Interno 1 – Non avrai altro Dio
Nel suo appartamento al primo piano, l’uomo aveva coperto di specchi una parete.
Li lucidava ogni mattina con devozione, come si fa con ciò che non deve mai essere macchiato.
Al centro della stanza, un altare.
Si inginocchiava davanti al proprio volto prima di uscire, chiedendo successo, salute, silenzio dagli altri inquilini.
Una notte i vetri si incrinarono per il freddo.
Al mattino il volto si spezzò in decine di frammenti.
Dal pianerottolo nessuno udì preghiere, solo vetri che cadevano.
L’altare restò vuoto, illuminato da una candela prossima alla fine.
Interno 2 – Non nominare invano
Dal secondo piano uscivano sempre parole forti, che rimbalzavano lungo il vano delle scale.
Bestemmie, giuramenti, promesse urlate al telefono.
Il Nome veniva speso come una moneta di rame, quella buona per fare la carità.
Un giorno la voce si fermò di colpo.
Apriva la bocca, cercava di articolare, ma non ne usciva un singolo suono.
Inveiva il Nome con tutta la sua forza, ma le pareti gli restituivano soltanto l’eco del silenzio.
Sulle scale ora mute, i vicini si interrogavano; pensarono a una redenzione.
Dio, invece, aveva deciso di essere stufo di sentirsi chiamato.
Interno 3 – Santifica le feste
Al terzo piano non esistevano giorni speciali: le macchine lavoravano anche alla domenica.
Le imposte venivano aperte e chiuse sempre alle stesse ore, i giorni rossi sul calendario erano fitti di note come quelli neri.
L’inquilino diceva sempre che le ferie e il riposo erano il lusso e la scusa di chi non aveva voglia di lavorare.
Quando morì, nessuno se ne accorse subito.
Il rumore continuò per giorni, ostinato, identico, come se l’appartamento lavorasse senza sosta. Solo l’odore che filtrava dalla porta era, infine, cambiato.
Interno 4 – Onora il padre e la madre
La donna del quarto piano aveva sfrattato il passato perché occupava troppo spazio. Le foto erano girate verso il muro: due quadrati di legno e polvere.
Una sera, in corridoio, qualcuno iniziò a tossire. Poi dalla cucina arrivò lo strusciare di sedie mai più mosse da anni.
Non c’era nessuno, ma l’aria sapeva di rimprovero.
La donna non ebbe bisogno di guardarsi attorno: i rumori accesero ricordi vividi e indelebili. Prese due piatti di plastica extra, li sbatté sul tavolo e servì la cena al vuoto. Mangiò in silenzio, a testa bassa. Prima di decidere di alzarsi attese un pugno in testa che non arrivò.
Interno 5 – Non uccidere
Il quinto piano era il peggiore per i rumori molesti, perché si prendeva quelli emessi da tutti i cinque di sopra come dai quattro di sotto. Per l’inquilino, il più insopportabile era quello della donna che ogni mattina infrangeva la quiete dell’alba col suo tacchettare frenetico nello scendere le scale.
Una mattina non ne poté più: uscì sul pianerottolo, calcolò i tempi e la traiettoria ascoltando attentamente il tacchettare e tese la gamba al momento giusto. Un gesto piccolo, quasi pigro. La donna provò ad aggrapparsi alla ringhiera, inutilmente.
Il metallo smise di vibrare solo dopo l’ultimo urto.
La polizia parlò di fatalità: un piede in fallo su un gradino scivoloso. L’appartamento tornò finalmente tranquillo, un guscio di pace perfetta.
Interno 6 – Non commettere atti impuri
Al sesto piano l’aria cambiava con la frequenza dei turni in fabbrica: le porte si chiudevano piano senza mai scattare, e i nomi, scambiati come si fa coi biglietti da visita, restavano validi solo per qualche ora.
Era una zona di passaggio in cui i corpi si dedicavano a brevi momenti di intimità selvaggia e a lunghe pause di silenzio e di indifferenza.
Una notte, però, qualcuno restò. Il silenzio si protrasse fino a diventare una domanda che esigeva una risposta. L’uomo cercò un gesto che non si esaurisse nell’attrito, una mano capace di fermarsi invece di scivolare via.
Non la trovò. Restò fermo, a lungo, finché anche il desiderio cominciò a raffreddarsi.
Interno 7 – Non rubare
Nessuno sospettava dell’inquilino del settimo piano.
Sempre gentile, sempre disponibile, sempre presente.
Prendeva solo ciò che non faceva rumore, che non occupava spazio ma pesava tanto: minuti, attenzioni, confidenze, fiducia.
Col tempo nessuno bussò più alla sua porta. E le sue stanze, le sue giornate si fecero di colpo vuote.
Capì allora che non gli avevano tolto nulla. Avevano solo smesso di dargli cose invisibili.
Interno 8 – Non dire falsa testimonianza
All’interno 8 abitava un testimone affidabile. Ricordava sempre ciò che serviva e non aveva problemi a confermare, smentire, giurare e spergiurare.
Le sue versioni cambiavano senza rumore.
Al processo del vicino, parlò con la sicurezza di chi conosceva sempre la verità.
Tornò a casa assolto da ogni dubbio.
Davanti allo specchio provò a raccontarsi la verità.
La voce gli uscì strana.
Non la riconosceva più.
Il riflesso sorrise al posto suo, più sicuro, più credibile.
Interno 9 – Non desiderare la donna d’altri
Dal nono piano si vedeva bene l’attico del palazzo di fronte, abitato da una coppia. L’uomo li osservava cenare ogni sera: luci calde, gesti lenti, una calma condivisa che pareva sacra. Poi le luci si spegnevano e lui poteva solo immaginare.
Non desiderava solo possedere quella liturgia, ma esserne anche parte. Non spiava più di nascosto ma si faceva vedere, e sapeva che lei lo notava.
Un giorno lei bussò alla sua porta ed egli credette di aver finalmente guadagnato la sua parte in quel rito. Ma lei parlò poco: si guardava attorno senza davvero vedere, toccava gli oggetti con una cautela che non era curiosità. Lo guardava, ma il suo sguardo non si fermava: lo attraversava, cercando qualcosa che non era lì. Lui riconobbe quel ritmo: l’aveva osservato per mesi dalla sua finestra.
Anche nel letto, a luci spente, capì di essere solo una superficie.
Lei se ne andò prima dell’alba. L’uomo rimase nel letto ancora caldo, cercando di capire quale parte di sé fosse stata usata.
Interno 10 – Non desiderare la roba d’altri
All’ultimo piano aveva raccolto le copie esatte del meglio di ogni appartamento sottostante: ciò che brillava di più, ciò che sembrava durare.
La sua casa era un’esposizione accurata, un riassunto silenzioso e scintillante delle vite altrui.
Da sotto salivano ogni giorno in visita: guardavano, confrontavano, invidiavano.
Lui osservava i loro sguardi posarsi sulle cose, offriva merende, regalava suggerimenti, consolava chi aveva meno. Qualcuno portava trionfante qualche nuova meraviglia, per poi zittirsi quando lui ne mostrava una versione migliore, appena arrivata in casa.
Un giorno l’ascensore smise di funzionare. Nessuno salì più.
Gli oggetti rimasero al loro posto, inermi, senza testimoni.
Solo allora capì.
Non gli restava nient’altro da desiderare.





















