Soffiava il vento in via Provinciale
per poi scendere dritto in corso Italia,
sollevando polvere davanti al Rivellino
faceva tremare il cartello della fermata
con un rumore di lamiera stanca.
La gelida panchina di cemento
aveva una crepa piena di formiche
e una scritta volgare a pennarello.
La corriera appariva dopo la curva
della chiesa, bianca e lenta,
tergicristalli disperdevano archi
di sole sul vetro, ruote fischiavano
sul ruvido asfalto.
Si fermava con un sospiro di freni,
le porte spalancate esalavano odore
di gasolio, sudore, alghe putride,
mentre dagli scalini cadevano ricordi
di sabbia fine, posata tra i tombini.
Gli operai scendevano in fila, scarpe
da ginnastica grigie, suole incrostate,
giacche di tela con le tasche gonfie,
capelli spessi e duri di salsedine.
Nessuno guardava il cielo,
il vento passava tra le gambe
dei tavolini, al Bar Cristallo,
spingeva un sacchetto della Coop
verso la rete del campo sportivo
dimenticato, lasciandolo gonfiarsi
e sgonfiarsi come una cosa viva.





















