Lara Gregori – Un volo senza melodia

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Dicono che sia pazza.
Era arrivata una mattina di maggio, quando l’alba risentiva ancora dell’odore acre dei bombardamenti notturni e il cielo in collina era sporco di cumuli neri.
Gabriella stava lì, in mezzo alla via, a fissare la vetrina sprangata del vecchio negozio di Abou Farouq, il parrucchiere. Se n’era andato anche lui, qualche mese prima, stipando moglie, figli e canarini su un carro; l’avevano visto mentre piangeva per ogni chiodo saldato sulle croci di legno che chiudevano per sempre l’attività di una vita. Ma ormai Gerusalemme era diventata un cimitero che non voleva seppellire morti con gli occhi rivolti a La Mecca.
Chissà come aveva fatto Gabriella a raggiungere il vicolo, quella volta. Me l’ero chiesta spesso. La porta di Bab al-Khalil[1] a quell’ora era ancora serrata, ma lei era riuscita a entrare, lì, nella via laterale, con un martello e una voliera colma di canarini multicolori.
Lentamente aveva iniziato a togliere le assi e, quando la strada cominciava ormai a popolarsi di voci e lavori quotidiani, il negozio era aperto e in vetrina si vedeva la gabbia dei canarini cinguettanti, come quando lì dentro c’era ancora Abou Farouq. Di primo acchito si erano stupiti tutti, ma a Gerusalemme il tempo dello stupore dura quanto il fulmine di un temporale: è l’unico modo per andare d’accordo con la paura. E Gabriella Rosenberg, di fatto, era un’ebrea: era normale che potesse occupare il negozio di un arabo. Aprirà sicuramente qualche nuova attività, pensava la gente.
Ma questo non era successo: Gabriella aveva tenuto il negozio così com’era, con il sedile di legno da parrucchiere, uno specchio rotondo alla parete e i canarini in vetrina. Soltanto che lei, lì, dava lezioni private di violino.
Era brava come musicista, anche se le sue melodie parevano vibrare di una malinconia senza fine. Forse la colpa era dell’anima struggente del violino.
Dicono che già da bambina fosse una promessa, ma poi con tutta la famiglia erano dovuti fuggire dalla Germania, poco prima che la crudeltà europea nutrisse i campi di concentramento.
Gli esuli Rosenberg erano approdati a Gerusalemme quando ancora la città serbava un lembo di speranza. Fu allora che Gabriella conobbe Nabil, il figlio dei vicini arabi. Si erano sposati, contro il parere di tutti. Contro tutto.

«Mamma, cosa guardi alla finestra?». La voce assonnata di Irene, ferma alla porta, mi distoglie dai pensieri.
«Nulla, tesoro. Stavo guardando che tempo fa oggi». Mi allontano, chiudendo la tenda. Non voglio che Irene veda adesso. «Ti ho preparato il the. Fai colazione, piccola». Le allungo la tazza e una fetta di torta sul tavolo.
«Dopo, mamma. Prima devo portare l’acqua ai canarini. Sono tutti appollaiati intorno alla fontana. Dovresti vedere che belli!», mi dice con allegria, correndo al lavello.
«Va bene, Irene. Ma fai presto, ché il the si fredda». Sospiro, mentre la guardo allontanarsi dalla cucina.
Quando tornava da scuola Irene si fermava ogni sera al negozio di Gabriella, e si sedeva in vetrina, a fianco dei canarini, a contemplarla mentre impartiva le sue lezioni prima che calasse il tramonto. Forse è per questa ragione che Gabriella ieri sera glieli ha regalati.

Dicono che sia impazzita dopo che lui era dovuto fuggire con tutta la sua famiglia. La follia dell’amore. Ma prima di questa notte non aveva mai fatto un gesto che potesse dirsi pericoloso. Certo, sì, insegnava violino in un vecchio negozio di parrucchiere e ogni sera, al crepuscolo, liberava in volo un canarino alla porta di Bal al-Khalil, suonando sempre la solita aria, una ciaccona di Bach.
Dal municipio le avevano offerto più volte un sostegno economico per ristrutturare il negozio. Era rimasto il solo nella via, con quell’aria perduta. Intorno, ormai tutto luccicava di nuovo e il commercio stava diventando fiorente. A fianco del negozio di Gabriella aveva aperto persino una banca. Anche il direttore aveva provato a convincerla, promettendole una scuola di musica degna di quel nome. Ma lei aveva sempre rifiutato. Ė pazza, poveretta, pensava la gente, ma non durerà a lungo. Dicevano che ormai non avrebbe più potuto opporsi.
Ieri sera ha bussato alla mia porta.
«Buonasera signora Lubin. C’è Irene?», mi ha chiesto. Portava con sé una strana, grande voliera. All’interno, in una perfetta miniatura, trovava posto una casa di cemento, con dei gradini e una veranda. Tutt’intorno c’era un prato, un prato vero, con al centro una piccola fontana; al suo fianco, poco distante, si ergeva il germoglio di un pioppo. Un pioppo vero. Dentro, una decina di canarini cinguettavano senza sosta, forse spaventati da quel confino anomalo.
«Certo, signorina Rosenberg». Osservavo la gabbia e non sapevo che cosa dire.
Ha parlato a lungo con Irene, lì, ferma alla porta. La mia bambina si illuminava pian piano, guardando quella casa imprigionata, e ogni tanto assentiva, piegando concentrata il capo.
Poi Gabriella se n’è andata, lasciando la voliera sull’uscio.
«Ė mia. Me l’ha regalata», mi ha detto Irene.

Questa notte il negozio di Abou Farouq è bruciato.
Il negozio di Gabriella è bruciato.
Dicono che sia stata lei. Perché è pazza. Dicono che stanotte l’abbiano portata via, ad Haifa, a casa di alcuni parenti. Dicono che là ci sia una clinica dove possono curarla. Chissà perché l’ha fatto. Però, se ci penso, il fuoco a volte serve anche a serbare i ricordi, perché nulla potrà essere più come prima. Anche se lo restauri allo stesso modo.
«Mamma». Irene è tornata. La fontana dei canarini ora è piena. «Stasera, al tramonto, dobbiamo liberare un canarino alle porte di Bab al-Khalil», mi dice, con tono serio. «Lo dovrò fare tutte le sere finché non torna Gabriella, gliel’ho promesso. Lei è dovuta partire per un viaggio».
Il mio stupore dura meno del guizzo di un temporale. «Va bene, tesoro».
Forse Gabriella è soltanto pazza, ma stasera, al tramonto, un uccellino volerà ancora oltre le porte di Bab al-Khalil. Sarà un volo senza melodia.
Forse non è tutto perduto.

[1] Si tratta della Porta di Giaffa (in arabo: Bab al-Khalil – in ebraico: Sha’ar Yafo), posta sul lato lato occidentale di Gerusalemme, e ha alle spalle il Quartiere Cristiano.

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Lara Gregori
L'esperienza non è quello che succede a un uomo; è quello che un uomo realizza utilizzando quello che gli succede. (Aldous Huxley) Nasce straniera in terra straniera, nel giugno del 1968. A tre anni rientra in Italia, ma, forse perché cresce in una stazione ferroviaria, forse perché migrante di nascita, sviluppa una passione tenace per il viaggio, reale e sognato. Cerca l’amore, in ogni incontro che intreccia la sua vita. Qualche volta lo trova e assapora il senso della vita.