Mi trovo piuttosto vicina alla riva, in un tratto in cui le correnti mulinano sott’acqua perché poco oltre si trova una secca. Siamo venuti alla spiaggia libera in scooter, con uno zaino per l’occorrente e un sacchetto con i panini. Spalle e testa fuori dall’acqua, i miei piedi grattano la sabbia poco prima del punto critico in cui le onde si frangono in un moto liberatorio e scomposto. Vedo la riva con la gente che cammina parlottando avanti e indietro, i teli colorati, gli ombrelloni in procinto di volare via per il vento. Poco più in là, il verde dei pini e i tronchi marrone scuro della pineta, capanne di legno intrecciate e alcuni ragazzi che oltrepassano le dune per fare pipì.
Mio marito tira fuori una pesca dalla borsa, la ripulisce dalla sabbia e l’addenta sporgendosi oltre il telo per non bagnarlo con il succo. I copricostumi delle donne sulla battigia si gonfiano come tanti paracadute colorati. Alcune li gettano sulla sabbia ed entrano in mare con la faccia rivolta al sole, i seni semiscoperti, tra i quali l’acqua fluisce e defluisce. Le loro chiacchiere rimbalzano sui flutti verso di me. L’acqua duttile è calda sopra e fresca sotto, dove le correnti mi accerchiano le caviglie come anelli di ghiaccio. Osservo la distesa verde, screziata di bianco sulla cresta dei cavalloni che mi si muovono accanto. Ricordo che, quand’ero piccola, uno dei miei racconti preferiti parlava di una ragazza che in realtà era una creatura acquatica. Trascorrevo ore sul letto a fissare le illustrazioni di onde e acqua in tutte le tonalità di azzurro e, quando mi tuffavo in mare, infilavo la testa sott’acqua e aspettavo di mutarmi in qualcos’altro. Volevo che le gambe si ritirassero, che fitte squame mi avvolgessero il corpo, poi riemergevo avvilita e delusa nella mia forma caparbiamente umana. Anche adesso vado giù e poi riemergo, ma continua a non succedere niente. Le onde mi sollevano e poi vanno oltre; mi metto per qualche istante a pancia in su prima che un’onda più alta, che cambia forma in continuazione come Undine, mi faccia bere.
Il cielo sopra di me è spietato, di un celeste assoluto, senza una nuvola. Penso in modo un po’ caotico alle vacanze, ai viaggi, alle cose da fare al rientro. Mio marito ora è steso sul telo, ha in testa il cappello di paglia e fuma un sigaro che il vento continua a spegnere. Ha in mano un libro chiuso, sospetto che sia il giallo che ha avuto in regalo per il suo compleanno e che si ostina a non leggere.
Sorrido prima di essere trascinata all’improvviso di lato, poi risucchiata con forza verso il centro dell’onda enorme che mi si sta abbattendo sopra. Non mi preoccupo, lo prendo come un gioco. La corrente si raccoglie, si avvolge su se stessa e io penso a quando mio padre mi ha insegnato a nuotare con un elefantino di plastica a pois rossi. Muovo le gambe in modo disordinato e riesco a sentire il fondo. Mi raddrizzo giusto in tempo per vedere la spiaggia con mio marito e gli ombrelloni che si allontana, come se un gabbiano mi avesse rapita e mi stesse trasportando indietro con il becco. Cerco di nuotare con tutta la forza che ho ma le mie bracciate sono inefficaci: mi sto allontanando dalla riva sempre di più, qualcosa mi trascina indietro con una potenza che non riesco a contrastare. “È tutto a posto”, mi dico per rassicurarmi. Non posso farmi prendere dal panico, devo reagire. Alzo le braccia per segnalare il pericolo, urlo. Vedo che nessuno guarda nella mia direzione, dalla spiaggia non mi sentono. Il rumore del mare agitato è troppo forte. Sento un frastuono dietro di me, mi volto. Un muro d’acqua sta per crollarmi addosso, con la cima bianca inclinata in avanti. Una frazione di secondo dopo ci sono dentro, senza aver avuto il tempo di fare niente. L’acqua mi si rovescia addosso e mi spinge verso il fondale. Sento i piedi sollevarsi, il corpo che si ribalta, qualcosa che mi graffia la pelle e che sfrega il mio tronco contro il fondale come carta vetrata. La mia testa sbatte su qualcosa di duro, spinta dalla pressione. Avverto la punta del dolore che è calda e mobile, i denti si chiudono di scatto sulla lingua, sento il sapore del sangue e del sale e davanti alle palpebre serrate passano dei colori, vivaci come in una giostra. La mancanza protratta dell’ossigeno mi serra la gola, la mia agitazione si trasmette a braccia e gambe, che ruotano in un moto insensato.
Respira! Sento la voce della mia insegnante di yoga che me lo dice con un’occhiata placida, mentre spinge il bacino verso il tappeto. Respira! ripete. Devo respirare. Cerco di spingermi verso l’alto ma sono una marionetta dentro all’occhio del ciclone, mi dimeno come chi si butta dal sesto piano e poi cerca di aggrapparsi a qualcosa durante la caduta. Forse sto per affogare, penso. Stupidamente, rifletto sul fatto che, se mio marito avesse letto il libro, adesso mi starebbe cercando con lo sguardo tra le onde per dirmi che no, non gli piace, e che comunque quella storia non può essere andata in quel modo, che hanno sbagliato la sequenza delle azioni.
Una nuova sferzata di energia marina mi smuove con violenza e io cerco di sfruttarla per riemergere. All’improvviso come quando ci sono entrata, sono fuori. Tiro l’aria verso l’interno della bocca con un verso animalesco, tossisco e ansimo in preda al panico. Sento il dolore allargarsi sul sopracciglio, dove ho sbattuto con più forza sul fondo. Quando alzo la testa, la spiaggia è ancora lì, coi suoi ombrelloni e le persone che giocano a pallone. Un cane corre lungo la battigia, abbaiando con latrati secchi e ripetuti. Vedo alcune ragazze ridere, mio marito si è tolto il cappello e l’ha posato sulla stuoia, accanto a sé. Tutto è come prima: i pini, le capanne. I miei piedi toccano la sabbia, di nuovo, e sono ancora una volta vicina alla riva, vicina abbastanza da capire che la mia tragedia, durata pochi istanti, è rimasta inosservata. Per un attimo ho l’impressione di essere entrata e uscita da una fessura temporale, come chi nelle favole si assenta per anni e al suo ritorno trova tutto immutato.
Procedo in avanti, mi siedo nell’acqua bassa con piccole onde innocue che fanno avanti e indietro, mentre un filo di sangue vortica nell’acqua dopo essermi caduto dal viso. Mi guardo intorno: le estremità sfilacciate dei teli abbandonati a terra sono rettangoli giallo e arancione che vibrano contro l’ocra della sabbia. È come se il mondo mi fosse più vicino che mai: i colori sono più vistosi, gli spessori insistenti. Percepisco il sapore dell’angoscia, il fruscio dei capelli, le voci della gente, quasi qualcuno avesse alzato all’improvviso il volume, e ho una visione del tempo che è una linea continua e smisurata davanti e me. Avverto la mia esistenza come quella di un manichino minuscolo e inconsistente che si muove su una scena molto più ampia, come in un quadro di De Chirico.
In quel momento accolgo la rivelazione che un giorno sarò morta, ed è una certezza che ha il sapore del surreale in mezzo a tutta quella vita, accanto a me. Per il momento, so di essere scampata a qualcosa che elude il mio controllo.
Sono viva. Inspiro una boccata d’aria che sa di pigne seccate al sole e urina di cane. Osservo mio marito che ha iniziato a leggere il libro e neanche si accorge di avermi a pochi metri, con una scia di sangue che mi scorre sopra all’occhio destro.
Un bambino tira il pallone accanto al suo asciugamano, l’impatto della palla fa schizzare la sabbia sulle sue gambe e lui alza la testa, infastidito. Mi vede. «Che hai fatto?». Si alza di scatto lasciando cadere il libro, che si chiude frusciando sull’asciugamano.
«Mi ha buttato giù un’onda».
«Andiamo al pronto soccorso».
«No, non è niente». Tossisco. La gola mi brucia con insistenza, sento i polmoni induriti. «Ti è piaciuto il libro?» gli chiedo, osservando la sua sagoma contro la luce del sole.
Lui increspa le labbra, si stringe nelle spalle.





















