Miriam Bonetti – Bar Centrale

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Il Centrale era il bar storico del paese. Faceva breccia nelle mura che circondavano la piazza insieme al negozio agonizzante di un fruttivendolo e a una pizzeria da asporto. Gianluigi Cazzoletti, detto Gigi Cazzialtrui, aveva ereditato il bar dai suoi genitori. Molti anni prima, quando sua moglie era morta di parto portando con sé anche il figlio, aveva cambiato il nome al bar chiamandolo Aurora, come sua moglie. Mai operazione commemorativa aveva avuto minor successo, visto che per tutti era rimasto il bar Centrale.

Maria era stata per anni un’assidua frequentatrice della piazza. Sbucava dal vicolo e andava a sedersi su una delle panchine che contornavano la fontana: d’estate all’ombra degli ontani e d’inverno in pieno sole. Rimaneva lì per un po’ fino a quando suo marito Bepi, seduto accanto a lei su una sedia a rotelle, le faceva capire che era stanco e voleva tornare a casa.
Il povero Bepi era stato un cliente del bar Centrale. Sempre impeccabile nei suoi pantaloni di vigogna e nella giacca di tweed con le toppe sui gomiti, sembrava un vero signore di campagna. Lo sembrava solamente, perché, quando perdeva giocando a briscola, si alzava facendo stridere la sedia, buttava le carte sul tavolo e insultava il povero Pietro, suo vicino di casa e unico tra gli avventori del bar disposto a fare coppia con lui. Usciva dal bar sbattendo la porta e, una volta a casa, continuava il suo improperio contro Maria, e qualche volta le alzava pure le mani addosso. Così almeno era pronto a giurare Pietro.
Un pomeriggio di qualche anno prima Pietro era arrivato al bar con la notizia che il Bepi era stato portato all’ospedale d’urgenza per un ictus e che era in fin di vita. Ma non era morto. Era tornato a casa semi-paralizzato e arrabbiato con il mondo in generale e con Maria in particolare.
Da allora Maria aveva cominciato a frequentare la piazza, portando suo marito a prendere una boccata d’aria. Gigi si avvicinava alla coppia ogni giorno chiedendo: «Come va oggi, Bepi?». L’uomo rispondeva con un grugnito e Maria perentoria diagnosticava: «Oggi non è mica bello!», intendendo dire che non era una buona giornata e che non era aria. Allora Gigi tornava al bar e rimandava la carica al giorno dopo.
Erano passati tre, quattro, cinque anni. Nessuno sarebbe stato in grado di dirlo. Una mattina, Pietro era arrivato al bar con la notizia che il Bepi era morto. «Che liberazione per quella povera donna!», aveva aggiunto. «Con la malattia era diventato ancora più cattivo».
«Eh sì, non dev’essere stato facile accudirlo».
«Perché non parlava, ma quando voleva qualcosa si faceva intendere bene. Lanciava di quegli urli! E la Maria, come un cagnolino, gli andava dietro e lo serviva e lo riveriva».
«E cosa doveva fare, povera donna?», chiedeva Gigi.
«Ah! Fossi stato io, lo avrei messo al ricovero e me ne sarei dimenticato».

Maria per un po’ di tempo non si vide in giro. Pietro sosteneva che se ne stava in casa a leccarsi le ferite perché, per qualche insondabile mistero, lei al Bepi voleva bene.
Dopo qualche settimana, dal vicolo in fondo alla piazza spuntò una bella ed elegante signora. Capelli in piega, pantaloni blu, giacchina di un bel rosso acceso corta ai fianchi e scarpe col tacco avevano preso il posto dei soliti abiti da casa che usava indossare quando veniva in piazza col Bepi. Gigi la riconobbe solo quando venne a sedersi ad uno dei tavolini all’aperto.
«Buongiorno, Maria, che sorpresa! Come andiamo? Ti trovo bene.»
«In effetti sto bene, grazie» gli aveva risposto abbassando gli occhi e arrossendo un po’.
«Cosa ti porto?»
«Un cappuccino e una brioche, grazie».
Gigi era apparso qualche minuto dopo. «Ecco qua!», aveva annunciato appoggiando sul tavolo l’ordinazione. «Mi è dispiaciuto tanto per il Bepi. Va beh che era malato da un po’, ma non era mica vecchio. Quanti anni aveva?»
«Settantacinque», aveva risposto asciutta.
«Eh! Avrebbe potuto andare avanti ancora un po’», sospirò Gigi.
«No, per carità!», aveva esclamato Maria pentendosi immediatamente di quello sfogo. Bevve il cappuccino, pagò e lasciò Gigi a rimuginare su quell’ultima frase.
Il rito si era ripetuto identico per tutti i giorni a seguire: cappuccio, brioche e quattro chiacchiere con Gigi, che finalmente aveva ottenuto conferme su una serie di informazioni che mai era riuscito a verificare. Maria aveva quasi settant’anni e due nipoti di dieci e undici anni che aveva visto solo tre volte, perché i figli vivevano a diecimila chilometri di distanza. Quanto al Bepi, a nominarlo da vivo era proprio un bel capitale, per non dire di peggio.
«Gli ho anche voluto bene, io. Ma ultimamente era diventato un macigno. E per fortuna che se n’è andato, perché non ne potevo più», aveva aggiunto una volta.
«Maria, non dire così. Sono sicuro che il Bepi ti manca».
«Ma quando mai? Sai che bello non avere nessuno che urla e si lamenta? Non hai idea di che lusso sia venire a bere il caffè tutte le mattine e poter parlare con te in santa pace. Adesso il mio pensiero è per qualcun altro», aveva aggiunto serafica.
«E chi sarebbe? Qualcuno che conosco?»
«Certo, sei tu!»

Gigi, imbarazzato, si era girato verso il bancone fingendo di prendere qualcosa. Questa poi!
«Gigi, tu sai dove si va ballare?»
«Mah! Onestamente non saprei. Io sono sempre qui».
«Sai, quando ero giovane mi piaceva tanto andare a ballare. Cosa dici, potremmo andarci insieme una sera?»
Ci sta proprio provando, pensò Gigi, stupito che quelle avances venissero da una donna rimasta vedova da poche settimane e che fossero rivolte proprio a lui che, a venticinque anni dalla morte della moglie, ancora ne portava il lutto.
«Non saprei. Io non sono tanto uno che va ballare».
«Peccato!»
Maria aveva pagato e se n’era andata lasciandolo lì a rosolare.
Certo era decisamente piacente: non dimostrava gli anni che aveva e la conversazione con lei era sempre brillante. Ma Gigi aveva quindici anni di meno. Non ci sarebbe stato niente di male ad andare a ballare con lei, ma se avesse incontrato qualcuno che conosceva come si sarebbe giustificato? E che cosa si sarebbe detto in paese? Era vedova da così poco tempo! E lui era solo da così tanto! Non avrebbe nemmeno saputo da che parte cominciare, con una donna.
«Ehilà, Gigi, la consoli tu la vedova?», lo avrebbero preso in giro i suoi clienti. Oppure: «Finalmente ti sei deciso a farti una donna! Ma te la potevi anche scegliere un po’ più giovincella!»
A ballare non ci era andato, ma ogni mattina aspettava in ansia che Maria venisse a prendere il suo cappuccio.
«Per qualche giorno, Gigi, non mi vedrai», gli aveva annunciato una mattina di qualche settimana dopo.
Lui l’aveva guardata con aria interrogativa.
«Vado in crociera. Una settimana».
«Accidenti. E dove vai di bello?»
«Nel Mediterraneo. Grecia».
«E con chi vai?», si permise di domandare, punto dalla gelosia.
«Da sola. Si tratta di una crociera per single. Che dici, potresti venire anche tu?»
«Io? E come faccio col bar? A chi lo lascio? Dovrei chiudere»
«Non c’è nessuno che ti può sostituire per qualche giorno?»
«Ma senza preavviso…»
«E che sarà mai? Vedrai che, quando torni, i tuoi clienti li ritrovi tutti. Io torno di sicuro a fare la colazione», aveva ridacchiato.
Ma ovviamente Gigi non aveva abbassato le serrande e non era andato in crociera. Si era chiuso in un insolito mutismo e la cordiale accoglienza riservata solitamente ai clienti si era trasformata nella meno cordiale freddezza di uno che fisicamente era al bar e con la testa altrove.
«È disperato perché la Maria è andata in crociera da sola!», aveva buttato lì una volta Pietro. Gigi era arrossito fin sotto i radi capelli.
Finalmente la settimana finì. Gigi non vedeva l’ora che Maria tornasse. Aveva deciso di dirle che sarebbe andato a ballare con lei, che l’avrebbe portata ovunque avesse voluto e che non gli importava della differenza di età.
L’aveva scorta da lontano. Si era messo dietro il bancone cercando di fingere indifferenza. L’aveva tenuta d’occhio mentre attraversava la piazza. Era emozionato come quando aveva chiesto alla sua defunta moglie di sposarlo ed era talmente eccitato che non si era accorto del signore, brizzolato e abbronzatissimo, che la seguiva.
«Oh, Maria, bentornata! Passate bene le vacanze?»
«Oh, sì, molto bene!»
Il signore si era seduto al tavolino con lei. Gigi non aveva fatto in tempo a pensare: Che vuole questo?, che Maria aveva gli aveva detto:
«Il solito, Gigi, per due!»


Laura Gentili, nata ad Ancona, si trasferisce a Milano nel 2015 per intraprendere gli studi di Design al Politecnico di Milano. Dopo essersi laureata alla triennale in Design degli Interni, si rende conto che ciò che la affascina maggiormente di questo mondo è la parte che riguarda la grafica; per questo prosegue il suo percorso di studi in design della Comunicazione, per ampliare e approfondire ulteriormente le sue conoscenze del settore e diventare una professionista a trecentosessanta gradi.
Grazie al suo percorso di studi ha modo di interfacciarsi con diversi programmi di grafica, e si confronta spesso con l’illustrazione ai fini della realizzazione di infografiche o contenuti per bambini. Questo la porta ad appassionarsi all’illustrazione digitale.

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