Anton Čechov – Il fiammifero svedese

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Tra le pieghe del vastissimo repertorio di Anton Čechov si nasconde una piccola gemma che sorprende per tono e struttura: Il fiammifero svedese, racconto breve che gioca con i meccanismi del neonato genere giallo, per poi capovolgerli con ironia disarmante. Pubblicato per la prima volta nel 1884 con lo pseudonimo di A. Čechonté, questo testo rappresenta un esperimento narrativo curioso: un ibrido tra parodia e omaggio ante litteram al romanzo poliziesco (Poe l’aveva inventato nel 1841, Émile Gaboriau l’aveva utilizzato nel 1866 ma Conan Doyle avrebbe fatto esordire Sherlock Holmes solo tre anni più tardi).

L’intreccio si apre in perfetto stile investigativo: un uomo scompare, sembra che un cadavere sia stato occultato, una stanza sembra custodire un segreto impenetrabile, e un minuscolo indizio – il fiammifero svedese del titolo –  dà il via all’indagine. Tutti gli elementi del genere ci sono: l’investigatore, i sospettati, le piste da seguire, le false ipotesi. Ma l’intento di Čechov non è affatto quello di glorificare l’arte deduttiva; au contraire – come direbbe Poirot – Il fiammifero svedese si diverte a smontare pezzo per pezzo il meccanismo del giallo classico, mostrando quanto facilmente l’intelligenza investigativa possa scivolare nel ridicolo.

Con il suo inconfondibile tocco umoristico e una scrittura asciutta ma densa di sottintesi, Čechov costruisce un racconto che diverte proprio perché sfugge alle aspettative. Il lettore, come il personaggio dell’inquirente, è portato a credere che il mistero s’infittisca, mentre in realtà la soluzione – quando arriva – è tanto banale quanto grottesca. In questo senso, Il fiammifero svedese non è solo una storia gialla, ma una riflessione sulle trappole dell’apparenza e sull’eccesso di razionalizzazione, il tutto immerso in un’atmosfera che oscilla tra il comico e l’assurdo. Insomma, un requiem per il romanzo giallo era già stato scritto, anche se di tutt’altro carattere, una settantina d’anni prima della Promessa di Friedrich Dürrenmatt, e prima ancora che il genere avesse una definizione e fosse codificato

Leggere questo racconto oggi significa anche confrontarsi con l’intelligenza di uno scrittore che, pur giovane, aveva già capito come sovvertire le regole di un genere, senza mai abbandonare l’umanità – e l’ironia – che rendono indimenticabile ogni sua pagina.

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Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha insegnato presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse altre scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. Ha collaborato con il notiziario “InPrimis” con la rubrica “Pagine in un minuto” e con il blog della scrittrice Barbara Garlaschelli “Sdiario”. Ha pubblicato il romanzo “I predestinati” (Prospero, 2019) e ha curato le antologie di racconti “Oltre il confine. Storie di migrazione” (Prospero, 2019), “Anch'io. Storie di donne al limite” (Prospero, 2021), “Ci sedemmo dalla parte del torto” (con Viviana E. Gabrini, Prospero, 2022), “Niente per cui uccidere” (con Viviana E. Gabrini, Calibano, 2024) e “Trasformazioni. Storie dal pianeta che cambia” (con Giovanni Peli, Calibano, 2025) e "Niente da salvare" (con Fiorenzo Dioni, Calibano, 2026). Svariati suoi racconti sono presenti in antologie, riviste e nel web.

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