Nella Roma che dalla guerra si avvia verso la ricostruzione, Riccetto e gli altri ragazzi delle borgate crescono ai margini di una città che sembra ignorarli. Tra il Tevere e l’Aniene, tra baracche e lotti popolari, tra discariche e strade polverose, trascorrono le giornate cercando denaro e divertimento, rubando, arrangiandosi, prostituendosi, finendo in carcere o semplicemente vagando. Ragazzi di vita racconta senza consolazioni la loro educazione alla sopravvivenza e il progressivo ingresso in un mondo adulto che coincide con la perdita di una libertà selvaggia e disperata.
Quando Ragazzi di vita uscì per Garzanti nel 1955, quando Pier Paolo Pasolini viveva a Roma da appena cinque anni. Era arrivato nella capitale nel gennaio del 1950 insieme alla madre, dopo la traumatica partenza dal Friuli, e aveva conosciuto una città molto diversa da quella monumentale, ministeriale, cinematografica che costituiva l’immagine ufficiale di Roma. Ai margini si estendeva un’altra città, cresciuta disordinatamente fra immigrazione, povertà, edilizia popolare insufficiente e insediamenti precari: le borgate. Questo universo divenne per lui non soltanto materia narrativa, ma una delle esperienze decisive della sua formazione intellettuale e artistica.
Però Ragazzi di vita non è un romanzo sulla povertà, né un documento sociologico travestito da narrativa, come qualcuno ha voluto interpretarlo: Pasolini guarda al sottoproletariato romano con un interesse nel quale convivono osservazione realistica, fascinazione estetica, pietà, sensualità e una concezione politica assai poco ortodossa. I suoi ragazzi rubano, bestemmiano, truffano, si prostituiscono, fanno a botte, cercano continuamente qualche espediente per procurarsi poche lire; possono essere generosi e subito dopo crudeli, allegri davanti alla miseria e feroci senza comprendere fino in fondo la ferocia. Pasolini non li trasforma né in vittime esemplari, né in piccoli eroi proletari in attesa di una coscienza di classe. Ed è proprio questa renitenza all’edificazione morale che rese il libro problematico anche per una parte della critica marxista.
Il titolo è già una dichiarazione poetica. Sono “ragazzi di vita” perché stanno dentro la vita con un’immediatezza quasi biologica: hanno fame, desiderano, corrono, nuotano, rubano, ridono, si picchiano, si addormentano dove capita. La loro esistenza sembra consumarsi interamente nel presente. Non possiedono quasi nulla e, soprattutto, non possiedono un progetto: il futuro appartiene alla società organizzata, al lavoro, alla famiglia, alle istituzioni; loro vivono in una zona periferica anche rispetto a tutto questo. Non a caso il romanzo non ha una costruzione tradizionale.[1]
Il Riccetto è il personaggio che più assomiglia a un protagonista, ma Ragazzi di vita è sostanzialmente un libro corale, costruito per episodi, incontri, sparizioni e ritorni, nel quale i personaggi sembrano continuamente passarsi il testimone. Non c’è una trama precisa che li conduca verso una meta: c’è il trascorrere stesso dell’esistenza. È uno degli elementi che fanno di Ragazzi di vita qualcosa di più complesso di un tardo prodotto del Neorealismo. Pasolini parte certamente dall’esigenza di raccontare una realtà sociale esclusa dalla rappresentazione ufficiale dell’Italia, ma compie contemporaneamente un esperimento letterario radicale.
La lingua dei personaggi è il romanesco delle borgate, contaminato dal gergo della strada e della malavita, molto diverso dal romanesco letterario tradizionale. Pasolini lo studia, lo registra, ne raccoglie vocaboli e inflessioni; ma soprattutto lascia che quella lingua invada la narrazione. Il dialetto non rimane confinato nei dialoghi: penetra nel discorso indiretto libero, altera la voce narrante, entra in attrito con l’italiano colto e letterario dello scrittore. Che non si limita a raccontare persone che fino ad allora avevano avuto pochissimo diritto di cittadinanza nella letteratura italiana: permette che la loro lingua modifichi la lingua della letteratura. Non parla semplicemente dei ragazzi di borgata; tenta, con tutti i problemi e le contraddizioni che un’operazione del genere comporta, di avvicinare la propria voce alla loro. L’esperimento è insieme linguistico, estetico e politico. Una lingua considerata bassa, sporca, scorretta, perfino indegna della pagina scritta diventa materia d’arte. Per questo il piccolo glossario posto in fondo al volume non è una curiosità folkloristica: testimonia la distanza fra l’italiano del lettore borghese e l’idioma del mondo nel quale il romanzo l’ha costretto a entrare.
Nel 1955 tutto questo risultò esplosivo. L’Italia stava uscendo dalla miseria del dopoguerra e incominciava a prepararsi al miracolo economico; voleva riconoscersi nella ricostruzione, nel lavoro, nella rispettabilità familiare, nella modernizzazione. Pasolini mostrava invece ciò che quella rappresentazione lasciava fuori campo. Miseria e delinquenza, ma anche prostituzione maschile e minorile, sessualità, bestemmie, turpiloquio, promiscuità, piccoli furti, carceri, corpi sporchi e affamati. Persino Garzanti, prima della pubblicazione, impose interventi e attenuazioni per timore delle conseguenze giudiziarie: Pasolini parlò amaramente di bozze da “castrare”.
I timori dell’editore, peraltro, erano fondati. Nel luglio 1955, su segnalazione della Presidenza del Consiglio, il libro venne accusato di contenuto pornografico e sottoposto a procedimento giudiziario; Pasolini e l’editore furono citati per pubblicazione oscena. Il processo si concluse il 4 luglio 1956 con l’assoluzione piena e il dissequestro del volume. In difesa del valore letterario dell’opera intervennero alcuni fra i maggiori intellettuali italiani: Carlo Bo sostenne che la rappresentazione di quel mondo induceva semmai alla pietà verso poveri e diseredati, mentre Giuseppe Ungaretti rivendicò il diritto dello scrittore a far parlare quei ragazzi nella lingua che realmente gli apparteneva.
Il problema più profondo, tuttavia, era lo sguardo: Pasolini rifiutava di osservare quel mondo dalla distanza rassicurante del moralista; non chiedeva al lettore di approvare i comportamenti dei suoi personaggi, ma gli impediva di liquidarli come materiale umano degradato. Dentro la violenza, la miseria e l’amoralità continuava a riconoscere una vitalità che ai suoi occhi possedeva qualcosa di prezioso: una forma di esistenza ancora estranea alla rispettabilità e alle convenzioni della borghesia. Proprio qui nasce una delle grandi ambivalenze pasoliniane: il sottoproletariato è realmente vittima dell’esclusione sociale, ma è anche, nel suo immaginario, il depositario di una diversità antropologica destinata a scomparire.
Per comprendere pienamente Ragazzi di vita bisogna infatti leggerlo anche alla luce del Pasolini successivo. Negli anni Sessanta e Settanta lo scrittore sarebbe diventato uno dei critici più radicali della trasformazione antropologica prodotta in Italia dal consumismo. Quel mondo delle borgate, che nel 1955 gli appariva brutale e insieme vitalissimo, sarebbe stato progressivamente assorbito dalla società dei consumi. I ragazzi avrebbero imparato a desiderare le stesse merci, gli stessi modelli di successo, gli stessi comportamenti della piccola borghesia. Pasolini considerava quest’omologazione una perdita irreparabile. Così Ragazzi di vita finì per acquistare retrospettivamente anche il valore di una testimonianza: registra un mondo nell’istante precedente la sua trasformazione.
Ma sarebbe riduttivo leggere il romanzo soltanto come il documento di una Roma scomparsa. Se continua a essere considerato uno dei libri fondamentali del secondo dopoguerra è perché la sua forza supera la situazione storica che lo ha generato. Pasolini porta al centro della letteratura individui che la società colloca ai margini e, soprattutto, rifiuta di renderli più presentabili affinché possano entrarvi. Non corregge la loro lingua, non nobilita la loro miseria, non attribuisce loro pensieri che non avrebbero. La dignità che concede ai suoi personaggi consiste precisamente nel lasciarli essere contraddittori, spesso sgradevoli, qualche volta atroci e tuttavia interamente umani.
C’è poi una ragione propriamente letteraria. Ragazzi di vita possiede una straordinaria energia visiva: i corpi, le corse, i bagni nei fiumi, le periferie assolate, le strade, le baracche, le scarpate e gli spazi vuoti vengono continuamente trasformati in scene. È difficile leggere oggi il romanzo senza avvertirvi il futuro regista di Accattone e Mamma Roma: prima ancora di prendere in mano una macchina da presa, Pasolini sembra già pensare per inquadrature, movimenti, apparizioni improvvise di figure dentro il paesaggio. E nello stesso tempo quella concretezza convive con improvvise accensioni liriche. L’alto e il basso, il sublime e il triviale, l’italiano letterario e il gergo borgataro non vengono separati: si contaminano continuamente. Ed è questa contaminazione a sottrarre il romanzo sia al puro naturalismo sia al semplice documento sociale.
Il percorso del Riccetto contiene, in miniatura, il nucleo tragico del libro: all’inizio del romanzo è ancora capace di gettarsi nel fiume per salvare una rondine che sta annegando; anni dopo, davanti a un bambino che affoga, rimane a guardare. Fra i due episodi è trascorso il tempo della crescita. Sarebbe troppo semplice concluderne che il ragazzo è diventato “cattivo”: è diventato adulto, ha imparato a sopravvivere, si è progressivamente adattato alla realtà che lo circonda. Quella perdita di pietà coincide paradossalmente con una maggiore integrazione nella società. È uno dei rovesciamenti più amari del romanzo: ciò che normalmente chiamiamo maturazione può comportare anche la distruzione di qualcosa di noi stessi.
Proprio qui Ragazzi di vita parla con maggiore forza al lettore di oggi. Le borgate degli anni Cinquanta sono cambiate, il loro dialetto è in parte scomparso e l’Italia descritta da Pasolini appartiene ormai alla storia, ma la domanda posta dal romanzo rimane intatta: che cosa vediamo quando guardiamo quelli che vivono ai margini? Persone, oppure categorie? Delinquenti, poveri, devianti, immigrati, ragazzi difficili, oppure individui la cui esistenza possiede una complessità irriducibile alle definizioni con cui la società li amministra e il pregiudizio li cataloga?
Leggerlo oggi significa anche misurare una distanza. Alcune idee pasoliniane sul sottoproletariato possono apparire problematiche: in quello sguardo esiste una componente di idealizzazione, la ricerca quasi mitica di un’innocenza popolare contrapposta alla corruzione borghese. Sarebbe sbagliato trasformare Pasolini in un sociologo infallibile o assumere la sua borgata come fotografia neutrale della realtà. È una borgata osservata, amata e reinventata da Pasolini. Proprio questa tensione fra testimonianza e proiezione personale, tuttavia, rende il libro particolarmente interessante.
Settant’anni dopo lo scandalo, le parolacce non scandalizzano quasi più e le scene che portarono un romanzo davanti ai giudici difficilmente provocherebbero oggi un procedimento per oscenità. È rimasto invece lo scandalo più autentico: obbligare chi legge a sostare dove normalmente lo sguardo passa oltre. Pasolini non promette che conoscere gli esclusi significhi scoprirli migliori di noi. Chiede qualcosa di molto più difficile: riconoscere che la loro vita merita di essere raccontata anche quando non è edificante, rassicurante o esemplare. Anzi, proprio per questo.
Raccontando un mondo destinato a scomparire, Pasolini pose una questione che appartiene a ogni presente: chi ha diritto a essere rappresentato, quale lingua può diventare letteratura e che cosa perdiamo quando, per integrare gli esseri umani nella società, pretendiamo prima di renderli simili a noi?

![Carmen Cedrati – Sonia [english]](https://www.inkroci.it/racconti-brevi/wp-content/uploads/2026/06/Viviana-Gabrini-Sonia-218x150.png)


















