza, sebbene possa apparire apparentemente coraggiosa, può scivolare nell’indifferenza o nella freddezza, perché viene a mancare quel lavoro sottile di costruzione narrativa che permette al lettore di immergersi nelle vite dei personaggi e di entrare in empatia con loro. In questo senso, l’antiestetica rischia di trasformare la letteratura in una documentazione superficiale del caos, privandola della capacità di scandagliare l’umano in profondità.

In molti romanzi di certo minimalismo estremo contemporaneo, soprattutto in parte della narrativa autofinzionale o pseudo-documentaria, la rinuncia alla costruzione narrativa diventa quasi un programma ideologico. Libri come Acido solforico di Amélie Nothomb, o certi testi di Michel Houellebecq come Piattaforma, pur diversissimi tra loro e spesso notevoli, mostrano come il disagio sociale e la disillusione possano diventare il vero protagonista del testo, fino a schiacciare l’evoluzione emotiva dei personaggi. Ancora più radicali sono certe derive del cosiddetto “dirty realism” americano, in cui l’ossessione per il vuoto quotidiano produce opere volutamente anaffettive, quasi anestetizzate[1]. Naturalmente esistono eccezioni altissime: Cormac McCarthy, per esempio, racconta un mondo devastato in La strada, ma riesce comunque a mantenere una tensione morale e umana profondissima. È il segno che il problema non è la crudezza in sé, ma il momento in cui essa diventa maniera.

Dall’altro lato, l’iperestetica è l’opposto speculare. Qui, la forma diventa protagonista indiscussa, tanto che i personaggi e le storie sembrano scomparire sotto il peso della bellezza formale e della complessità strutturale. Il lettore viene spinto a contemplare la maestria dello scrittore, il suo controllo magistrale sulla parola, ma a scapito di un’autentica immedesimazione. Le arguzie letterarie diventano il centro dell’attenzione: giochi linguistici, riferimenti colti, architetture narrative elaborate che, invece di arricchire il testo, rischiano di soffocarlo. Se, come dice Adorno, esiste una forma del contenuto, qui la forma è svuotata di significato e si limita a essere esibizione di bravura stilistica. Il lettore, anziché perdersi nel mondo narrativo, si ferma continuamente a riflettere sulla complessità del linguaggio, quando non addirittura nel tentativo di decifrarlo, allontanandosi emotivamente dai personaggi e dalla storia.

Anche qui gli esempi sono illuminanti. Alcuni romanzi postmoderni degli ultimi decenni sembrano costruiti più per essere ammirati che vissuti. Opere come Infinite Jest di David Foster Wallace o L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon rappresentano vertici straordinari di intelligenza narrativa, ma in alcuni lettori generano anche una sensazione di continua distanza, come se il testo chiedesse di essere decifrato più che abitato emotivamente. In Italia, certe imitazioni superficiali del postmodernismo hanno prodotto romanzi in cui l’accumulo di citazioni, metaletteratura e virtuosismi linguistici sembra servire soprattutto a dimostrare la cultura dell’autore. Persino libri magnifici come Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino mostrano il rischio implicito dell’iperestetica: quando il meccanismo narrativo diventa troppo visibile, il lettore può smettere di credere all’esistenza dei personaggi e vedere soltanto l’ingranaggio letterario. Ma anche qui conta la misura: Calvino riesce spesso a trasformare il gioco intellettuale in emozione autentica, mentre molti epigoni si fermano al puro artificio.
Un esempio molto calzante è Alessandro Baricco, che soprattutto in opere come Castelli di rabbia esibisce una scrittura che si fa continuamente spettacolo di se stessa: frasi musicali, immagini suggestive, trovate narrative brillanti, personaggi eccentrici, atmosfere sospese tra fiaba, cinema e teatro. Il lettore è spesso sedotto dalla superficie stilistica, dal ritmo, dall’eleganza dell’affabulazione. Ma proprio questa continua ricerca dell’effetto rischia di svuotare le sue opere di una vera necessità umana ed emotiva. Rimane la sensazione di assistere a una grande esibizione di talento verbale, in cui la bellezza della frase finisce per sostituire la profondità dell’esperienza narrata. Non è un caso che parte della critica abbia accusato Baricco di trasformare la letteratura in un raffinato artificio estetico: una macchina narrativa affascinante, capace di ipnotizzare il lettore, ma spesso priva di autentico peso umano sotto la brillantezza della superficie.

In entrambi i casi, sia nell’antiestetica che nell’iperestetica, questa parte della letteratura contemporanea sembra spesso mancare l’obiettivo principale della narrazione: permettere al lettore di identificarsi con i personaggi e vivere, attraverso di loro, le contraddizioni dell’esistenza. Il rischio concreto di queste correnti senza manifesto è quello di distogliere l’attenzione dal nucleo vitale del racconto – l’umano, nella sua complessità, debolezza e forza – per concentrarsi su aspetti superficiali: l’urgenza di denunciare a tutti i costi, nel caso dell’antiestetica, o l’ostentazione di una maestria autoriale, nel caso dell’iperestetica.
Il paradosso è che entrambe le tendenze tradiscono, in modo diverso, l’essenza stessa della letteratura: la sua capacità di farci vedere il mondo attraverso gli occhi di qualcun altro, di farci sentire emozioni e pensieri altrui come se fossero nostri. La letteratura non può ridursi né a una cruda registrazione della realtà, né a un esercizio di stile fine a se stesso. Come suggerisce Walter Siti, deve invece restare uno strumento per scandagliare l’umano, e questo può avvenire solo attraverso la creazione di personaggi vividi, che non siano meri veicoli di idee o denunce, ma individui complessi, pieni di contraddizioni. Esseri umani, insomma.

La sfida della narrativa contemporanea, dunque, è ritrovare un equilibrio tra queste due tendenze estreme. Non si tratta di scegliere tra forma e contenuto, ma di far sì che la forma serva a rivelare il contenuto, non a nasconderlo o deformarlo. Solo così la letteratura può tornare a essere quella forza che, lavorando lentamente nel tempo, scava nel profondo delle nostre vite e delle nostre anime, creando non solo empatia, ma anche riflessione, trasformazione. E futuro.

Brando Togni


[1] Per esempio alcuni testi di Bret Easton Ellis, soprattutto Meno di zero, portano il minimalismo emotivo fino a una sorta di anestesia morale: personaggi svuotati, dialoghi volutamente piatti, sesso, droga e violenza raccontati con una freddezza quasi clinica. L’effetto è potentissimo, ma anche volutamente alienante. Anche Jay McInerney, in Le mille luci di New York, lavora su una percezione frammentata e disillusa della realtà urbana, in cui il protagonista sembra galleggiare nel vuoto emotivo della metropoli contemporanea. Un altro caso interessante è Denis Johnson con Jesus’ Son: il degrado, la dipendenza e la marginalità diventano materia narrativa quasi allucinata, ma raccontata con un tono dimesso, sporco, antiretorico. Johnson però riesce spesso a evitare il puro nichilismo grazie a improvvise aperture liriche e umane. E poi c’è Raymond Carver, spesso considerato il padre nobile del dirty realism. In racconti come quelli di Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, la sottrazione emotiva è centrale: vite minime, dialoghi interrotti, relazioni esauste. Ma Carver, a differenza di molti imitatori, lasciava filtrare sotto il silenzio una disperazione autenticamente umana. Il problema nasce soprattutto con gli epigoni, come Chuck Palahniuk e Frederick Barthelme, quando la piattezza diventa formula e il vuoto esistenziale viene semplicemente esibito invece che interrogato.
Non voglio però essere frainteso: il dirty realism, nelle sue opere migliori, non è anti-letterario né superficialmente “sporco”. È, al contrario, una forma di estrema precisione morale. È la sua banalizzazione successiva ad aver prodotto molti romanzi in cui il disagio viene mostrato senza essere davvero trasformato in esperienza narrativa.

 

 

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