C’è una domestica che entra in punta di piedi nelle case altrui (non per bisogno, per la carità, ma per scelta) e che, come una spettatrice privilegiata, osserva le crepe delle famiglie benestanti milanesi. Si chiama Isabella Boccadoro d’Este, nome che sembra già un manifesto: nobiltà, grazia, distanza dal reale. Un giorno, dietro una porta socchiusa, assiste a una scena di violenza domestica. È l’innesco: da lì, tra denunce, incontri provvidenziali e rivelazioni intime, entra in scena anche lui, il capitano dei carabinieri Duccio Soldanieri Chigi dei conti Bardi, nobile quanto lei, affascinante quanto basta, irreale quanto tutto il resto. Tra i due nasce una relazione che dovrebbe redimere, spiegare, guarire. E Isabella, come da copione, si racconta: un passato difficile, una crescita interiore, un approdo all’amore (wow! che originalità!).
Sulla carta, La domestica a ore di Sveva Casati Modignani promette di affrontare un tema serio – gli amori tossici, la violenza, la complessità dei rapporti umani. Ma il problema è proprio qui: la promessa resta sospesa, come un fondale dipinto male e dietro il quale non c’è nulla. Perché il mondo costruito dall’autrice non è altro che una vetrina: lucida, ordinata, rassicurante. Anche quando pretende di raccontare il dolore, lo fa sterilizzandolo, addomesticandolo fino a renderlo innocuo. La violenza non graffia, non sporca, non lascia residui; anzi, si rivela non essere altro che un pretesto narrativo, un accessorio utile solo a mettere in moto la macchina melodrammatica.
E poi ci sono i personaggi, figure che sembrano ritagliate da un catalogo di virtù aristocratiche. Tutti nobili, tutti generosi, tutti profondamente buoni (o profondamente feriti, ma in modo elegante, mai disturbante). Isabella stessa, che dovrebbe incarnare uno sguardo “dal basso”, è in realtà una turista del disagio: può permettersi di fare la domestica, ma anche di smettere in qualsiasi momento. Il lavoro, anziché essere esperienza concreta, diventa un vezzo, una parentesi esistenziale priva di conseguenze e di valore.
Il risultato è uno scollamento continuo tra ciò che il romanzo vorrebbe dire e ciò che effettivamente mostra: si parla di realtà, ma si respira artificio; si evocano traumi, ma si scivola sempre verso una loro estetizzazione, come se il dolore dovesse comunque risultare gradevole, narrativamente decoroso.
A questo si aggiungono dialoghi che sembrano provenire da un’altra epoca, non tanto per raffinatezza, quanto per una certa rigidità posticcia, per quella tendenza allo sdolcinato che finisce per svuotare le parole di ogni autenticità. Le conversazioni non rivelano, non scavano: dichiarano, spiegano, consolano. E, quando il romanzo tenta di alzare il tiro, introducendo episodi che dovrebbero avere una valenza simbolica o trasformativa, il rischio diventa quello dello scivolamento involontario nel grottesco. Alcune scelte narrative, presentate come momenti di elevazione o di scoperta interiore, risultano invece forzate, ambigue e soprattutto discutibili nella loro pretesa di normalità o addirittura di valore positivo. Qui la distanza tra intenzione e risultato si fa abisso.
Il finale chiude il cerchio nel modo, ça va sans dire, più prevedibile: una riconciliazione generale, una sorta di abbraccio collettivo che sistema ogni cosa, come se bastasse voler bene per mettere ordine nel caos. È il trionfo di una visione consolatoria che rifiuta il conflitto reale, preferendo sostituirlo con una sua versione edulcorata; ma che dico edulcorata, del tutto irreale.
Non sorprende, purtroppo, che questo tipo di narrativa continui a trovare il suo pubblico: c’è una fetta di lettori che cerca proprio questo, una realtà semplificata, ripulita, nella quale anche il dramma ha contorni rassicuranti e ogni ferita è destinata a cicatrizzarsi senza lasciare segni. È una forma di rifugio, legittima, certo, ma che poco ha a che fare con la letteratura, che dovrebbe interrogare, disturbare, mettere in crisi.
La domestica a ore si inserisce perfettamente in questa tradizione: un romanzo ben confezionato, scorrevole, apparentemente impegnato ma incapace di andare oltre la superficie. Una storia che finge di guardare dentro le crepe, ma che in realtà si limita a passarci sopra uno straccio – una sorta di stracciapolvere narrativo – lasciando tutto esattamente com’era prima.
Letto e pronto per il bookcrossing (ma solo perché il cassonetto della carta non se lo merita nessun libro).





















