Oltre Venere nasce come risposta a una domanda implicita: davvero le donne non scrivono fantascienza? La risposta, per fortuna, è in queste pagine, ed è un no bello netto.
L’introduzione di Gian Filippo Pizzo parte un po’ alla larga, tra aneddoti, luoghi comuni e riflessioni anche discutibili, ma il senso è chiaro: più che una rivendicazione ideologica, qui c’è voglia di mostrare storie. E infatti sono i racconti a parlare davvero.
La cosa che più colpisce è la varietà: non c’è una “fantascienza femminile” uniforme, ma una costellazione di voci che spaziano dal tecnologico all’intimo, dal sociale al visionario. Alcuni testi giocano con robot, IA e futuri plausibili, altri s’infilano in crepe più emotive, quasi malinconiche, e funzionano proprio perché non cercano di dimostrare niente (e in effetti non hanno niente da dimostrare, se non nell’ottica distorta di chi ritiene che la narrativa scritta da donne sia “inferiore”): raccontano e basta.
Certo, come in tutte le antologie, non tutto ha lo stesso peso, ma il livello medio è buono, e soprattutto si ha la sensazione di esplorare un territorio tristemente poco battuto, almeno in Italia. Alcuni racconti restano addosso, altri passano più leggeri, ma l’insieme tiene, e tiene bene. Tra le firme più riconoscibili spiccano nomi come Alda Teodorani, Elena Di Fazio, Cristiana Astori, ma anche Giulia Abbate, Irene Drago e Serena Barbacetto, che contribuiscono a rendere il quadro ancora più vivo e articolato.
Alla fine Oltre Venere è questo: un libro curioso, a tratti sorprendente, che vale la lettura non solo per ciò che dice, ma per lo spazio che apre. Ed era anche ora.





















