Fiorenzo Dioni – Il disegno

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Srotolare la carta sul tecnigrafo è un gesto lento e rituale. Tavolo a quarantacinque gradi, tappetino di gomma ripulito, anche se è già perfetto, quattro pezzetti di carta nastro pronti.
Non è scrupolo, è timore del foglio bianco, quando lo si vede teso, liscio e pronto per accogliere la grafite delle idee che girano nella testa. Pronto per il disegno che ti hanno incaricato di sviluppare, per dare vita a un nuovo progetto. Lo guardi mentre fai la punta alla mina, continuando a girarla e rigirarla alla vecchia maniera, su un pezzo di carta vetrata, fino a consumarne più del dovuto.
Tutto bianco e pulito.
Il signor Prandi dice sempre che noi dobbiamo essere come i cuochi che, dopo ogni ingrediente, puliscono ogni angolo della loro postazione. E Angelo lo faceva sempre, ricordando gli insegnamenti del vecchio progettista, che aveva sempre in testa ogni dettaglio di ciò che doveva fare.
Prandi non era molto simpatico, ma era un uomo gentile, garbato, e quando insegnava parlava lentamente, variando il tono della voce solo quando doveva far capire i concetti più importanti del disegno tecnico. Con un insegnante così, era facile apprenderne i segreti, e l’ambizione di diventare presto un progettista si condiva di emozione e fretta di riuscirci. Era una delle persone che Angelo avrebbe ricordato per sempre.
Il tecnigrafo è pronto. Una corsa a lavarsi le mani, cosa che Angelo faceva mille volte al giorno, ed è tempo di disegnare.
E ora che si fa? Il primo sforzo è quello di riguardare il foglio bianco, tassativamente con una mano a sostenere il mento, e di immaginare già il disegno finito, cercando di tracciarlo sotto la carta, in modo che si debba poi semplicemente ricalcarlo, come se la mente timbrasse il tappetino di gomma.
È tutto lì. Prende forma anche a occhi chiusi, e quando li riapri l’immaginazione manca solo delle linee grigie della matita.
Ma non è mai così. Si libera il mento, ancora un attimo di riflessione e poi la mina 5H, quella che non sporca mai, traccia l’asse di simmetria orizzontale. Quella linea intermittente è sacra: sporca il foglio immacolato e, per un attimo, sembra di essere già a metà dell’opera.
Ora serve solo non staccare più la mina, anche se l’ansia comincia a farsi strada tra le poche certezze.
“Ok, l’importante era cominciare, il resto verrà da sé”. E si nasconde la consapevolezza che, a parte le nozioni base, non si sa bene cosa aggiungere a quella linea che non sfigurerebbe in un quadro futurista.
«Te la senti di fare questo studio? Prima ti fai un programma, poi un elenco di priorità, disegni seguendo la lista di punti e infine fai una verifica. In quest’ultima fase vediamo insieme il risultato». Prandi è una sicurezza: puoi contare su di lui in ogni momento. Ma non è quello il target per Angelo.
«Sì, nessun problema». E già il pensiero va a “Faccio tutto io e gli presento il disegno finito e senza bisogno di correzioni. Ce la faccio”.
La presunzione a volte è meravigliosa, ma il valore aggiunto è la curiosità.
La 5H tira la prima riga perpendicolare all’asse, e già l’odore della grafite fa chiudere le porte a tutto il resto: il disegno prende vita. O almeno le parti di contorno. Sara, l’amica pittrice da cui Angelo ogni tanto prende lezioni di disegno artistico, dice sempre di non staccare mai la matita dal disegno; la punta deve sempre essere a contatto, così da esserlo anche con il disegno, senza distrazioni. Così da diventare un tutt’uno. con la carta, con le righe e i colori.
Le linee si susseguono, prende forma l’idea. Arriva poi il momento del calcolo.
«Maledetto profilo trapezio! Ogni volta devo rivedere le formule per calcolarlo».
«Hai bisogno d’aiuto?» .a voce di Prandi ogni tanto arriva a interrompere le linee, ma il silenzio forzato, e un po’ della solita presunzione, fanno da muro di gomma. Non c’è bisogno d’altro.
«No, grazie!». E la matita corre più veloce.
Sì, perché c’è anche il tempo di cui tener conto. A quando la consegna?
Prende il Colombo, vangelo dei disegnatori tecnici. Ed eccolo lì, il signor Timoshenko che indica la strada, ma in modo così complicato che devi scervellarti per usare solo ciò che ti serve. I libri tecnici sono così: indispensabili e irritanti. Ma senza di loro il foglio resterebbe bianco e la 5H durerebbe una vita, intonsa.
Forse avrebbe dovuto dedicare la sua presunzione ad un altro mestiere. Lo dice sempre Davide, l’amico musicista, che il talento di porta fino a un certo punto, poi devi studiare.
Va bene, mister Timoshenko, ti darò ascolto e leggerò tutti i dettagli.
La resistenza del dado dev’essere calcolata tenendo conto solo dei primi tre filetti trapezi.
La flessione di questo pezzo è accettabile solo se in funzione della sollecitazione generale. Ok, ma dopo come lo posiziono? E la campitura la faccio a braccio?
Ora tocca ai fluidi: come dimensiono il cilindro a fluido che spinge? Ed ecco che riappare la letteratura tecnica: chi lo dice che i fluidi non si comprimono? Il signor Timoshenko lascia il palco al signor Bulk, che in realtà non esiste, ma è il nome di un insieme che incasina le cose.
La lettura va veloce, salta tanti dettagli e va al sodo. Eccoti lì!
Dopo, la mina scorre che è un piacere. Sempre più veloce, guidata dalla fretta di finire per vedere realizzato ciò che prima era solo un foglio bianco. L’immaginazione porta quasi a vedere i meccanismi che si muovono sulla carta.
Manca poco, ma già la consapevolezza di essere vicino al traguardo gli fa fare il solito giochetto per attirare l’attenzione: chiama gli altri, mostra la mina esageratamente fuori dal portamine e la lancia sul soffitto di pannelli di espanso. La matita si pianta e rimane là: è il corrispettivo di quando a scuola si diceva “Professore, ho finito”.
Stavolta però la mina si spezza, il portamine cade e l’ufficio si riempie delle risate degli altri. Poco importa: l’orgoglio per quel disegno supera ogni cosa. Giusto o sbagliato che sia.
Mine di ricambio ce ne dovrebbero essere a iosa, ma quando guarda il contenitore lo scopre vuoto. Lui è l’unico a usare quella gradazione, in qualche modo voleva essere diverso dagli altri, ma ora nessuno ne ha una da prestargli.
Rovista nervosamente tra gli strumenti disordinati sul tavolo, ma trova solo mine 0,5, quelle che si usano per scrivere o far di conto. Decide che va bene lo stesso.
La fretta è una cattiva consigliera e porta a fare cose che tradiscono i propri principi: quella mina è una HB, lascerà polvere sul foglio e, quando cancellerà, il bordo della mano, oltre a togliere i riccioli di gomma, trascinerà quella polvere grigio scura e sporcherà il foglio che la 5H aveva lasciato immacolato.
Quando la pulizia di un foglio è uno dei principi con cui opera, un disegno sporco non può andar bene. Sembra qualcosa di buttato lì tanto per riempire, un’accozzaglia di linee confuse dalla nebbia della grafite trascinata dagli errori e dalle correzioni.
Angelo sta attento a ogni movimento, cambia il modo di tirare le righe per evitare il danno. E pensa che, se succedesse ciò che teme, il disegno andrebbe rifatto dall’inizio, per principio: non ci sono santi. Pensa anche che è un paradosso rifiutare l’aiuto degli altri per ciò che riguarda gli aspetti concettuali, l’imparare, il crescere, ma si trova a dipendere da loro per una semplice mina. Perché lui mica scrive: lui disegna. E non è un Basquiat: è un Raffaello.
Procede e, quando arriva la fase del ritocco. si alterna, frenetico, a tirare una riga e a staccarsi dal foglio per osservare l’insieme. Il momento di quel ‘Vediamo insieme il risultato’ è vicino e l’ansia torna prepotente.
Ora lo vede per intero, con la mano ancora a sostenere il mento. È un supporto stampo.
“Prandi lo contesterà, ma tanto lo fa sempre“ è il pensiero che copre tutte le elucubrazioni. Angelo sa che qualcosa sarà sbagliato, che un dettaglio andrà rivisto, che imparerà qualcosa dalla verifica, ma nella sua convinzione di essere bravo la cosa gli farà male, almeno per qualche tempo; poi si convincerà che la critica era giusta e ne farà tesoro. Sa anche che Prandi glielo dirà in modo gentile e garbato, e questo fa una gran differenza.
Seduto sullo sgabello, ammira la propria opera. Nella sua mano la gomma ha preso il posto del portamine; gli occhi viaggiano veloci, spostandosi su ogni punto del foglio, e ogni poco si sposta in avanti, cancellando quando un’ombra interrompe il loro percorso. Tutto sommato è riuscito a fare un lavoro accettabile, pensa, ma in realtà per lui è un capolavoro.
Ora il disegno deve riposare e Angelo se ne va a perdere tempo, a staccare il cervello dal lavoro appena compiuto, a pulirsi mentalmente e a prepararsi al ‘vediamo insieme’. Questo momento è necessario perché sa che, quando tornerà, vedrà immediatamente qualche errore e lo correggerà di suo, senza l’aiuto di nessuno.
Torna.
Gli errori sono lì, sono pochi. Li cancella. Sorride.
Si affaccia da dietro il tecnigrafo. «Il disegno è pronto», dice.

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Fiorenzo Dioni nasce a Brescia nel 1963. Progettista di professione, scrittore per passione, scrive da sempre, ma ha cominciato a pubblicare solo pochi anni fa. Ama scrivere racconti ispirati a situazioni quotidiane, dandogli poi una veste surreale e di fantasia. Ha pubblicato tre libri: “Porte”, composto da tre racconti lunghi, “Riflessi”, un progetto in collaborazione con una fotografa in cui si sono incontrate e confrontate immagini e parole, “L’uomo in scatola”, pubblicato da Calibano Editore, composto da 19 racconti surreali. Da uno di questi è stato tratto il fumetto “Mio padre, il tango” (Calibano, 2023). Ha partecipato a varie antologie di racconti a tema, tra cui “Anch’io. Storie di donne al limite”, “Ci sedemmo dalla parte del torto”, “Nulla per cui uccidere” (Prospero Editore), e “I racconti della Leonessa” (Calibano Editore). Altri suoi racconti sono stati pubblicati sulla rivista Inkroci, con cui collabora anche per recensioni di libri e dischi nelle rubriche “Attenti al libro!” e “Formidabili, quei dischi!”. In passato ha scritto recensioni per le riviste NB e Dentro Brescia.

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