John Wainwright – Cul-de-sac

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John Duxbury, cinquantenne mediocre e infelice, affida a un diario destinato al figlio il racconto del suo matrimonio logorato con Maude, precipitata da una scogliera durante una vacanza fuori stagione – e qualcuno sospetta che sia stato lui a spingerla.

Tra confessione, autodifesa e ambiguità, Cul-de-sac costruisce un duello sottile fra dolore, sollievo e colpa; costruito sul dubbio, funziona come una trappola narrativa: non ci chiede soltanto di scoprire che cosa sia accaduto davvero, ma di capire fino a che punto possiamo fidarci di chi racconta. John Duxbury prende la parola in prima persona attraverso un diario indirizzato al figlio, presentandosi come un uomo sconfitto, mediocre, prigioniero di un matrimonio ormai spento eppure impossibile da recidere. Maude, la moglie, è per lui al tempo stesso legame, condanna, abitudine, nemica domestica e presenza necessaria: una figura dalla quale vorrebbe liberarsi e senza la quale non sa pensarsi.
Wainwright lavora con grande abilità su quest’ambivalenza. Duxbury sembra confessarsi, ma forse si sta giustificando; soffre, ma lascia intravedere un sollievo inconfessabile; si mostra quale vittima di una donna castrante e frustrante, ma potrebbe essere anche un abile costruttore della propria innocenza. Il diario diventa così una scialuppa di salvataggio, ma anche un campo minato: ogni frase può essere letta come dolore autentico o come strategia difensiva.

Accanto a questa voce si muove l’indagine di un poliziotto deciso a dimostrare la colpevolezza di Duxbury, pur senza prove decisive e con un testimone tutt’altro che solido.
Il romanzo vive in questa tensione continua: il vedovo che si presenta come uomo distrutto, il sospetto che ne corrode ogni parola, l’agente che insiste, il lettore che oscilla senza mai potersi accomodare in una verità definitiva. Ed è qui che Cul-de-sac mostra la sua forza: non nel colpo di scena fine a se stesso, ma nella capacità di trasformare un possibile delitto coniugale in un’indagine morale sulla colpa, sul rancore e sulle menzogne che raccontiamo prima di tutto a noi stessi.

Non sorprende che Georges Simenon abbia amato profondamente Cul-de-sac: come nei suoi romanzi migliori, anche qui il delitto conta meno delle crepe invisibili dell’animo umano, delle ossessioni domestiche, dei compromessi sentimentali e di quella zona grigia in cui innocenza e colpa finiscono per confondersi fino a diventare indistinguibili.

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