Antonia Buizza – Amiche

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«Che ore sono?».
«Già le nove e un quarto».
«Che facciamo? Ordiniamo?».
«Direi proprio di sì! Mi pare che l’abbiamo aspettata anche troppo».
«Cheng! Tre cappuccini e tre brioche».
Il cameriere si materializzò al tavolino presidiato, come ogni domenica, da tre anziane signore.
«Come desidera le brioche?».
«Che dite, ragazze? Tutte vuote?».
Carla gettò un fugace sguardo di rimpianto alle frolle che, dietro la vetrina del bancone, esibivano un cuore di Nutella.
La risposta fu un sospiro di rassegnazione: «Certo… vuote».
Il cinese si allontanò, inghiottito dalla ressa domenicale. Avrebbe servito quei cappuccini e quelle brioche con orientale flemma: sapeva, per esperienza, che le clienti sarebbero rimaste ancorate lì fino all’ora della messa quando, rifocillato il corpo, avrebbero pensato a nutrire le loro anime.

«Che facciamo? La chiamiamo?». Emilia sfoderò dalla borsetta lo smartphone su cui campeggiava il viso grasso e imbronciato di un bambino di cinque o sei anni.
«Ditemi se non è bello il mio patatino?» domandò raggiante, contemplando il ritratto del florido nipote.
Fatti i doverosi apprezzamenti sull’aspetto quantomeno sano del pargolo, a dispetto delle discutibili qualità culinarie della nuora, le amiche tornarono a concentrarsi sul loro dilemma.
«Io non la chiamerei» fece Carla dogmatica. «Sono anni che ci troviamo la domenica alle nove per la colazione. Se arriva tardi, cara mia, significa che non le interessa più di tanto».
«Falle almeno uno squillo» la interruppe Laura. «Lo sappiamo tutte che negli ultimi tempi Bice non è più la stessa. Da quando le è morta la mamma…».
«Diciamo che un po’ strana lo è sempre stata» la interruppe Carla, che amava la puntualità. «Di disgrazie ne sono capitate a tutte: e anche se io non ho avuto il marito fuori e dentro dagli ospedali, e la mamma da accudire, non è che me la sia passata meglio con la mia diverticolite, cara».

«Io, comunque, sarei andata giù di testa con quella vecchia tiranna» fece Emilia, staccando finalmente gli occhi dal nipotino per scongiurare il rosario di malanni dell’amica. «E poi, ragazze, diciamocelo: cominciamo ad avere una certa età e la memoria non è più quella di una volta, se ne sarà scordata. Del resto non è mica più tanto giovane. Quanto ha? Ha già passato i settanta?».
«Eccome se li ha passati, cara mia. Toglile lo strato di fondotinta e ti accorgi che ha passato anche i settantacinque».
«C’è da dire che tutto quel trucco, alla nostra età, è un po’ fuori luogo», e Laura si guardò le unghie rosee e tagliate cortissime.

«Fosse solo il trucco! Ma avete visto come se ne va conciata in giro? Non dico vestirsi da nonna, ma quelle arlecchinate sono davvero troppo», e Carla si rimirò l’abito blu di lino, che le tirava un po’ sui fianchi, ma che faceva tanto Jackie O.
«Io rimango del parere che tutto dipenda dalla morte della mamma: lei e Bice erano due cuori e un’anima sola» sentenziò Laura, che si dilettava di psicologia. «Mi sono quasi pentita di averla spinta a cercarsi nuovi interessi: tutta quell’arte non le fa mica bene».
«Certo, tu speravi di trovare un altro paio di braccia per la Caritas, ma lei ha preferito i pennelli all’uncinetto».

«Macché Caritas» fece Laura punta sul vivo. «Dico solo che alla nostra età il volontariato è una gran bella cosa: si fanno due chiacchiere, ci si toglie per qualche ora dalla tivù e si dà una mano al prossimo». Fece un sospiro e proseguì: «Per una come me, che non ha nipoti, è una manna dal cielo».

«Per te! Ma Bice i nipoti ce li ha» specificò Carla, volgendo gli occhi alle frolle e interrogandosi se non fosse il caso di cambiare l’ordinazione.
«Comunque ho visto la Gabri due giorni fa», annunciò Emilia abbassando la voce e sogguardando le altre due, che aspettavano bramose un po’ di pepe sulle maldicenze domenicali. «Anche lei la vede strana. Mia madre non è più lei… testuali parole. Sapete che non vuole più tenerle i bambini perché, dice, deve dipingere?».
Un istante di sbigottito silenzio fece seguito alla rivelazione.

«Dici sul serio? Ma allora la cosa è grave. Se una nonna non vuole più tenere i nipoti, c’è davvero qualcosa che non va…».
«Vi dico di più» riprese Emilia, gratificata dall’attenzione delle due, che solitamente tenevano banco. «La Gabri ha già preso appuntamento con un neurologo, perché vuole andare a fondo della faccenda».
«Certo, se le cose stanno così, ha fatto bene».
«Ma lei, Bice intendo, ci andrà?».
«Chissà…».
«Buongiorno, ragazze, namasté. Mi state aspettando da tanto?». L’apparizione in cotone indiano e sandali di cuoio interruppe la cospirazione.
«Bice, finalmente!».

La donna, che in quel momento si stava sforzando di assumere un’aria mortificata, pareva una nota stonata a quel tavolino, dove l’attendeva l’ultima sedia vuota. Indossava ampi pantaloni multicolori da odalisca e una collana di perline altrettanto variopinte, che le si avvolgeva su un collo avvizzito. Il viso colorito, senza essere abbronzato, tradiva un’età più vicina ai settanta che ai sessanta, mentre i capelli, tagliati cortissimi, erano di un inequivocabile colore blu.
«Bice, ma che hai fatto ai capelli?».
«Belli, vero? Mi sono detta: perché no? Ero indecisa fra il blu elettrico e il verde petrolio, ma poi ho pensato che il blu è più sobrio».
«E perché sei arrivata così tardi?» fece Carla, senza distogliere gli occhi dalla capigliatura dell’amica.

«Lo sai che, quando l’arte chiama, io non ho orari. Sto scherzando: ieri sera ho fatto le ore piccole e stamattina non ho sentito la sveglia».
«Hai fatto tardi ieri sera?» fece Emilia senza dissimulare la curiosità. «C’è qualcosa che dobbiamo sapere?».
Bice rise. «Nulla di romantico, purtroppo. Sono andata a una mostra con la Bottega della Pittura e abbiamo fatto tardi. Anzi, Laura, non ti ringrazierò mai abbastanza per avermi convinta a riprendere in mano il pennello».
«Signora Beatrice, cosa le porto?». Cheng era ricomparso al tavolino e stava smistando cappuccini e brioche.

«Finalmente qualcuno che mi chiama col mio nome. Grazie, Cheng! Un tè verde e quella bella frolla alla nutella!». Il cameriere si allontanò e Bice lo osservò sorridendo.
«Ma che carino! Da quando l’ha preso in gestione, questo bar è diventato un bel posticino, e anche più economico!». Emilia interruppe il panegirico del cinese per tornare ad argomenti che più la interessavano: «Come sta la Gabri?».
Sul viso di Bice passò una rapida ombra: «Bene. È un po’ arrabbiata con me per la storia dei bimbi…».
«Quale storia?».
«Le ho detto che non sono più disposta a tenerli tutti i pomeriggi, ma solo un giorno alla settimana».
«E perché questa decisione? Li avessi io due nipotini, me li mangerei ogni momento di baci» fece Laura.

«Io adoro i miei nipoti, ma mia figlia e mio genero devono crescere una buona volta e decidere di fare i genitori». Sembrava parlare più a se stessa che con le amiche, mentre faceva tintinnare i numerosi braccialetti che adornavano i polsi ossuti. «Hanno tutte le possibilità di lavorare un po’ meno e di dedicarsi alla famiglia, se vogliono. Comunque la mia decisione è presa. Inoltre ho un sacco di progetti e ho bisogno di un po’ di tempo per me», e sollevò lo sguardo, abbracciando le tre donne in un sorriso.
«Ma cara, alla nostra età, se non facciamo i nonni, che ci rimane?».
«Un sacco di cose!» fece Bice di rimando, mentre il cinese le serviva il tè e la frolla. «Adoro la Nutella, è anche meglio del sesso!».

«Ma che dici?» fece Carla con un risolino. «Cara mia, alla nostra età sesso deve significare genere!».
«Non necessariamente! Comunque cambiamo argomento, che non voglio turbare le vostre verginali orecchie. Allora, chi viene con me alla mostra dei Preraffaelliti?».
«Quand’è?».
«Fino al mese prossimo. Dai, ragazze, non fate le nonne…».
«È che io di arte non ci capisco molto…» protestò debolmente Laura.
«Ma è proprio questo il bello! Dai, che ci divertiamo: è una vita che non facciamo qualcosa insieme!».

Emilia guardò il cellulare. «Che ore abbiamo fatto? Ragazze, bisogna levare le ancore, che sta per iniziare la messa».
Bice rimase seduta. «Non vi offendete se oggi non sono della partita, vero? Tanto don Cesare lo sa che sono diventata una cattolica… un po’ sportiva».
«Un po’ sportiva? Questa me la devo segnare» le sorrise Laura baciandola sulla guancia.
«Namasté, care. Ci vediamo domenica».
Le tre pagarono i loro conti e uscirono dal bar. Bice osservò le tre sagome rimpicciolirsi sulla piazza inondata dal sole, e già le pareva di udire le malignità di Carla sui suoi capelli, i commenti acidi di Emilia e le banalità di Laura sull’elaborazione del lutto.
Sospirò: ci sarebbero voluti tempo e pazienza, ma alla fine ce l’avrebbe fatta a riportarle in vita.

Sorseggiando il tè verde e godendosi la pace del bar, che si era magicamente svuotato, intravvide la figura magra e allampanata di Pablo attraversare la piazza (ma si chiamava davvero Pablo? O il soprannome era un omaggio al suo talento?). Prima o poi avrebbe dovuto decidersi e andare nel suo negozio, magari proprio l’indomani. Le erano sempre piaciuti i tatuaggi, e forse era venuto il momento di farsene uno: un cosa piccolina, discreta, sul polso destro. Il simbolo dell’om poteva essere un’idea, ma in fondo sapeva già che cosa le avrebbe disegnato Pablo, tatuatore letterato: lo sbuffo di un treno a vapore*.

* Riferimento alla novella di Luigi Pirandello Il treno ha fischiato (ndr).

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