Giorgio Olivari – Nenad

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Ieri la nonna è andata al paese e non è più tornata. Cosa è successo? Non lo so.
Alma dice di non preoccuparmi. Dice: «Non devi avere paura, Nenad[1]».
Ma io non ho paura: non sono mica piccolo. Sono solo un po’ triste. Lei è la mia sorella grande. Ha undici anni, che sono quattro più di me. Io sono l’ultimo arrivato. Mi rompe sempre per questa storia che lei è grande, perché è nata nel 1984. Questo numero lungo è il primo che mi ha insegnato a leggere sul muro della scuola: Sarajevo 1984.
È un vecchio cartello screpolato con sopra uno sciatore, e io quel posto non l’ho mai visto, ma la mamma dice che era molto bello, prima del disastro.
Anche il babbo un giorno se n’è andato senza più tornare. Ma lui stava facendo la guerra. Pure noi eravamo in guerra, ma i piccoli, le mamme e i nonni non portavano il fucile.
Stamattina i cetnici[2] erano tutto attorno alle case, ridevano fra loro e si salutavano con le tre dita.
Hanno bruciato il fienile mentre io, Alma, la mamma e Azir, mio fratello grande, fuggivamo nel bosco. Le oche stavolta non sono scappate, perché le avevano già rubate la prima volta che erano venuti al villaggio. Sulla strada polverosa ho visto la grande tartaruga, come alla televisione.
Cigolava come la ruota del pozzo, gemeva fortissimo ed era più grande degli uomini che le camminavano vicino. Azir l’ha chiamata carro armato, ma non sono sicuro che sia un carro: su quello del nonno si poteva caricare il fieno, qua non c’è spazio.
Poi ci siamo ritrovati alla fontana e qualcuno ha detto che dovevamo partire per la città. Abbiamo preso poche cose: io ho solo lo zainetto con dentro gli scacchi del nonno e il mio maglione preferito, anche se fa molto caldo. Papà ci avrebbe portati con la macchina, come per andare alla moschea, invece siamo dovuti andare tutti a piedi fino a Srebrenica[3].
Sento un po’ di fame e sono preoccupato per la nonna, anche se Azir dice che la ritroveremo in città.
Srebrenica è la città più grande che ho mai visto. E ci sono un sacco di persone, tutte per la strada. Non sappiamo dove andare e allora chiediamo in giro. Azir vede Nemanja, un ragazzo che conosce, e gli domanda se ha visto la nonna. Quello è enorme, come un gigante, e gli risponde male. Mio fratello allora dice: «Nemanja, bastardo». È una brutta parola, e questo lo so, ma lui è grande e, se l’ha detta, ci deve essere un buon motivo. Mio fratello è mingherlino ma non ha paura di nessuno.
Andiamo verso la piazza. Su un palazzo quasi distrutto qualcuno ha cancellato la scritta questa è Bosnia. Vicino hanno scritto: questa è Serbia!. Hanno sbagliato due volte: quello è il muro della biblioteca ed è scritto sul portone.
Qua non possiamo stare. Dobbiamo andare a nord, alla fabbrica. Là ci sono i soldati col casco blu e quelli ci daranno qualcosa da mangiare. Continuo ad avere fame.
Così siamo di nuovo in cammino. Mamma mi chiede se voglio salire un po’ in braccio, ma in braccio stanno solo le femmine e i bimbi piccoli. Sono stanco ma voglio camminare. Chiedo ad Alma di Nemanja. Mi dice che lui e Azir litigano sempre a scuola, perché a pallacanestro Nemanja non vuole farlo mai giocare, con la scusa che è basso e incapace. Ma mio fratello, anche se sembra più piccolo, ha quattordici anni!
Il sole è caldo nel cielo e la nostra processione è senza bandiere e senza imam. Non vedo le nuvole ma un temporale si rotola da qualche parte: i tuoni che arrivano fanno spavento.
«Quando arriviamo? Siamo già arrivati?» continuo a chiedere. Lungo la strada i fili sui pali dell’elettricità piovono sull’asfalto, e sul muro di una casa qualcuno ha lasciato un disegno: una testa senza pelle, senza occhi né capelli, e due ossi incrociati. Ho già visto quel disegno sulla scatola di ferro nella scuola, solo più piccola.
Nel bosco vicino alla strada passano uomini coi fucili. Salgono la collina in direzione del temporale. La mamma si avvicina e mi prende lo zaino. Non voglio che me lo tolga ma lei, senza farsi vedere dagli altri, nasconde tutti i soldi dentro la scacchiera e poi me lo rimette in spalla. L’odore di fumo è dappertutto.
Finalmente la fabbrica arriva, e la gente è tantissima. Ci sono un sacco di camion parcheggiati lungo la strada. Vedo anche i caschi blu. Non sembrano soldati: sono come grandi bambini, hanno la pelle chiara e pochi capelli ancora più chiari dentro gli elmetti. Hanno tutti lo stesso vestito. I soldati veri hanno barba e capelli lunghi.
Siamo stanchi, stanchissimi. Non ci fanno entrare. Ci sediamo sul prato, assieme agli altri. Un militare ci porta acqua nel cartone, per la sete, e pochi fagioli: sono meglio di niente. Azir se ne va in giro ma io e Alma dobbiamo stare con la mamma. «Nermina, Nermina», la chiama una signora lì vicino. Se io la chiamo così si arrabbia; non vuole: io devo chiamarla sempre mamma. Le donne parlano sottovoce, non capisco cosa dicono.
Arriva un gruppo di ragazze. Devono avere litigato perché hanno i capelli tutti sporchi e i vestiti molto stracciati, troppo anche per essere state al lavoro nei campi. Non piangono ma si capisce che non sono contente.
I cetnici vanno su e giù lungo la strada. Hanno delle camionette. Si dice che domani andremo via con la corriera. Non vedo più la strada, adesso: la gente è troppa e copre ogni cosa. I piccoli piangono, le donne piangono, ma io sono grande e non ho voglia di piangere.
Quando finalmente arriva il buio, il caldo se ne va. Si vedono i fuochi e sento odore di carne, ma la fame non scappa solo con l’odore. «Prova a dormire», dice Alma, e allora ci proviamo. Stiamo stretti stretti, uno sull’altro; io sono appiccicato a una donna che puzza di paura. Avrei voluto prendere gli scacchi del nonno per giocare, ma non riuscivo a muovermi, e forse poi ho sognato ma non ricordo cosa.
L’erba è umida e la luce del giorno nuovo ha spento i fuochi. Alma è sveglia e ha detto: «Preghiamo Dio». Così ho fatto; ma non credo che sia lo stesso Dio dei cetnici, e chissà se i caschi blu hanno un loro Dio.
Dentro la fabbrica c’è molto movimento. Siamo in fila sulla strada come un formicaio. Arrivano le corriere: sono come grandi bestie, con pance enormi. I soldati fanno salire le donne e i bambini. Tanti discutono e non vogliono montare. Spero che la nonna sia già salita, anche se nessuno l’ha ancora vista. Ci porteranno a Tuzla. È un lungo viaggio. Alma dice che è anche più lontano di Sarajevo.
Ma per fortuna non dobbiamo più camminare. Ora ci tocca salire e un soldato chiede ad Azir quanti anni ha. Mio fratello non risponde e la mamma dice: «Dodici». Questa è proprio una bugia, io lo so; ma se Nermina l’ha detta vuol dire che è necessaria. Anche l’uomo pensa che non è vero, perché dà uno schiaffo forte alla mamma. Vuole sentire la voce di Azir e gli richiede l’età: non si fida di una femmina.
Ora credo di avere paura, ora che Azir dice «Porco» al soldato e si getta contro di lui. L’uomo lo colpisce sulla bocca, e il sangue di mio fratello sporca il velo di Alma. Il cetnico allunga le braccia e prende Azir per la camicia, lo solleva e, sul braccio del soldato, leggo il numero: 1389[4]. Le labbra rosse di Azir urlano quattordici. «Quattordici, maiale, quattordici!». E io penso che coi numeri sono proprio bravo.
Sulla corriera non c’è più posto. Ci spingono verso un camion. Bisogna montare da una scaletta. Mamma urla, Alma piange. Io sto attento a non perdere lo zaino. Dentro il cassone siamo stipati e sopra sventola un telo, come un aquilone.
I cetnici parlano, i caschi blu ascoltano. Il cielo è pieno del fumo che esce dai camion mentre lasciamo la fabbrica.
La polvere vola dappertutto: solo il sudore la trattiene. È la prima volta che faccio un viaggio così lungo. C’è sempre tanto sole ma quel temporale brutto ci segue da vicino.
Quando siamo arrivati non ho capito. È una casa grandissima, e dentro ho visto i canestri appesi al soffitto. Avrei voluto chiedere a mio fratello di insegnarmi a giocare a pallacanestro, ma non si può: avevo scordato che Azir non c’era più.
Ci siamo seduti qua e là sul pavimento morbido e colorato, e la mia pancia si è ricordata di avere fame.
Le infermiere qua non portano il velo. Sono venute e hanno visitato i piccoli. Ci hanno dato delle mele e le ho sbucciate per mangiarle. Ho giocato un po’ con le bucce, poi, dopo, ho mangiato anche quelle. È stato difficile ma alla fine sono riuscito a dormire.
Oggi ho scoperto che qua parlano la nostra lingua. È una sorpresa, dopo un viaggio così lungo. Non proprio tutti però lo sanno fare.
Sono venute alcune persone a vedere come siamo accampati. C’è un uomo con la pelle nera che fa delle fotografie e un ragazzo che parla per loro. Vogliono fare delle domande alla mamma.
«Da dove arrivate? Dove sperate di andare?». Mamma accarezza Alma e guarda da un’altra parte. Mi sa che non vuole proprio parlare.
Allora il signore le sorride e le chiede se dopo la guerra torneremo a casa.
Mamma fa segno di no con la testa.
Perché ha detto di no? Perché? Io ci tornerò. Alla fine della guerra prenderò la strada giusta e andrò verso casa.
Cercherò Azir, troverò la nonna, il babbo sarà al villaggio, e non mi dimenticherò di loro.

L’esercito serbo-bosniaco riuscì ad entrare a Srebrenica l’11 luglio del 1995.
I maschi bosgnacchi dai 12 ai 77 anni furono separati dalle donne, dai bambini e dagli anziani, apparentemente per procedere all’evacuazion; in realtà vennero uccisi e sepolti in fosse comuni. I dati ufficiali parlano di oltre 8.372 morti.

[1] Nenad: nome che significa figlio inatteso, l’insperato.
[2] Cetnici: milizie irregolari nazionaliste serbe. Le tre dita: segno della croce serba ortodossa, può significare «Dio, patria e famiglia» o «Serbia, Montenegro e Bosnia».
[3] Srebrenica: città della Bosnia, zona protetta dall’ONU con tre compagnie olandesi di caschi blu.
[4] Icona dell’identità serba e dell’orgoglio nazionalista, il tatuaggio si riferisce all’anno 1389 in cui l’esercito ottomano sconfisse i serbi sulla Piana dei Merli.

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Giorgio Olivari
Giorgio Olivari è nato a Brescia nel giugno del 1964. Ha effettuato studi tecnici e svolge una professione legata all’industrial design e allo sviluppo di progetti. Dopo i primi quarant’anni da lettore scopre casualmente la scrittura. Uno scherzo della vita: l’iscrizione quasi per gioco a un corso di scrittura. Una scintilla che, una volta scoccata, non si spegne e diventa racconto, storie e pensieri, alcuni dei quali pubblicati dai tipi di BESA in “Pretesti Sensibili” nel 2008. La prima raccolta di racconti brevi, “Futili Emotivi”, è pubblicata da Carta & Penna Editore nel 2010, come premio per il primo posto al concorso Praeder Willi 2009.

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