Sergio Gaut vel Hartman e Heiko H. Caimi – L’uomo con la rivoltella

«Non credo che lo faccia», disse Honorio. «Ho cercato di capire perché sia sempre armato. Ma da quello che ho potuto appurare, non ha mai sparato con quella rivoltella; anzi, non credo che sappia nemmeno come togliere la sicura… anche se non penso che il motivo per cui la gente lo odia sia la pistola. Lui stesso è un anacronismo, un uomo di un’altra epoca, una specie di reliquia».
«Sono sicuro che nessuno abbia paura di lui», concordò Gregorio. «È in giro da troppo tempo per incutere timore a qualcuno. La sua presenza è familiare a tutti. Fa parte del paesaggio, come un albero o una roccia».
«Non sono d’accordo», intervenne Marcelino. «Nessuno si sente a suo agio in sua presenza. Scommetto che la maggior parte delle persone qui, se dovessero rimanere nello stesso posto per un paio d’ore, finirebbero per diventare violente. Quest’uomo è diverso da tutti gli altri… è come se fosse antico e allo stesso tempo un essere incompiuto, incompleto, una sorta di esperimento fallito».
Il crepuscolo calava sulla città, tingendo di rosso le vecchie facciate delle case e proiettando lunghe ombre sulle strade acciottolate. Nella taverna, il mormorio delle conversazioni si faceva sempre più forte, mentre si continuava a parlare dell’uomo con la rivoltella.
«E la sua storia?» chiese Honorio, guardando gli altri due con curiosità. «Sapete qualcosa di concreto su di lui?».
Gregorio si sporse in avanti, appoggiando i gomiti sul tavolo di legno consunto. «Dicono che sia arrivato qui più di vent’anni fa. Nessuno sa esattamente da dove venga. Non ha mai parlato del suo passato e, se qualcuno glielo chiede, cambia argomento o se ne va senza dire una parola».
Marcelino annuì, bevendo un sorso di birra. «Quello che sappiamo è che ha sempre vissuto da solo, in quella vecchia baita ai margini del bosco. Non ha famiglia, né amici intimi. La sua unica compagnia è quella rivoltella che porta sempre con sé».
Honorio aggrottò la fronte, perso nei suoi pensieri. «Ma perché portare una pistola se non la usa mai? A cosa gli serve quel falso, infantile senso di sicurezza?».
Gregorio scrollò le spalle. «Forse è un modo per proteggersi, non da un pericolo fisico, ma dal suo passato. Qualcosa nella sua storia deve averlo segnato profondamente».
L’atmosfera nella taverna si fece più tesa. I tre uomini, persi nei loro pensieri, rimasero in silenzio per un momento, contemplando possibili risposte alle domande che si erano posti.
Marcelino ruppe il silenzio, con voce bassa e pensierosa: «Forse non sapremo mai la verità. Ma quel che è certo è che la sua presenza ci influenza tutti, in un modo o nell’altro. Forse perché rappresenta qualcosa che tutti temiamo di affrontare: il passato, gli errori, le decisioni che ci hanno condotto fin qui».
Honorio e Gregorio annuirono lentamente, riconoscendo la veridicità di quelle parole. La figura dell’uomo con la rivoltella, solitaria ed enigmatica, sembrava racchiudere più misteri di quanti qualsiasi racconto potesse svelare.
Nella capanna ai margini del bosco, l’uomo con la rivoltella accese una lampada a olio e si sedette vicino alla finestra, contemplando il cielo stellato. La sua mano era appoggiata sull’arma.
Rimase immobile ancora per qualche istante. Poi spense la lampada, infilò il cappello e uscì. La rivoltella gli pendeva dal fianco. Attraversò il sentiero che conduceva al paese con un’andatura lenta, quasi assorta. Le lucciole si accendevano tra l’erba alta e il rumore dei suoi passi sembrava appartenere più alla notte che alla terra.
Quando spinse la porta della taverna, il cigolio del legno bastò a spegnere ogni conversazione. I bicchieri si fermarono a mezz’aria, le carte rimasero sospese nelle mani dei giocatori. Tutti lo guardarono.
Ma lui aveva fatto in tempo a udire. Aveva colto soltanto la coda dell’ultima frase di Honorio, prima che questi si voltasse e capisse perché il silenzio era caduto sul locale: «…perché porti quella rivoltella non sono affari suoi, sono affari di tutti».
Rimase fermo sulla soglia e il suo sguardo percorse lentamente la stanza, senza rabbia né ironia. Aveva l’aria di qualcuno che fosse arrivato con molti anni di ritardo a un appuntamento.
«Ha ragione», disse. La sua voce era sorprendentemente giovane. «Sono affari di tutti».
Nessuno fiatò.
L’uomo si avvicinò al tavolo di Honorio, Gregorio e Marcelino. Si sfilò con calma la fondina dalla cintura e la posò sul tavolo. Il cuoio emise un rumore secco, il calcio della rivoltella emise un tonfo metallico. «Volevate sapere perché la porto».
Honorio deglutì. «Sì, ma…».
«Allora guardate». Estrasse lentamente la rivoltella dalla fondina.
Qualcuno indietreggiò, qualcun altro si fece il segno della croce.
L’uomo aprì il tamburo. Era vuoto. Lo richiuse e porse l’arma a Honorio. «Controlla».
Con mani incerte, Honorio la prese. La rigirò tra le dita, aprì a sua volta il tamburo. «È scarica», mormorò.
«Lo è da ventisette anni».
Nella taverna si udiva soltanto il crepitio del camino.
«Allora perché…?».
L’uomo sorrise per la prima volta. Era un sorriso stanco. «Per sapere chi siete».
Gli altri si guardarono l’un l’altro senza capire.
«Una pistola carica rivela poco. Fa paura. È naturale averne paura. Ma una pistola scarica…». Fece una pausa. «.Una pistola scarica rivela gli altri». Si voltò verso gli altri avventori. «In tutti questi anni nessuno mi ha chiesto se fosse carica. Nemmeno se sapessi usarla. Avete preferito inventare la mia vita. Mi avete attribuito una guerra, un delitto, una vendetta, una follia. Mi avete costruito addosso un passato che vi faceva comodo». Indicò l’arma. «Questa non è mai stata un’arma. È uno specchio».
Nessuno osò parlare.
«Io la porto perché ogni uomo ha bisogno di conoscere il paese in cui vive. E il modo migliore è offrirgli qualcosa da temere». Si rimise lentamente la fondina alla cintura, vi rimise la pistola con un gesto rapido e sfuggente. «Le paure sono sincere. Le persone, molto meno».
Si avviò verso l’uscita. Sulla soglia si fermò ancora. «Ah… quasi dimenticavo». Estrasse la rivoltella, la puntò verso il soffitto. Il boato fu assordante. Una nuvola di calce piovve sulle teste dei presenti.
Le donne urlarono. Alcuni uomini si gettarono sotto i tavoli.
L’uomo guardò il foro fumante nel soffitto, quindi il tamburo dell’arma. «Adesso è di nuovo scarica».
Uscì nella notte. Nessuno trovò il coraggio di rincorrerlo.
Soltanto allora Honorio comprese che, per ventisette anni, quell’uomo aveva portato una rivoltella scarica. La paura, invece, era sempre stata carica.


Racconto incluso in BIFICCIONES (DIECISÉIS) – BIFINZIONI 16
scritto a quattro mani per MICROFICCIONES Y CUENTOS
Trovi la versione in spagnolo cliccando qui, insieme ad altri racconti.  

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Sergio Gaut vel Hartman (Buenos Aires, 28 settembre 1947) è uno scrittore, editore e antologista argentino. Ha iniziato la sua carriera letteraria nel 1970, pubblicando sulla rivista spagnola Nueva Dimensión. In Argentina, ha collaborato con la rivista El Péndulo e ha fondato la fanzine Sinergia. La sua prima raccolta di racconti, “Cuerpos descartables” (Corpi usa e getta), è stata pubblicata nel 1985 da Minotauro e sarà presto pubblicata anche in italiano. È stato finalista al Premio Minotauro 2005 per il suo romanzo “El juego del tiempo” (Il gioco del tempo) e al Premio UPC per il suo racconto “Otro dios caprichoso” (Un altro dio capriccioso). Attualmente gestisce il blog MICROFICCIONES Y CUENTOS (Microfiction e racconti), che ha creato alcuni anni fa e dove pubblica opere di autori provenienti da tutto il mondo.

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