Giorgio Olivari – Stenobatìa

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[ Stenobatìa[i]]

Chiude la porta con cautela, come se dall’altra parte qualcuno potesse ancora disturbarsi per il rumore. Le chiavi gli restano un attimo in mano, poi le appoggia sul mobile, nello stesso punto di sempre.
Il suono è troppo netto, troppo presente. Rimane lì, fermo, ad ascoltarlo svanire.
La casa non è davvero silenziosa. C’è il ronzio del frigorifero, un rumore lontano che non ha mai notato. Solo che adesso, senza di lei, sembra riempire tutto.
Non crede di sapere come si possa andare avanti, da soli. Ora che nessun respiro impercettibile smuove la sua cassa toracica.
Si siede al tavolo e tira verso di sé un foglio. Lo gira, prende la penna. Rimane così, con la punta sospesa, aspettando qualcosa che non arriva.
Due righe, pensa. Bastano due righe.
Ora si scopre incapace di collegare un’idea tante volte rimaneggiata nella mente a una realtà fisica oggettiva.
Non scrive nulla.
E non è di alcun aiuto Chopin.
Non adesso.
Se non per ricordargli quanto gli piacesse ascoltare quella musica struggente, mentre lei suonava i notturni, con il piano della loro prima vera casa in comune.
E prima ancora…

Il teatro.
La luce bassa, dorata. Il velluto rosso del palco sotto le dita. La gente che parlava piano, come se la musica fosse già iniziata.
Erano seduti vicini, troppo vicini, come per caso.
L’orchestra accordava. Un suono disordinato, vivo.
Lei aveva detto qualcosa che non ricorda.
O forse non importava.
Ricorda invece il momento in cui si era girata verso di lui.
Gli occhi fermi. Decisi.
Come se avesse già scelto.
Il primo accordo era appena partito.
E loro si erano baciati. Senza fretta.
Come se quel gesto fosse già scritto da tempo. La musica era rimasta lì, in sottofondo, quasi a trattenerli.
Quando si erano staccati, lei aveva sorriso appena.
Quella fossetta.
Sempre quella.

Il rumore del frigorifero torna.
Troppo forte.
Appoggia il foglio e si alza quasi subito, come se star fermo fosse diventato insopportabile. Attraversa la stanza lentamente. Il pavimento scricchiola sotto i suoi passi, un suono piccolo ma preciso, che sembra seguirlo.
Quando entra nella camera, la luce è diversa. Più morbida, ma anche più vuota.
Lo sforzo è tutto lì: constatare che non è più con lui fisicamente.
Si ferma accanto al letto senza toccarla. Rimane così per qualche secondo, poi allunga la mano, esita, e infine le posa due dita sul polso. Le toglie subito.
Toccare il suo corpo è un’esperienza incredibile, adesso.
Non c’è niente da verificare. Lo sa già.
Come le ha promesso, più nessuno potrà toccarla, d’ora in poi.
Si guarda intorno. Gli oggetti sono al loro posto, come sempre. Il comodino, la sedia, la sciarpa lasciata lì. Sembra che tutto sia rimasto com’era, tranne ciò che dava senso al resto.
Per mesi ha accettato, su sua preghiera, che molti la toccassero. Che le infliggessero sofferenze e umiliazioni, in nome di una scienza che prometteva di aiutarli.
I suoi occhi l’hanno supplicato di farli smettere.
E lui non l’ha fatto.
Il suo egoismo ha sempre sperato che quei sacrifici avrebbero prolungato la loro vicinanza, almeno per un po’.
Adesso basta.
Adesso nessuno la tocca più.
Va in bagno e dal mobile prende una bacinella. La riempie senza fretta, lasciando che l’acqua scorra più del necessario.
Prende il bacile e l’appoggia sul comodino. L’acqua è tiepida, leggermente profumata. Immerge le mani. Il suono diventa improvvisamente più forte, quasi isolato dal resto. Come se il mondo si riducesse a quel gesto.
Si avvicina.
«Piano», mormora.
Con una forbice, delicatamente, taglia la camicia da notte, dal ricamo sul collo fino all’orlo. Apre le maniche. Il corpo appare bianco, con i cordoni delle vene appena più scuri in rilievo.
Cerca di lavar via le tracce della sofferenza.
Ogni gesto è lento, attento.
L’espressione sembra rilassarsi. La piccola vena sulla tempia destra si vede appena, adesso che sta finalmente riposando.
«Almeno questo…», dice a bassa voce. «Almeno questo senza farti male».
I capelli sono quasi perfetti. Dovrà soltanto pettinarli. Era l’unico vezzo che ancora si concedeva.
Prende il pettine, glielo passa piano tra i capelli.
Il gesto è semplice.
Troppo semplice.

Un’altra sera.
La cucina illuminata male, la finestra aperta.
Lei seduta, di spalle.
«Aspetta», le aveva detto.
Aveva preso il pettine e aveva iniziato a passarlo piano tra i capelli, senza sapere bene perché.
«Così piano?» aveva chiesto lei, sorridendo appena.
«Così», aveva risposto lui.
Lei aveva chiuso gli occhi.
«Non muoverti», aveva aggiunto.
«Non mi muovo», aveva detto lei.

Il pettine si ferma.
Adesso non si muove davvero più.
La gira leggermente su un fianco e sfila la camicia tagliata.
È contento di averla dovuta strappare. Non poteva più vederla così.
«Adesso basta», sussurra. «Adesso indossi il tuo abito migliore».
Prende il vestito e lo apre con cura.
Blu.
Come i suoi fiori preferiti. Come i suoi occhi.
Si ferma.
Fra poco li chiuderà.
Si avvicina ancora al volto.
La bocca è leggermente aperta. Quella bocca che, quand’era arrabbiata, riusciva a farlo arrossire con parole taglienti.
Adesso è aperta e non ha più nulla da raccontare.
A lui il compito di chiuderla.
Ci prova.
La mascella non resta ferma come dovrebbe.
Ripete il gesto. Ancora.
Niente.
Prende ago e filo. Le mani non rispondono come dovrebbero. L’ago gli scivola e cade a terra con un suono secco.
Resta immobile.
Sperava di essere forte nel momento più difficile.
Si accorge che, quando la prova è troppo grande, conta solo essere sinceri.
Non ce la fa.
Si alza, prende un tubetto di colla.
«Questo sì», dice piano.
Mentre lo apre, gli torna in mente quando si era incollato un dito. Non riusciva più a staccarlo e lei rideva. Rideva davvero.
Rimane fermo per un attimo, come per non perdere quel suono.
Poi torna al gesto.
Si avvicina di nuovo.
Prova ancora un’ultima volta ad accarezzarle la guancia.
E anche stavolta ha vinto lei.
Pur di contraddirlo, ora riesce incredibilmente a rimanere a bocca chiusa.
Un sorriso gli passa sul volto, breve, stanco.
Le sistema il vestito con più sicurezza, adesso.
La guarda.
«Non voglio che ti vedano come negli ultimi giorni».
Si volta verso la porta. Da fuori arriva un rumore lontano, indistinto.
Lei non voleva nessuno.
«Non così», diceva.
«Hai fatto bene», mormora.
Poi però scuote la testa.
«Adesso è diverso».
Adesso anche altre persone la rivedranno. Ora che lei non può più impedirlo.
«Ma ti troveranno bella», dice piano. «Come ti ricordavano».
Si ferma.
«Bella come sempre».
Le accarezza la pelle. È trasparente.
Mentre la osserva, si rende conto che i suoi giorni dovranno trovare altre incombenze per scandire le ore.
Niente più orari dei medicinali.
Niente più colazione insieme, con la sua insistenza per un boccone in più.
Nessuna discussione infinita sulle notizie.
Nessun pomeriggio sospeso nel suo pisolino.
Nessuna notte interrotta.
Potrà dormire.
Prima o poi.
E finalmente non avrà più alcun dovere nei suoi confronti.
Rimane in silenzio.
«Sarò libero», dice piano.
Poi abbassa lo sguardo.
«Libero di ricordarti».
La guarda ancora.
E rivede la ragazza che, quand’era concentrata, strizzava leggermente gli occhi, mentre una fossetta le compariva a un lato della bocca.
Rimane lì.
A lungo.
Poi si stacca lentamente e torna al tavolo. Si siede, prende il foglio. La penna pesa meno tra le dita.
Questa volta scrive. Il suono è leggero, continuo.
Non serve molto.
Il suo nome.
Una data.
Qualcosa che resti.
Alza lo sguardo verso la stanza.
«Sei bella», dice appena.
Poi torna al foglio.
E continua a scrivere.


[i] Stenobatìa: termine scientifico, utilizzato principalmente in biologia e zoologia, che indica la capacità di un organismo acquatico di vivere e sopravvivere solo entro un intervallo molto limitato di profondità (e di conseguenza di pressione idrostatica).
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Giorgio Olivari nasce a Brescia nel secolo scorso. È professionista nel campo del disegno industriale da più di trent’anni. Dopo i primi quarant’anni da lettore scopre la scrittura per caso: uno scherzo della vita. La compagna di sempre lo iscrive a un corso di scrittura creativa: forse per gioco, più probabilmente per liberarsi di lui. Una scintilla che, una volta scoccata, non si spegne ma diventa racconto, storie, pensieri; alcuni dei quali pubblicati dai tipi di BESA in "Pretesti Sensibili" (2008). La prima raccolta di racconti brevi, "Futili Emotivi", è pubblicata da Carta & Penna Editore nel 2010. La sua passione per la letteratura lo ha portato a “contagiare” altri lettori coordinando gruppi di lettura: Arcobaleno a Paderno Franciacorta, Chiare Lettere a Nave.

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