Carlo Ginzburg – Paura reverenza terrore

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C’è un momento quasi impercettibile, come quando entriamo nella stanza già illuminata di una pinacoteca, in cui ci sembra che le immagini ci stiano guardando. Non siamo più noi a contemplarle: sono loro che ci chiamano, ci interpellano, ci giudicano. Questo libro nasce esattamente nel punto instabile in cui lo sguardo smette di essere innocente e diventa un campo di forze.
In Paura reverenza terrore, Carlo Ginzburg ci invita a rallentare. Non è un invito gentile, né rassicurante. È piuttosto una sospensione, quasi un trattenere il respiro dinnanzi a immagini che credevamo di conoscere e che invece, non appena le fissiamo più a lungo, cominciano a incrinarsi, a restituirci qualcosa di perturbante. Un dito puntato, un corpo disteso, una figura smisurata che domina il paesaggio: segni familiari che, osservati con attenzione, si rivelano dispositivi, trappole, macchine di potere.

Ginzburg lavora come un archeologo del visibile. Scava nelle immagini non per ricostruirne la superficie, ma per intercettare le tensioni che le attraversano: paura, appunto, ma anche reverenza e terrore – tre forme diverse, eppure intrecciate, di risposta al potere. Ogni immagine, sembra dirci, è una negoziazione silenziosa tra chi guarda e chi vuole essere guardato, tra chi impone un significato e chi, forse, può ancora sottrarvisi.
È qui che si innesta una presa di posizione più radicale: per Ginzburg l’arte non è mai neutra. Non esiste come semplice ornamento, né come spazio separato e autosufficiente. Al contrario, è un luogo di conflitto e di costruzione del senso, profondamente intrecciato alla dimensione politica. Le immagini non si limitano a rappresentare il potere: lo producono, lo rafforzano, talvolta lo mettono in crisi. In questa prospettiva, ogni gesto figurativo, anche il più apparentemente innocuo, è già una presa di posizione, un intervento nel mondo.
Questa adesione a una visione dell’arte come pratica politica non assume mai, però, i toni dichiarativi di un manifesto. Ginzburg fa emergere, nelle pieghe delle immagini, i dispositivi attraverso cui l’autorità si legittima, si naturalizza, si rende visibile e quindi credibile; ma lascia anche intravedere le incrinature, gli scarti, le ambiguità che ci permettono di non esserne completamente catturati.

Paura reverenza terrore non è una semplice raccolta di saggi: è piuttosto una serie di esperimenti dello sguardo. Le immagini analizzate, celebri o marginali che siano, funzionano come soglie: attraversarle significa entrare in un territorio nel quale la storia si mescola all’emozione, la politica all’immaginario, la propaganda alla fede. Qui il potere non è mai astratto: ha un volto, un gesto, una composizione. E, soprattutto, ha bisogno di essere visto.
C’è qualcosa d’inquietante in questa consapevolezza. Perché implica che anche noi, spettatori contemporanei, siamo coinvolti. Non siamo fuori dal quadro: ne siamo parte. Le immagini che ci circondano – sugli schermi, nei manifesti, nei frammenti incessanti della comunicazione pubblicitaria – continuano a esercitare quella stessa pressione antica. Ci seducono, ci ordinano, ci spaventano. E spesso lo fanno con la nostra complicità.
Leggere queste pagine significa allora imparare a guardare di nuovo, ma senza l’illusione dell’innocenza. Significa accettare che ogni immagine è un campo di battaglia, e che lo sguardo è già una presa di posizione. Forse, come suggerisce Ginzburg, non possiamo liberarci del potere delle immagini. Ma possiamo incrinarlo nel tempo sospeso di uno sguardo più lento, più ostinato, più consapevole.

Se si prova a guardare l’insieme dei saggi come si guarderebbe una costellazione, più che una linea, emerge qualcosa che va oltre i singoli oggetti analizzati. Non una teoria sistematica, né un metodo dichiarato una volta per tutte, ma una pratica dello sguardo. Una disciplina, quasi.
Carlo Ginzburg, in fondo, fa sempre lo stesso gesto: prende un’immagine che sembra già “risolta” (perché familiare, perché canonica, perché apparentemente trasparente) e la restituisce alla sua opacità. Non per oscurarla, beninteso, ma per sottrarla alla velocità con cui siamo abituati a consumarla.
E questo è forse il primo spunto che possiamo trarre: le immagini non sono mai esaurite dal loro primo significato. Anzi, il primo significato è spesso il più pericoloso, perché coincide con ciò che ci viene spontaneo vedere. Che sia una coppa antica, il frontespizio del Leviatano, un corpo martirizzato, un manifesto di propaganda o un dipinto del Novecento, ogni immagine porta con sé un lavoro invisibile di selezione, di costruzione, di orientamento. E Ginzburg ci insegna a cercare proprio quel lavoro.
Non si tratta solo di “interpretare” meglio, bensì di cambiare posizione, di passare da spettatori a lettori sospettosi; di accettare che ogni immagine è, in qualche misura, un’istruzione: ci dice dove guardare, che cosa sentire, che cosa ricordare. E questa istruzione può essere anche interrogata.

Il secondo punto riguarda il tempo. In tutti i saggi, anche quando il contesto cambia radicalmente, riemerge una continuità sotterranea. Il dito che punta verso di noi da un manifesto di propaganda bellica ha antenati lontani; la sacralizzazione di Marat dialoga con iconografie religiose; il Leviatano continua a risuonare nelle forme contemporanee del potere; persino Guernica, così moderna, è attraversata da echi più antichi.
Questo significa che le immagini non appartengono mai soltanto al loro presente. Sono attraversate da memorie lunghe, da forme che ritornano, si trasformano, si adattano. E dunque capire un’immagine significa anche riconoscere ciò che in essa sopravvive, ciò che insiste.
Per noi oggi, immersi in un flusso continuo d’immagini, questa consapevolezza è decisiva. Perché ci suggerisce che ciò che vediamo – sui social, nella pubblicità, nella comunicazione politica – non è mai completamente nuovo. E che proprio per questo può essere analizzato, smontato, storicizzato.

C’è poi un terzo elemento, forse il più sottile: il rapporto tra coinvolgimento e distanza. Ginzburg non propone mai una posizione esterna, neutrale. Non ci illude che possiamo sottrarci completamente al potere delle immagini. Siamo sempre dentro: interpellati, toccati, a volte persino sedotti. Ma, allo stesso tempo, esiste uno spazio minimo, per quanto fragile e instabile, in cui è possibile rallentare, esitare, guardare di nuovo.
Non è una liberazione definitiva. È piuttosto una pratica intermittente, un gesto che va ripetuto ogni volta. Ed è qui che il libro diventa quantomai attuale. Perché viviamo in un’epoca in cui le immagini non solo ci circondano, ma ci inseguono, ci anticipano, ci profilano. Ci chiamano per nome, come nel manifesto di propaganda, ma lo fanno in modo ancora più preciso, più invisibile. E proprio per questo, la lezione di Ginzburg acquista una nuova urgenza: imparare a riconoscere quando un’immagine ci sta costruendo come soggetti, e al contempo come oggetti di un messaggio.

Infine, c’è qualcosa che questo libro insegna senza mai dirlo esplicitamente: che il dettaglio conta. Non come curiosità marginale, ma come punto d’accesso. È nei dettagli – un gesto, una postura, un oggetto apparentemente secondario – che l’immagine tradisce se stessa, che lascia intravedere le sue condizioni di possibilità.
Questo è forse ciò che possiamo portare anche fuori dall’ambito artistico: l’idea che comprendere un fenomeno complesso non significhi semplificarlo, ma attraversarlo con attenzione, seguendo le tracce minime, le incongruenze, le pieghe.
In definitiva, questo libro non ci dà una risposta su cosa siano le immagini. Ci insegna piuttosto come stare davanti a esse. Con lentezza, con sospetto, con disponibilità a cambiare idea. Sapendo che ogni immagine è un incontro e che, come ogni incontro, può trasformarci. Anche quando non ce ne accorgiamo.

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Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha insegnato presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse altre scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. Ha collaborato con il notiziario “InPrimis” con la rubrica “Pagine in un minuto” e con il blog della scrittrice Barbara Garlaschelli “Sdiario”. Ha pubblicato il romanzo “I predestinati” (Prospero, 2019) e ha curato le antologie di racconti “Oltre il confine. Storie di migrazione” (Prospero, 2019), “Anch'io. Storie di donne al limite” (Prospero, 2021), “Ci sedemmo dalla parte del torto” (con Viviana E. Gabrini, Prospero, 2022), “Niente per cui uccidere” (con Viviana E. Gabrini, Calibano, 2024) e “Trasformazioni. Storie dal pianeta che cambia” (con Giovanni Peli, Calibano, 2025). Svariati suoi racconti sono presenti in antologie, riviste e nel web.

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