Racconto inedito di Davide Rissone – Petto d’anatra laccato

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Me ne sto sdraiato sul letto mentre mia moglie è di là, in cucina, con il ragazzo delle ripetizioni. Da quando ci siamo trasferiti ha deciso di rimettersi a studiare. Si è iscritta a matematica ma, a detta sua, non ci capisce un bel niente.
Alla sera, quando ci sediamo a tavola, mi racconta delle lezioni che ha frequentato, e io non riesco a seguire una sola parola: sono un cuoco, non un matematico. Mastico velocemente per far durare l’operazione il meno possibile, ma lei, con ancora tra i denti un boccone di carne, prende a parlare di calcoli, funzioni, differenziali, campi d’esistenza e domini; poi attacca la verdura, spezza il pane e ricomincia. Io in dieci minuti ho finito. Sparecchio la mia parte, tiro l’acqua del rubinetto e mi riempio il bicchiere. Bevo tutto d’un sorso, restando di schiena, mentre lei, entusiasta, prosegue con i numeri complessi, le parti immaginarie e l’arco tangente al limite di qualche cosa. Rimango voltato anche dopo aver finito di bere, con il bicchiere stretto tra le mani. Sento grattare il piatto con la punta della forchetta: ha quasi finito. Mi risiedo, le piazzo il bicchiere vuoto davanti al piatto e osservo le sue labbra aprirsi e richiudersi, sputando  particelle di cibo appena masticato e sinusoidi, integrali, variabili dipendenti, rami di iperbole.
Una volta era bellissima, da togliere il fiato. Be’, non dico che sia diventata brutta tutto d’un colpo. Ha quarant’anni ed è ancora una donna attraente, che molti giudicano seducente. Sì, la definiscono seducente, e li capisco. È alta, i capelli sono folti e sani, del colore del miele di castagno e il suo fisico, nonostante non faccia molto al riguardo, sta vincendo la corsa contro il tempo. La forza di gravità sembra snobbarla, come se per lei non fosse ancora giunto il momento di sottomettersi alle leggi della fisica. Le sue taglie sono prossime al classico novanta-sessanta-novanta e, da quando la conosco (quindici anni il prossimo giugno), non sono mai cambiate. Le sue labbra sono carnose e la pelle è liscia e morbida, nonostante non la veda quasi mai applicarsi creme, se non quella da notte. Non saprei spiegare perché non riesco più a trovarla attraente: da quando si è licenziata dal ristorante in cui lavoravamo insieme e ha deciso di prendersi un anno tutto per sé, ha inaspettatamente perso parte del suo fascino. Non riguarda il suo fisico: ha a che fare con il suo atteggiamento; con il suo modo di stare al mondo.
Questo concetto non l’ho mai afferrato del tutto, ma il sous-chef del ristorante nel quale lavoro ne parla sempre, riferendosi ai clienti. Una sera mi ha detto: «Vedi quella coppia là, al tavolo nove? Hai visto cos’hanno ordinato? È chiaro, no? Se prendi il petto d’anatra laccato, devi rivedere il tuo modo di stare al mondo».
Io annuisco sempre quando se ne esce con frasi dele genere, ma non capisco mai che cosa intenda dire. Non credo che la scelta di un piatto dica più di tanto riguardo a una persona. Che cos’ha di diverso il tizio del petto d’anatra da quello delle tagliatelle profumate d’autunno? O la donna della tagliata al sale rosa dell’Himalaya dal tipo dei ravioli liquidi di piccione?
La sera in cui mi indicò la coppia del petto d’anatra io vidi solo un uomo e una donna: lui sui quarantacinque anni, ben vestito, elegante ma non troppo; lei appena più giovane, molto bella, questo lo ricordo, senza trucco sugli occhi, i capelli raccolti in un elegante chignon e un abito sobrio, color panna, a fasciarla alla perfezione. Erano ambedue intenti a mangiare con gusto, come è consuetudine fare nel nostro ristorante. Se la memoria non mi inganna, lui ad un certo punto le ha anche afferrato la mano.
Ma il mio sous-chef, quella sera più di altre, insistette perché guardassi con maggiore attenzione, perché era chiaro: quei due dovevano rivedere il loro modo di stare al mondo. Eppure io, anche se non ebbi il coraggio di confessarlo, continuai a vedere solo una coppia che mangiava con tutta calma, forse lui un po’ più in fretta di lei, e forse lei fissando troppo spesso il proprio piatto. Ma come biasimarla? Il petto d’anatra è una delle creazioni più coreografiche del menü. Consiste in un delicato petto laccato al miele al quale si lascia uno strato croccante e dorato di grasso, adagiato su un vero e proprio giardino di verdure secondo una disposizione nella quale, dal piatto nero, sbucano come per magia carotine, piselli, patate, germogli d’aglio, asparagi bianchi e fiori commestibili, il tutto annaffiato da una riduzione di frutti rossi macerati in aceto di ciliegie. Un vero e proprio giardino di primavera. Sublime alla vista come al gusto.
Lui, però, cogliendo la mia riluttanza, disse: «Sta a vedere».
Si avvicinò al tavolo con la scusa di chiedere se la cena fosse stata di loro gradimento e si intrattenne a conversare. Poi si congedò e rientrò in cucina. Io assistetti a tutta la scena, e quando mi chiese: «Adesso capisci?» dovetti ammettere la mia ignoranza.
«Ma come?», proseguì lui, «la fede della donna era appoggiata sul tovagliolo, e, quando le ho chiesto se le fosse piaciuto il petto d’anatra, le sono venuti gli occhi tutti rossi. A quel punto me ne sono andato. Avevo visto abbastanza».
Nonostante il sous-chef sia persuaso della bontà della propria teoria, io rimango della mia idea: chi mette piede in un ristorante come il nostro lo fa unicamente per mangiare bene e provare piatti fuori dall’ordinario. Quella definizione, però, “il modo di stare al mondo”, mi incuriosisce in maniera quasi morbosa: mi stuzzica, inducendomi a fantasticare; mi costringe a entrare nella vite delle persone, a curiosare un po’ in giro, in cerca di indizi. Una frase ripetuta, un’espressione del viso, un dettaglio qualunque in grado di farmi dire: “Ecco, quel tipo è così, quello cosà, quella coppia è felice, quell’altra in crisi, quello lì, con la camicia a quadri, tradisce la moglie, l’altro, sì, quello dal naso aquilino, beve di nascosto, e così via.
Quell’espressione mi si è appiccicata addosso come il grasso della pancetta alla padella, e mi ha condizionato. Quando ceno con mia moglie o la aspetto nel letto per fare l’amore, mi ritrovo a pensare che debba rivedere il suo modo di stare al mondo, per riappropriarsi del proprio fascino. Ma siccome non comprendo del tutto il significato del concetto, mi riduco a frugare nella nostra vita matrimoniale alla ricerca di un elemento capace di illuminarmi.
Lo faccio quasi tutti i giorni, ormai. Da quando ci siamo trasferiti lei non lavora: frequenta solo le lezioni. La mattina esce di casa molto presto per raggiungere l’università. Io esco un’ora dopo, passeggio per la città e rifletto. La immagino seduta tra i banchi, con una penna in mano e lo sguardo fisso sul professore di algebra, mentre parla di funzioni, logaritmi e cose così. Lei fa una fatica bestiale a seguire -così mi racconta-, per cui spesso si distrae e si mette a chiacchierare con gli altri. Questi sono quasi tutti ragazzi di venti, ventidue anni. Fa spesso delle pause sigaretta con loro, o si prende un caffè alla caffetteria del campus. Mia moglie non ha mai fumato in vita sua (quand’era molto piccola suo padre è morto di un cancro ai polmoni), e il caffè lo detesta. Ma da quando sono iniziati i corsi, compie entrambi i gesti con un certo gusto. Esce dall’aula e trascorre la mattinata con i suoi compagni a fumare e bere caffè. Me l’immagino felice in mezzo a tante vite in attesa di sbocciare, di schiudersi come un fiore.
Si infila la sigaretta tra le labbra, inspira a fondo chiudendo appena gli occhi per via del fumo, si riempie per bene la bocca e soffia tutto fuori, ma con grazia. Incrocia le gambe, beve un sorso di caffè e riprende a fumare, sorridendo a una battuta e appoggiando una mano sul ginocchio al suo fianco, per sostenersi. È così giovanile e bella! Nessuno pensa: “Cosa ci fa qui una donnamatura?”. No, ascoltano ogni parola intuendo che i vent’anni che li separa da loro sono un tempo incredibilmente florido di esperienze, aneddoti e epifanie dal quale può attingere a piacimento per intrattenerli.
Credo faccia questo mia moglie, la mattina.
Adesso se ne sta di là con quel tipo. È più giovane di lei, e la sua voce gracchia un po’. Io penso ai fatti miei, ma sento arrivare parole a me sconosciute: tangenti alla parabola, integrazione, calcolo differenziale, matrici. Mia moglie ad un certo punto, chiede: «Ti va un caffè, Luigi? E una sigaretta? Apri la finestra, così non si sente la puzza».
Io penso al mio sous-chef, a quando questa sera mi dirà: «Ecco…! Quei due laggiù, al tre… Credo ti sia chiaro, ormai: devono rivedere il loro modo di stare al mondo. Non hanno molta scelta a questo punto, non trovi?».
Io mi limiterò ad annuire, come faccio sempre.

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Davide Rissone
Narratore, laureato in sociologia, amante del noise-rock anni Novanta, quest'anno vive a Padova. Da un anno collabora con la rivista Alieni metropolitani dedicata al racconto postmoderno e con Alibi -Altrove letterario. È fondatore della corrente letteraria Iper-realismo-pop di cui è ideatore del manifesto. Il suo primo romanzo, Non così vicino al Paradiso, uscirà a breve per la casa editrice Lettere animate.