Antonia Buizza – L’abito giusto

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Con tanta gioia
Gregorio e Cecilia
annunciano il loro matrimonio
che sarà celebrato
Sabato 10 Aprile
alle ore 16.00
presso la chiesa Parrocchiale di Remengo

***  

Dopo la cerimonia
gli sposi saranno lieti di intrattenere parenti e amici
presso Villa Fasani
 di Remengo

***

Ci sentiamo già ricchi di amore! Ma se desiderate dare il vostro contributo al viaggio di nozze, ecco il nostro Iban:
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Puntuale come la morte, è arrivata la partecipazione: carta ruvida, stampa sobria ma raffinata e quei due nomi, Gregorio e Cecilia, con tutta la loro noblesse.
Nomen omen, dicevano gli antichi, e con chi poteva accoppiarsi una Cecilia, se non con un Gregorio? Un Luca o un Marco non avrebbero fatto la stessa figura, fatta salva l’eventualità che il nome plebeo fosse seguito da un secondo, del tipo Marco Aurelio, che fa anche un po’ impero.
Comunque mia cugina è stata segnata, sin dal battesimo, dallo stigma della superiorità. Benché le nostre madri fossero sorelle, la zia Erminia ha sempre ambito alla distinzione, mentre mia madre ha preferito distinguersi per un padano senso pratico.
«La battezziamo Lia, così facciamo prima a chiamarla!» aveva decretato dinnanzi al parroco.
E Lia fui.
Io e Cecilia siamo praticamente coetanee. Abbiamo condiviso l’infanzia e Ciccio Bello, perché lei ne possedeva due: quello orbo di un occhio toccava a me e io provavo una struggente tenerezza per il bambolotto sfortunato, concessomi in comodato d’uso. Probabilmente risale ad allora la mia perversa propensione per i casi umani, culminata non più tardi di un anno fa nell’incontro con Marco (senza Aurelio). Pittore di talento e bidello a tempo perso, ha lavorato per un anno nella mia scuola, conquistandomi con un bicchierino di caffè al ginseng che mi ritrovavo quotidianamente sulla cattedra. È stata una relazione tormentata come i suoi quadri, che ho regalato a Natale a tutti i parenti, fino al terzo grado. L’idillio si è spezzato durante una ricreazione, quando ho trovato Marco nel bagno dei professori avvinto a una studentessa di quinta. A nulla sono valse le sue spiegazioni sul fatto che le stava illustrando Il bacio di Klimt.
La partecipazione al matrimonio di Cecilia è, quindi, la degna conclusione di quest’anno da schifo.
Dopo Ciccio Bello, infatti, le nostre strade si sono divise: io ho frequentato la scuola media del paese e il liceo statale di Rovato, altresì detto refugium peccatorum; lei si è iscritta all’istituto delle suore Orsoline, dove è sbocciata fra lodi mattutine e veli bianchi. E mentre lei si trasformava in Barbie Fiore di Pesco, io rimanevo ferma alle dimensioni degli Exogini, che saranno anche dei supereroi ma hanno le dimensioni di un Puffo. Così io caracollo ogni santa mattina fra i corridoi scrostati del refugium peccatorum, cercando di stare nel chill, e Cecilia Fiori di Pesco veleggia in un camice inamidato sul lindo pavimento della clinica più esclusiva della città, dispensando sorrisi ed elettrocardiogrammi.
Dicono che con l’età le donne alte ingobbiscono e denunciano tutti i loro anni: chissà… aspetterò. Intanto, però, il matrimonio mi attende e, se non ne esco indenne, so già che dovrò investire il mio magro stipendio in lunghe sedute di psicoterapia. Il che significa che devo trovare un accompagnatore decente, perdere almeno tre chili e, last but not least, indossare un abito wow.
Per cominciare: digiuno intermittente, cyclette tutte le mattine e proteine come se non ci fosse un domani. Devo solo resistere un mese e poi mi rifarò al banchetto.
L’accompagnatore non è un grosso problema: chiederò ad Assoni, il collega di matematica, che non mi dirà di no, soprattutto se entrerò in Commissione Continuità al posto suo. È vero che è un po’ gay, ma non si nota troppo e fa la sua figura.
Il problema serio è il vestito: cosa può indossare un Exogino?
Scrollo compulsivamente il cellulare alla ricerca di qualche spunto. Pantaloni o abito? Lungo o corto? Colori pastello o decisi? Ho così tante idee in testa, ma nessuna mi sembra quella giusta. Non mi preparo per il refugium peccatorum, dove già indossare i mocassini è un segno di distinzione, vado a un matrimonio chic e non posso sbagliare! Mentre saltello fra un video sulle tendenze primavera-estate e uno sugli outfit da cerimonia, sfoglio Io Donna e Marie Claire prese a prestito da mia mamma, ma riesco solo a vedere modelle alte e flessuose, troppo simili a Cecilia.
Prendo il telefono e chiamo Rossella, che fra le mie quattro amiche è la più fashion victim. Non vede l’ora di farmi da personal shopper e così ci diamo appuntamento per il fine settimana: faremo un giro in centro e poi una puntata all’outlet.
Immergersi nella moda contemporanea, per una come me che indossa ancora i jeans che portava al liceo, è un’esperienza surreale. Scopro che tutto è di moda, basta solo essere nella vetrina giusta. Scortata da Rossella, entro ed esco dai camerini, in cui luci impietose e specchi traditori mi rimandano tutta la miseria del mio corpo stagionato in mutande e calzini. Provo completi color prugna, che pare essere il colore irrinunciabile di questa stagione ma che mi dà un’aria da sposa cadavere. Ritento con abiti larghi che nascondono la pancetta, ma che mi fanno sembrare una primipara attempata. Scopro i pantaloni a palazzo, comodi come una tuta, ma dentro i quali mi sento l’ottavo nano. Esausta, ma non vinta, trascino Rossella all’outlet ed entro nel negozio di un marchio che, la mia amica me ne rassicura, è di tutto rispetto. Si deve trattare di una griffe rinomata, perché i prezzi sui cartellini mi causano un principio di mancamento. Determinata a uscire dal negozio con un sacchetto fra le mani, mi infilo in un abitino attillato: Rossella mi guarda e annuisce con convinzione. L’ho trovato! Ovviamente devo usare un po’ di immaginazione: sostituire mentalmente gli anfibi che indosso, con scarpe col tacco, nascondere la pancia dentro una bella guaina contenitiva e riempire i vuoti con un push up ben strutturato.
Finalmente posso tornare a casa con il mio sacchetto e dormire il sonno del giusto.
La notte, però, porta consiglio e al mattino mi risveglio fermamente decisa a provare il mio acquisto davanti allo specchio di casa. L’effetto è sconfortante. Non mi sta male, per carità, ma questi abiti di moda, con tanto di griffe stampata, mi mettono a disagio: non sono più io. Questo travestimento mi potrà valere il plauso degli altri invitati, ma io non ce la posso proprio fare a camuffarmi da zoccola modaiola.
Accarezzo seriamente l’idea di rinunciare: una bella influenza non si nega a nessuno. Del resto che senso ha che io vada? Per trovarmi dinnanzi a tutta la mia pochezza (metaforica e letterale)? 
Ansia da prestazione, direbbe la mia terapeuta, che è poi il problema della mia vita: tutta colpa di mia mamma che, non contenta di avermi imposto un nome plebeo, mi ha cresciuta a suon di “hai fatto solo il tuo dovere” e “potresti fare meglio”.
Ci metto una bella pietra sopra: sono un po’ triste, ma anche sollevata. Chi si accorgerà della mia assenza, fra le decine di invitati che popoleranno la chiesa? Che contributo potrei dare all’evento (tanto il bonifico sull’iban lo farò comunque)?
Ho deciso di alzare bandiera bianca, ma il cartoncino della partecipazione continua a occhieggiarmi dalla mensola della cucina. E se a quella cerimonia il destino avesse in serbo per me una sorpresa? Se incontrassi l’uomo della mia vita? Magari un bel cardiologo, serio e rassicurante, perché con gli artisti ho chiuso.
Così ci riprovo: ho capito che la moda non fa per me e telefono a mia mamma. Vado da lei nel pomeriggio e la trovo, come al solito, intenta a comandare a bacchetta la povera Olga, una e trina perché è colf, infermiera e badante. Saluto e poi mi tumulo in cantina, il paradiso della mia infanzia, scrigno di tesori che farebbero la fortuna di qualunque rigattiere. Ritrovo un’annata del Giornalino, che mia mamma mi comprava la domenica dopo la messa insieme a Famiglia Cristiana, ecco le mie bambole, i libri di papà, un paio di vecchi sci, un sacco a pelo e, finalmente, quello che cercavo. In uno scatolone da cui si sprigiona un lezzo penetrante di naftalina, trovo una montagna di vecchi abiti, quelli che mia madre non ha avuto cuore di donare alla Caritas e che, a partire dagli anni sessanta, ha archiviato diligentemente nella speranza di ritornare nella vecchia taglia.
Fra tuniche fiorate e tailleur bon ton, ecco l’idea giusta! Un abitino nero con un colletto bianco e un gran fiocco di raso. Ha le mezze maniche e mi arriva più o meno al ginocchio. Sembrerò una collegiale fuori tempo massimo, ma pazienza: è fatto per me! Il problema è un altro: si può indossare il nero a un matrimonio? Già immagino l’occhiata di disapprovazione e compatimento che mi lancerà zia Erminia. E che penseranno di me gli altri invitati? Ecco la cugina campagnola della sposa! Il dilemma è lacerante: indossare l’idea giusta anche a prezzo del pubblico ludibrio oppure cercare altro? Nonostante anni di psicoterapia, il giudizio degli altri mi pesa come un macigno. Inutile dire che la colpa è sempre sua, della vecchietta che tiranneggia Olga al piano di sopra. 
Eppure stavolta non ho intenzione di rinunciare all’idea giusta per compiacere il gusto di zia Erminia: questa volta mi concederò il lusso di essere politically incorrect. E chissà che non sia solo la prima di molte altre volte!
Con il mio tesoro fra le mani, salgo le scale, saluto mamma e la Santa Sgubito Olga e torno nel mio appartamento. Con la bocca piena di spilli, provo l’abito: continua a piacermi, però non è ancora perfetto. Mia mamma è un po’ più alta di me e devo necessariamente accorciarlo: non troppo, solo quel tanto che basta per dargli la giusta proporzione.
Incomincio a lavorare di spilli e imbastisco un orlo. Potrei finire subito il lavoro, ma decido di lasciarlo decantare un po’.
Trascorsi alcuni giorni di stand by, lo specchio di casa mi conferma che ho fatto la scelta giusta e che posso procedere con l’orlo definitivo. A questo punto prova generale: calze velate, scarpe Mary Jane da educanda e borsetta a mano ripescata nell’armadio di mamma. Mi piange il cuore, ma un particolare mi disturba: il fiocco di raso nero. Devo toglierlo. Amo i fiocchi, sin da quando ero bambina: so benissimo che è di troppo e che senza sarei perfetta, ma è dura sacrificare un particolare che mi piace in nome dell’equilibrio.
Mi faccio forza, brandisco le forbicine da unghie e, un filo alla volta, taglio il fiocco incriminato. Lo salvo in un cassetto di cianfrusaglie: magari mi tornerà buono per un altro vestito.
Ora tutto è come deve essere e il gran giorno arriva: fresca di parrucchiera ed estetista, indosso il mio abito d’altri tempi e aspetto il mio cavaliere. Un bagliore dal cellulare mi avvisa di un messaggio: è di Assoni, mi comunica che è in pronto soccorso per una colica renale e che non potrà accompagnarmi. A questo punto faccio una smorfia, poi sorrido e infine mi metto a ridere: l’avevo detto che era un anno da schifo.
Mi raddrizzo in tutto il mio metro e cinquanta, prendo la borsetta ed esco di casa: di che cosa devo avere paura? Dopotutto sono un Exogino!

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Antonia Buizza è nata a Brescia nel 1972 e ha trascorso tutta la sua vita a scuola, passando senza interruzioni dal banco alla cattedra. Attualmente insegna lettere in una scuola media della Franciacorta. Ama leggere, passeggiare e sbirciare dentro le finestre altrui, da dove nascono molte delle sue storie. Nel 2017 ha pubblicato la sua prima opera, “Fuori fa bel tempo”. Alcuni suoi racconti sono apparsi sulla rivista letteraria Inkroci e nelle raccolte “Oltre il confine”, “Anch’io. Storie di donne al limite” e “I racconti della Leonessa”. Recentemente ha partecipato alle antologie “Ci sedemmo dalla parte del torto”, “Niente per cui uccidere” e “Trasformazioni. Storie dal mondo che cambia”.

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