Frecce dall’azzurro cadute non è semplicemente un libro di racconti sugli alberi, e nemmeno, nonostante la quantità di informazioni botaniche, storiche, mitologiche e letterarie che contiene, un libro di alberi. Nasce piuttosto nel territorio in cui questi due mondi si incontrano: quello della natura e quello dell’esperienza umana. Enrica Mambretti prende sul serio un’intuizione antichissima: che l’uomo, prima ancora di studiare gli alberi, li abbia guardati per comprendere se stesso.
Non è difficile capire perché: un albero affonda nella terra e contemporaneamente tende verso il cielo; attraversa le stagioni, perde e ritrova le foglie, porta sul tronco le ferite del tempo, resiste oppure cede, produce frutti, offre riparo, cresce lentamente e muore. Ci è abbastanza vicino perché possiamo riconoscerci nella sua vicenda e abbastanza diverso perché quella somiglianza conservi qualcosa di misterioso.
Nel volume questa relazione viene esplicitamente ricondotta alla lunga storia simbolica delle piante: le radici possono diventare stabilità, la chioma libertà e apertura, il ciclo delle foglie immagine delle stagioni dell’esistenza.
È da questa parentela immaginativa che nasce la particolare architettura del libro. A ogni racconto corrisponde un albero e a ogni albero un nucleo simbolico, ricavato dalle sue caratteristiche naturali oppure dalle storie che gli esseri umani gli hanno affidato nel corso dei secoli: miti, religioni, leggende, poesia, pittura, tradizioni popolari. Quel simbolo non rimane però un ornamento erudito, né una curiosità collocata accanto alla narrazione: ne diventa la porta d’ingresso. È la scintilla dalla quale il racconto prende vita.
Così il gelso porta con sé l’incontro e il malinteso, il salice la memoria dolorosa, il bosso la perseveranza e il rifiuto del cambiamento, il mandorlo ciò che si nasconde sotto l’apparenza, la vite l’amore coniugale e l’immortalità, il pino l’avarizia, il larice la capacità di rinnovarsi. E poi vengono paura e coraggio, tradimento, diversità, resilienza, violenza, ricerca della serenità. È sufficiente scorrere questa successione per accorgersi che, sotto la varietà botanica, si sta componendo poco alla volta una sorta di catalogo delle passioni e delle condizioni umane.
Enrica Mambretti può così permettersi una notevole libertà narrativa. I racconti cambiano ambientazione, epoca, registro e perfino orizzonte: dalla relazione sentimentale al dramma storico, dalla dimensione familiare alla fantascienza. La camera d’albergo, per esempio, nasce dal gelso e dal mito di Piramo e Tisbe, dunque dall’incontro e, soprattutto, dal malinteso; La ballerina rosa ci porta invece nella Praga del 1941 e osserva la persecuzione degli ebrei attraverso lo sguardo ancora ingenuo di una bambina. Persino il calicanto, pianta capace di fiorire quando le altre sono quiescenti, conduce a un racconto fantascientifico sulla diversità e sull’incontro con l’altro.
Questa varietà è uno dei tratti più riconoscibili del volume. Non siamo davanti a una raccolta nella quale i racconti debbano necessariamente costruire un unico universo narrativo: l’unità si trova nello sguardo. È la convinzione che dietro avvenimenti diversissimi continuino ad agire poche, antichissime domande: che cosa significa amare? Che cosa resta di ciò che abbiamo perduto? Quanto siamo capaci di cambiare? Da dove nasce il coraggio? Come reagiamo alla paura, al tradimento, alla morte? Quanto vediamo davvero dell’altro e quanto, invece, vediamo soltanto ciò che siamo preparati a vedere? Non a caso l’autrice indica fin dalle prime pagine coraggio, amore, paura della morte, speranza, riscatto, fragilità e forza come materia profonda delle storie.
Gli alberi diventano allora qualcosa di più di un originale dispositivo compositivo. Sono intermediari e, del resto, lo sono stati per millenni: creature con le radici nel mondo sotterraneo e la chioma rivolta al cielo, interpretate da culture diverse come collegamento fra piani differenti dell’esistenza, fra finito e infinito, passato e futuro, oscurità e luce. Nel libro continuano a svolgere quella funzione, ma in senso narrativo: mettono in comunicazione natura e cultura, mito e quotidianità, conoscenza e immaginazione.
Per questo Frecce dall’azzurro cadute può essere letto in due direzioni. Possiamo partire dagli alberi e arrivare agli esseri umani, scoprendo dietro una pianta familiare secoli di racconti, credenze e significati; oppure partire dagli esseri umani e, dopo averne seguito amori, paure, errori e speranze, tornare a guardare quella stessa pianta con occhi differenti.
Forse è proprio questo il gesto più caratteristico del libro: restituire agli alberi qualcosa che la consuetudine ci ha fatto perdere, la possibilità di considerarli non come fondale del paesaggio, ma come presenze; di fermarci davanti a un gelso, un salice, una quercia o un mandorlo e ricordare che, per migliaia d’anni, qualcuno li ha osservati cercandovi una storia, un dio, un presagio, una memoria o, semplicemente, un’immagine della propria vita.
In fondo, il titolo stesso lo suggerisce: quelle di Lorca sono “frecce cadute dall’azzurro”, e il libro si apre significativamente con una dedica “a chi abbraccia gli alberi. E a chi lo farà”. Fra queste due immagini sta forse l’impronta più autentica del volume: recuperare, attraverso il piacere del racconto, un’antica familiarità con ciò che ci cresce accanto. E scoprire che qualche volta, per comprendere meglio gli esseri umani, può essere utile alzare gli occhi verso una chioma verde.

![Elena Tomaini – Eaupulence [in english]](https://www.inkroci.it/racconti-brevi/wp-content/uploads/2026/06/Elena-Tomaini-Eaupulence-218x150.png)


















