Maria Bellonci – Lucrezia Borgia

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Maria Bellonci arriva a Lucrezia Borgia come chi, dopo anni di studio silenzioso, trova finalmente la voce giusta per far parlare un’epoca. Perché questo romanzo – uscito nel 1939, e poi rielaborato – non è soltanto il ritratto “al femminile” di una figura controversa del Rinascimento: è la soglia d’ingresso in quella che diventerà la vera officina narrativa e documentaria dell’autrice. La Bellonci, infatti, è al suo esordio con Lucrezia Borgia, e proprio in questo romanzo mette subito a punto il metodo che caratterizzerà tutta la sua opera successiva: una prosa che respira come un romanzo e, insieme, un’attenzione filologica minuziosa, quasi ossessiva, al dato d’archivio. Da subito capisce di poter unire racconto e ricerca senza rinunciare a nulla, costruendo quella forma ibrida che segnerà tutta la sua produzione.
Il risultato è un romanzo “grande” non per la notevole lunghezza o per la pletora di documenti consultati, ma perché l’autrice riesce a trasformare secoli di pregiudizi in una storia viva, sfaccettata, sorprendentemente moderna. Lucrezia esce dalla caricatura della femme fatale o della vittima inconsapevole e diventa una persona: un corpo nel potere, un ingranaggio e insieme un’intelligenza che cerca margini di autonomia nella macchina spietata dei Borgia. La forza del romanzo sta proprio qui: nel non scegliere una tesi, ma nel restituire la complessità di un carattere intrappolato nella propaganda dell’epoca e in quella dei secoli successivi.
Da questo punto di vista, il romanzo è importante storicamente, più che storiograficamente, perché con quest’opera cambia il modo in cui la cultura italiana percepisce una delle dinastie più nere e più narrativizzate del Rinascimento. Maria Bellonci non rifà la storia: rifà lo sguardo. Mostra come la memoria collettiva si costruisca e si deformi, come l’immaginario possa essere più potente di qualsiasi trattato. È letteratura che incide sul modo in cui pensiamo il passato.

Il successo del libro – che fu un vero “caso” letterario, ristampato, discusso, amato e contestato – nasce da questo incrocio raro: precisione documentaria, timbro narrativo caldo, quasi romanzesco, e un personaggio femminile che sfuggiva a ogni classificazione. In un panorama culturale dominato da modelli maschili e da una storia spesso irrigidita in una tradizione pregiudizievole, l’autrice offre un’alternativa: una biografia che si legge come un romanzo di formazione, un affresco politico che scorre come un dramma privato.

Dopo Lucrezia Borgia Bellonci tornerà più volte allo stesso mondo storico, agli stessi anni tumultuosi di corti, intrighi, epistolari e stanze segrete. Da Rinascimento privato ad altri testi dedicati alla famiglia Este, si ha spesso la sensazione che l’autrice, avendo compiuto ricerche vastissime e accumulate con devozione quasi monastica, abbia deciso di “camparci un po’ di rendita”. Ma non nel senso negativo del termine: piuttosto come chi, dopo aver esplorato un territorio immenso, sente il bisogno di tornarci, di attraversarlo da nuove angolazioni, di dar voce ad altri personaggi, rimasti in penombra. Era un capitale culturale smisurato, e Bellonci lo ha messo a frutto con qualità altissima.

Per questo Lucrezia Borgia resta il perno della sua opera: un romanzo-chiave che apre una stagione creativa, definisce un metodo e continua a parlarci non tanto del passato, quanto di come noi, oggi, scegliamo di raccontarlo.

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