Quando mi hanno detto che il celebre scrittore internazionale Aurelio Vandenbrück avrebbe presentato il suo ultimo libro al Centro Culturale Multiplo La Quercia e il Wi-Fi, ho provato una specie di sobbalzo cardiaco, come quando senti una parola in via d’estinzione sussurrata da qualcuno che crede ancora al suo significato. “Finalmente,” ho pensato, “un’occasione per udire suoni che non inizino con influ- e non finiscano con -encer”. Già pregustavo frasi composte e subordinate pensate con la spietatezza di chi crede ancora nella sintassi, non nel posizionamento SEO.
Mi sono vestita di tutto punto: cioè, ho messo le scarpe senza buchi sotto le suole e la giacca senza briciole nella fodera interna. Arrivare con dieci minuti di anticipo, in ambiente letterario, equivale a una dichiarazione d’intenti borderline da stalker. Ma io, il ritardo, lo vivo come un crimine metafisico: preferisco essere giudicata ansiosa piuttosto che colpevole.
La sala del Centro Culturale era già pronta; o meglio, giaceva lì, con la sua indifferenza da reparto maternità alle tre del pomeriggio. Cinquanta sedie perfettamente allineate: una geometria spietata, un’armata di plastica pronta a ospitare un pubblico che non sarebbe mai arrivato. Tutto odorava di legno pressato, promesse mancate e deodorante da ufficio pubblico.
Sul palco, un tavolo con due microfoni, due bottigliette d’acqua e due scrittori. Il primo era lui: il famoso, il celebrato, l’intellettuale che in certi ambienti (pochissimi, sempre più simili a tribù in via d’estinzione) veniva citato con la stessa deferenza riservata ai vini naturali e ai festival di documentari sloveni. Premiatissimo. Tradotto in venti lingue. Ritwittato da Macron nel 2018. Un uomo che, se fosse stato una bevanda, sarebbe stato un Barolo dimenticato in una cantina climatizzata.
Accanto a lui c’era l’altro. Gianni Pelacani. Lo scrittore “localmente noto”, che significa: riconosciuto dai frequentatori della biblioteca comunale, dal farmacista che ammira il suo impegno e dalla zia che condivide ogni suo post su Facebook con didascalie tipo “Che talento!!!1!”. A guardarlo, uno l’avrebbe scambiato per il tizio che corregge i cartellini dei prezzi al supermercato con la cura di un restauratore di miniature medievali.
Tra i due regnava la complicità forzata di ostaggi messi forzatamente a sedere uno accanto all’altro: la sensazione di essere coinvolti in un evento che nessuno ha promosso davvero, in cui entrambi erano vittime e carnefici, pedine di un rituale culturale che non interessa più a nessuno.
Davanti al tavolo, il pubblico. O meglio: la sua assenza. Una distesa di sedie vuote, come una cattedrale dopo la fine del culto. Due sole presenze umane: un anziano che russava già dalla soglia del crepuscolo e una ragazza che scrollava il telefono con la precisione di un cardiochirurgo che incide un ventricolo. Lo faceva con una partecipazione emotiva così intensa che sembrava lì solo per garantire la continuità del segnale 5G.
«Il libro nasce da un’urgenza esistenziale» stava dicendo Vandenbrück con voce pacata, di quelle che sembrano aver fatto un corso di dizione in un monastero tibetano.
«Bellissimo» rispondeva Pelacani, con un entusiasmo da golden retriever che sogna un biscotto. «Io invece ho scritto una raccolta di racconti ambientati in un bar dove il caffè costa ancora 80 centesimi».
Il microfono dello scrittore famoso gracchiava con un sussurro elettronico, quello dell’imbrattacarte locale produceva qualcosa di simile a un rutto cyborg. Ma nessuno sembrava farci caso. L’anziano si svegliava a tratti per pronunciare un «Eh?» interrotto, come un segnale di fumo disperato, per poi ripiombare nel suo sonno ronfante. La ragazza aveva già messo like a sette reel, due dei quali contenenti gatti pianisti, e uno nel quale Totti spiegava perché la sua autobiografia “non è come le altre autobiografie” (mentre era esattamente come tutte le altre, anzi peggio).
«La letteratura è ancora uno spazio sacro» dichiarava Vandenbrück fissando un punto vago, uno spazio trascendente in cui probabilmente immaginava un pubblico di spiriti intelligenti.
Pelacani annuiva: «Sì. Come il parcheggio riservato davanti alla biblioteca».
In quella frase, nella sua innocente disperazione, mi è parso di udire il rumore sordo della civiltà culturale che si chiudeva in un cassetto, chiedendo scusa. Perché la verità non è che la letteratura sia morta. È che è stata sfrattata. È stata ridotta a ospite temporaneo in un mondo che non ha più spazio per le parole se non vengono lette da un VIP, urlate su TikTok o trasformate in una confessione lacrimosa in prima serata. La letteratura, oggi, vegeta tra le notifiche push: tra Vuoi sapere cosa legge Chiara Ferragni? e Scopri i 5 libri preferiti di Fabrizio Corona! Sopravvive nelle classifiche degli instant bestseller scritti da gente che non ha mai letto un libro, ma ne ha già pubblicati tre.
Questa è la parte corrosiva: non ce l’ho con Vandenbrück, né con Pelacani. Sono due residuati umani di un’epoca passata, due sacerdoti di un culto che non ha più fedeli. Ce l’ho con il vuoto, con l’eco stanca degli eventi culturali che ormai non attirano più nessuno perché nessuno li vuole davvero. Ce l’ho con i non-pubblici, con i non-lettori, con lo spettacolo ormai necessario per dare legittimità alle parole. Ce l’ho con l’idea che per parlare di un libro occorra prima avere un’identità vendibile, un’immagine riconoscibile, un team di social media manager.
Alla fine della serata, i due scrittori si sono alzati, si sono stretti la mano e hanno ringraziato «il pubblico presente e quello assente».
L’anziano ha applaudito nel sonno con un gesto lento, come se battesse le mani sott’acqua.
La ragazza ha fatto una story col filtro “Evento Culturale ✨”, senza sapere bene che cosa stesse inquadrando.
Io sono uscita con una copia firmata, un po’ di malinconia addosso e la certezza che, sì: in certi casi, il vero spettacolo è la platea. E quello che vi si riflette dentro, a volte, assomiglia più a un abisso che a un pubblico.
Ma tant’è, questo è quanto, chi semina eventi culturali raccoglie sedie vuote, il pubblico si può contare sulle dita di una mano, . Meglio pochi ma buoni, dicono, ma lì eravamo oltre: pochi e pure distratti.





















