Heiko H. Caimi – Aspettando Lefty

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Gli uomini seguono solo chi regala loro illusioni.
Non ci sono mai stati assembramenti intorno a un disilluso.
(Emil Cioran)

Il bar si chiama The Blue Collar, ma dentro non c’è più nessun operaio da anni. Solo comparse in disoccupazione, camerieri con la voce da aspiranti cantanti e un paio di vecchi sindacalisti in pensione che parlano ancora come se Roosevelt fosse vivo. Io ci vengo dopo le prove, tanto per ricordarmi che esiste ancora un posto dove il whisky sa di carbone e non di marketing.
Mi chiamano Red Malone, ma il nome è più una condanna che un soprannome. Mio padre voleva un figlio con le idee chiare, e invece gli è venuto fuori un attore che non riesce nemmeno a pagarsi la metropolitana. Sto recitando in una nuova versione di Aspettavano Lefty. Off-Broadway, tre settimane di repliche se va bene, con l’illusione di dire ancora qualcosa che conti.
Mi siedo al bancone, ordino un bourbon economico, e vedo quest’uomo in giacca lucida – tipo pubblicitario o consulente comunale – che mi guarda come si squadra un cane randagio troppo vicino al piatto. «Ehi, tu sei Red Malone, quello dello spettacolo sui tassisti, giusto? Waiting for Lefty, no?» mi fa.
Annuisco. «Già. Siamo al Barrow Street. Piccolo ma dignitoso».
Sorride, come chi sta per spiegarti che il mondo, in fondo, funziona benissimo. «Sai cosa mi piace del tuo spettacolo? Che mostra quanto siamo andati avanti. Negli anni Trenta del Novecento volevano scioperare, oggi, cent’anni dopo, non serve più. Oggi discutiamo, negoziamo. È progresso. È civiltà».
Lo guardo, e per un momento mi sembra di avere davanti, in carne e ossa, l’articolo che ho letto questa mattina sul Times e che esaltava la figura del nuovo sindaco, l’uomo che parla di giustizia urbana e trasporti gratuiti come se fosse la reincarnazione di Che Guevara in giacca Armani. «Progresso, dici?» gli rispondo. «Sì, certo. Oggi lo sciopero è diventato spettacolo. Lo metti in scena, la gente applaude, poi torna a lavorare per il minimo sindacale. È questo il futuro?».
Lui ride. «Non essere cinico, Red. Guarda la città. Le metro notturne sono piene, ma sicure. Gli affitti sono più equi. È un mondo migliore. E guarda il teatro: il mese scorso hanno rimesso in scena The Cradle Will Rock. Ti rendi conto? Un musical socialista finanziato dal comune! È la prova che il sistema sa includere anche la critica».
Lo sapevo che l’avrebbe detto. La prova provata che la rivoluzione è inutile: basta rappresentarla. «Già» rispondo. «La rivoluzione con il permesso dei vigili del fuoco. Mi pare perfetta».
Lui si versa un gin, lentamente. «Ma non capisci? È questo il bello. Non serve più spaccare niente. Il nostro sindaco ci ha portati finalmente nel ventunesimo secolo: giustizia senza conflitto. Ti fa paura solo perché non puoi più fare il martire».
Mi metto a ridere, ma senza allegria. «Io sto ancora aspettando Lefty» gli dico.
Lui mi guarda confuso. «Aspettando chi?».
«Lefty. Quello che non arriva mai. Quello che doveva guidare lo sciopero. Ricordati. Odets lo fece sparire apposta, per dire che la speranza, quando diventa parola d’ordine, finisce morta in un vicolo. Tu invece credi che, se la metti in cartellone, diventa realtà».
Il tipo sorride, come a un bambino ritardato che non ha capito il gioco. «Ma la realtà è questa, Red. Se The Cradle Will Rock può andare in scena senza censure, se tu puoi recitare Lefty ed essere pagato per farlo, allora il sistema ha vinto. Ha integrato la protesta. È la pace sociale».
Mi giro verso di lui, lo guardo negli occhi, e vedo solo la calma dei soddisfatti. «Sì, ha vinto» dico. «Ma non su di me. Io non recito per il sistema. Recito per ricordare che la scena è tutto quello che ci resta quando la vita ci ha già licenziati».
Lui fa spallucce, beve il suo gin e si gira verso la televisione appesa sopra il bancone, dove un notiziario parla della nuova riforma dei trasporti urbani. Gratis per tutti, titola il sottopancia. Mi viene da ridere di nuovo, ma questa volta è una risata breve, secca. Come un colpo a vuoto.
Il barista passa a raccogliere i bicchieri. La porta si apre, e un soffio d’aria fredda porta dentro l’odore dell’asfalto bagnato. Penso che Lefty, da qualche parte, stia ancora cercando un taxi che lo porti alla riunione. E che noi, tutti quanti, siamo ancora qui ad aspettarlo.
Il tipo resta in silenzio per un po’. Si capisce che sta rimuginando su come chiudere il discorso con una battuta da vincente. La mastica, se la gira e rigira in bocca insieme al gin, poi la sputa con un sorrisetto: «Sai qual è la differenza tra te e me, Red? Io vivo nel presente. Tu, invece, sei ancora intrappolato in un copione del ’35». Mi lancia un’occhiata compiaciuta, come se avesse appena sferrato il colpo di grazia. E guarda il proprio riflesso nel bicchiere come un pugile soddisfatto che rivede al rallentatore il gancio destro che ha messo k.o. il suo avversario.
Io non dico niente per qualche secondo. Poi mi avvicino, il gomito sul bancone, il bourbon che mi brucia ancora la gola. «Può darsi» gli faccio. «Ma il bello dei copioni del ’35 è che li puoi recitare anche nel 2035, e sono sempre veri. Vuol dire che non siamo cambiati poi tanto. Solo che adesso il regista è il padrone e il pubblico applaude a comando».
Lui fa una smorfia, come se non avesse capito, o non volesse capire. Finisce il suo gin, si asciuga la bocca con la mano e guarda di nuovo la televisione. Sullo schermo passa la faccia sorridente del sindaco, che stringe mani in una stazione della metropolitana. Sotto, scorre una striscia in sovraimpressione: Nuovo piano di solidarietà urbana – trasporti gratuiti, affitti calmierati, assistenza all’infanzia.
Io butto giù quel che resta nel bicchiere. «Gratis per tutti» dico piano, più a me stesso che a lui, che evita di guardarmi e non mi risponde.
Mi alzo, infilo il cappotto e mi sento l’umidità addosso ancora prima di uscire. Fuori, Broadway è un fiume di luci e vapore. La pioggia riflette le insegne come se la città volesse specchiarsi nella propria coscienza ripulita. «If it’s got to be clean, it’s got to be Tide», dico fra me e me, se dev’ essere pulito, dev’essere Tide.
Cammino verso il teatro. Passo davanti a un cartellone: Aspettavano Lefty – una nuova produzione. Il mio nome è stampato in piccolo, quasi invisibile. Sotto, un sorriso fotografico della compagnia, tutti vestiti come nel ’35 ma con le facce di chi paga il mutuo.
Penso che la città, questa città, ha imparato a mettere in scena la propria disperazione meglio di qualunque attore. Ha trasformato il dolore in un format, la povertà in una parola che fa tendenza. Ogni problema è un trailer, ogni protesta un talk show.
Arrivo al teatro, entro dal retro. L’odore è sempre lo stesso: legno, trucco, gesso, sudore vecchio. I tecnici si muovono piano, come fantasmi. Mi cambio nel camerino formato mignon e guardo il mio volto nello specchio: ho gli occhi di chi aspetta ancora qualcosa, qualcosa che non arriverà.
Sul palco, il regista urla: «Cinque minuti al sipario!».
Mi viene da ridere. Cinque minuti! Cazzo, Lefty è in ritardo di un secolo!

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Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha insegnato presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse altre scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. Ha collaborato con il notiziario “InPrimis” con la rubrica “Pagine in un minuto” e con il blog della scrittrice Barbara Garlaschelli “Sdiario”. Ha pubblicato il romanzo “I predestinati” (Prospero, 2019) e ha curato le antologie di racconti “Oltre il confine. Storie di migrazione” (Prospero, 2019), “Anch'io. Storie di donne al limite” (Prospero, 2021), “Ci sedemmo dalla parte del torto” (con Viviana E. Gabrini, Prospero, 2022), “Niente per cui uccidere” (con Viviana E. Gabrini, Calibano, 2024) e “Trasformazioni. Storie dal pianeta che cambia” (con Giovanni Peli, Calibano, 2025). Svariati suoi racconti sono presenti in antologie, riviste e nel web.

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