6 agosto 2021
La notizia mi arriva come arrivano le cose peggiori: in ritardo, di traverso, senza preparazione. Una riga scorta di sfuggita, un nome che non dovrebbe stare lì. Stefano Di Marino. Morte. Suicidio.
La mente rifiuta l’ordine delle parole, come quando leggi una frase ben costruita ma il senso non tiene, non chiude.
La rileggo. Poi ancora. Come se, insistendo, potessi farla diventare un’altra cosa. Un errore di battitura, un omonimo, una di quelle bufale che nascono storte e muoiono in un pomeriggio (di quanti scrittori hanno annunciato la morte e invece era una fake news?).
Invece no. La notizia resta. Si siede. Incrocia le gambe. Aspetta, resoluta, indefettibile.
Stefano Di Marino era uno che nella mia testa non poteva morire così. Non per presunzione, non per retorica. Per struttura. Alcune persone hanno una solidità narrativa che ti fa credere che il mondo, prima di toccarle, ci pensi due volte. Lui era così: un autore che sembrava costruito per reggere l’urto, per attraversare i generi, le stagioni, le delusioni editoriali, le miserie del sistema. Uno che sapeva stare nella macchina senza farsi macinare del tutto.
E invece.
Quando leggo “suicidio” scatta il meccanismo giallo – riflesso condizionato, deformazione professionale, difesa emotiva. La mente comincia a cercare appigli: il dettaglio che non torna, l’angolo cieco, la parola riferita male nei comunicati, quel particolare obliquo che ti fa intravvedere la verità. Presunto, mi dico. Presunto suicidio. Come se bastasse l’aggettivo a tenerlo in vita ancora per qualche minuto. Come se la realtà fosse un romanzo mal congegnato, e io potessi correggerla con una nota a margine.
Ripenso a lui come personaggio – perché inevitabilmente lo faccio, ed è già una colpa. Uno che aveva scritto tutto: spy story, action, horror, avventura, western. Uno che aveva tenuto insieme il ritmo e la competenza, l’intrattenimento e la dignità. Nel ghetto del “genere” – parola che in Italia è sempre suonata come una scusa per non prendere sul serio un autore o un romanzo – Stefano Di Marino era considerato un gigante silenzioso. Uno che non alzava la voce, non faceva il santino di se stesso, non chiedeva indulgenze. Scriveva. Punto.
Ci siamo incrociati. Poche volte, ma vere. Non il networking da fiera, non il sorriso da corridoio. Scambi che lasciavano qualcosa. Una frase detta bene. Un consiglio che non aveva il tono del consiglio. Una generosità asciutta, priva di pedagogia. Non ti spiegava come si scrive: ti faceva capire che era possibile farlo senza barare. O barando in maniera esplicita, senza sotterfugi. Che non è barare, è fare il sempiterno gioco della letteratura.
Per questo la notizia mi scuote più del dovuto. Per questo mi prende impreparato. Perché non è solo la morte di uno scrittore che ammiravo. È la caduta di un punto fermo. Uno di quelli che, anche quando non lo frequenti, ti fanno pensare che sì, questo lavoro inutile, marginale, spesso ridicolo, può avere una sua etica. Può essere fatto bene. Può resistere.
Le cronache sono fredde. Dicono l’essenziale. Luogo, data, circostanze. Nessuna indulgenza, nessuna spiegazione. Come è giusto che sia, forse. È solo cronaca, dopotutto. Ma la cronaca non dice niente della persona. Non dice niente del vuoto che rimane. E il fatto che sia presente solo in cronaca, che non venga celebrato come invece accade con troppi scrittorucoli da salotto, lascia l’amaro in bocca: un indizio di fegato ingrossato.
Io, come molti, resto con le congetture, che non servono a nulla. Con la tentazione di cercare una causa narrativa a qualcosa che è solo realtà spiattellata in faccia senza delicatezza alcuna. Ma che delicatezza vuoi cercare nella morte?
Resto con l’idea infantile che uno così non dovesse finire in quel modo, come se il talento fosse un salvagente, come se la stima dell’ambiente proteggesse dalla notte. Che è sempre troppo buia. E che di anno in anno ti si stringe addosso, fino a soffocarti.
Poi arriva il momento in cui capisco che il giallo non porta da nessuna parte. Che non c’è colpo di scena, non c’è verità nascosta che possa rendere quanto è accaduto più accettabile. C’è solo un uomo che non ce l’ha fatta. Uno che aveva dato molto – al genere, ai lettori, a chi scriveva guardandolo come a un riferimento – e che a un certo punto ha smesso di reggere il peso.
Resta il vuoto. L’ingiustizia muta di un sistema che applaude tardi e sostiene poco. La consapevolezza che anche i più solidi possono cedere, senza fare rumore.
E restano i libri. Che non consolano, non spiegano, non assolvono. Ma testimoniano. Dicono: questo è passato di qui. Ha fatto il suo lavoro. L’ha fatto bene. E per un po’ – per chi l’ha letto, incontrato, ascoltato – ha reso il mondo un luogo più abitabile e meno straniero.
Non è poco. Non basta. Ma è tutto quello che abbiamo.





















