Thomas Hobbes – Leviatano

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Quando mi capita di tornare al Leviatano di Thomas Hobbes – e negli ultimi anni mi capita sempre più spesso – provo la sensazione di leggere non tanto un classico del Seicento, quanto una diagnosi sorprendentemente contemporanea delle condizioni di instabilità delle società complesse. È come se Hobbes avesse scritto per noi, per le nostre paure politiche, per i nostri ecosistemi mediali saturi di conflitto simbolico.
Naturalmente bisogna evitare il facile anacronismo: Hobbes scrive nel pieno della crisi inglese del XVII secolo, mentre la guerra civile travolge l’ordine politico tradizionale. Tuttavia, proprio perché la sua riflessione nasce da una condizione di collasso dell’autorità, il filosofo inglese riesce a isolare una struttura elementare della convivenza umana che continua a ripresentarsi in forme nuove. Il suo problema fondamentale è sempre lo stesso: che cosa succede quando il tessuto di fiducia reciproca si dissolve e la società torna a essere un campo di forze in competizione permanente?

Hobbes non è soltanto un teorico dello Stato assoluto; è, molto prima della nascita della sociologia, un teorico della fragilità dell’ordine simbolico: se si legge attentamente il Leviatano, si scopre che il famoso “stato di natura” non è semplicemente una guerra fisica di tutti contro tutti; è soprattutto una guerra di interpretazioni. Gli uomini diffidano gli uni degli altri perché non condividono più un linguaggio comune di autorità e verità. Ognuno pretende di possedere la propria ragione, la propria giustificazione morale, la propria interpretazione della giustizia.
Questo punto è straordinariamente attuale: le società contemporanee non stanno necessariamente tornando allo stato di natura in senso militare[1] – almeno nelle democrazie occidentali – ma stanno vivendo qualcosa che Hobbes avrebbe riconosciuto immediatamente: la disgregazione del monopolio interpretativo dell’autorità.

Per secoli le società europee hanno funzionato grazie a grandi dispositivi di produzione della verità: la Chiesa, lo Stato, l’università, la stampa. Queste istituzioni non eliminavano il conflitto, ma lo canalizzavano entro strutture riconosciute. Oggi, invece, viviamo in un ambiente comunicativo radicalmente diverso: l’ecosistema dei media digitali ha moltiplicato i centri di produzione del discorso pubblico, creando una pluralità permanente di verità concorrenti.
In questo senso Hobbes diventa incredibilmente moderno: il suo problema non è soltanto chi detiene il potere, ma chi stabilisce che cosa è vero, che cosa è legittimo, che cosa è giusto. E qui emerge una dimensione che la sociologia dei media ha riscoperto negli ultimi decenni: il potere politico è sempre anche potere semiotico.

Il Leviatano non è soltanto uno Stato; è una macchina simbolica. Quando Hobbes descrive il sovrano come “persona artificiale” che rappresenta tutti i cittadini, sta in realtà anticipando un’idea molto vicina a quella che oggi chiameremmo “costruzione mediale dell’autorità”. Il sovrano esiste perché esiste una rappresentazione condivisa del sovrano. Senza quella rappresentazione, senza quella credenza collettiva, l’ordine politico collassa.
Questo è il motivo per cui Hobbes dedica così tanta attenzione al linguaggio, alla retorica, alla religione, alla circolazione delle opinioni. In termini contemporanei potremmo dire che il Leviatano è anche un trattato sulla governance delle narrazioni sociali.
Ed è proprio qui che la sua attualità diventa quasi inquietante. Le piattaforme digitali hanno trasformato radicalmente il modo in cui il consenso viene prodotto. Non esiste più un centro stabile della comunicazione pubblica: esistono reti, flussi, viralità, algoritmi. La sfera pubblica non è più un luogo deliberativo relativamente unitario; è un campo di battaglia permanente tra micro-comunità interpretative.
Il risultato è un fenomeno che Hobbes avrebbe riconosciuto con estrema lucidità: l’erosione della fiducia reciproca. Quando nessuno riconosce più un’autorità epistemica comune – quando non siamo più d’accordo nemmeno su che cosa sia un fatto – il conflitto politico tende inevitabilmente a radicalizzarsi. Non perché gli individui diventino più cattivi, ma perché vengono meno le infrastrutture simboliche che rendono possibile la cooperazione.

Qui la famosa formula hobbesiana della vita “solitaria, povera, brutale e breve” assume un significato nuovo. Non è necessariamente la descrizione di una barbarie primitiva: può essere anche la descrizione di una società tecnologicamente avanzata ma cognitivamente frammentata.
Se leggiamo Hobbes accanto alla teoria dei media contemporanea, il Leviatano ci appare come una riflessione precoce su ciò che oggi chiameremmo infrastruttura comunicativa dell’ordine sociale. In altre parole: nessuna società può funzionare senza un minimo di consenso sul modo in cui la realtà viene descritta. Quando questo consenso si frantuma, la politica diventa una competizione permanente tra universi simbolici incompatibili. In questa situazione – ed è il punto più provocatorio di Hobbes – gli individui finiscono spesso per desiderare una nuova forma di autorità forte che ristabilisca l’ordine.
Qui si colloca una delle ragioni della straordinaria attualità del Leviatano: il libro non spiega soltanto come nasce lo Stato; spiega anche perché le società in crisi sono tentate dall’autoritarismo.

Hobbes non era un teorico della tirannia nel senso in cui spesso viene presentato. Era piuttosto un analista radicalmente pessimista della natura del conflitto umano, e riteneva che la paura dell’anarchia fosse una delle forze politiche più potenti della storia. Osservando le democrazie contemporanee – polarizzate, attraversate da guerre culturali, immerse in flussi informativi incontrollabili – è difficile non riconoscere quanto questa intuizione resti pertinente.
Il Leviatano, dunque, continua a parlarci perché descrive una tensione strutturale della modernità: il fragile equilibrio tra libertà e ordine. Le società aperte producono inevitabilmente pluralismo, conflitto, divergenza interpretativa, ma, senza un minimo di autorità condivisa, senza istituzioni capaci di stabilire procedure comuni di verità, quel pluralismo rischia di trasformarsi in una spirale di diffidenza reciproca.
Per questo Hobbes non è soltanto un autore del passato: è uno dei pochi pensatori che hanno compreso fino in fondo quanto l’ordine sociale sia un fenomeno profondamente artificiale. Non nasce spontaneamente: dev’essere costruito, mantenuto, rappresentato, continuamente riconosciuto. E in un’epoca in cui la comunicazione globale destabilizza ogni gerarchia simbolica, la domanda hobbesiana ritorna con una forza sorprendente: quale Leviatano – quale forma di autorità collettiva – sarà capace di tenere insieme le società della rete?
Non è una domanda che riguarda il Seicento: riguarda in misura stringente il nostro presente.


[1] Viene da chiedersi se questo sia vero: i recenti conflitti sembrerebbero suggerire il contrario. E, se prendiamo sul serio la diagnosi di Thomas Hobbes, dobbiamo riconoscere che lo stato di natura non è una condizione storica primitiva confinata all’inizio della civiltà, quanto piuttosto una possibilità sempre latente nella vita politica. Hobbes stesso lo dice con grande chiarezza: lo stato di natura non è soltanto la guerra aperta, ma una situazione in cui la guerra è sempre possibile perché non esiste un’autorità riconosciuta capace di garantire sicurezza. In altre parole, lo stato di natura è una condizione di insicurezza strutturale.
Se guardiamo alla storia recente con questo criterio, diventa difficile sostenere che la dimensione militare sia scomparsa dall’orizzonte delle società contemporanee. Basta pensare alla guerra tra Russia e Ucraina iniziata nel 2022, oppure al conflitto ricorrente tra Israele e la Striscia di Gaza, o ai recenti attacchi congiunti tra Israele e Stati Uniti all’Iran, senza ignorare le guerre dimenticate in Sudan, Yemen o nella regione del Sahel.
Se allarghiamo lo sguardo al sistema internazionale, il quadro diventa ancora più hobbesiano: a differenza delle società interne agli Stati, l’arena internazionale non possiede un vero Leviatano. Non esiste un potere sovrano globale capace di far rispettare le regole. Le organizzazioni internazionali (come le Nazioni Unite) funzionano più come spazi negoziali che come autorità coercitive. Per questo motivo molti teorici delle relazioni internazionali hanno sempre considerato il sistema degli Stati come una struttura intrinsecamente hobbesiana. Gli Stati convivono in una situazione molto simile allo stato di natura: nessuno può garantire definitivamente la sicurezza di tutti.
Tuttavia la mia affermazione – quella secondo cui le società contemporanee non stanno necessariamente tornando allo stato di natura al loro interno – riguarda un livello diverso. All’interno delle democrazie occidentali, il monopolio statale della forza rimane in larga parte stabile. Non assistiamo, almeno per ora, a una guerra civile generalizzata tra cittadini armati. Le istituzioni continuano a funzionare, le elezioni si svolgono, le amministrazioni operano.
Il problema emerge su un piano più sottile: quello della disintegrazione simbolica del consenso. Qui torniamo a Hobbes in modo quasi paradossale. Il Leviatano non nasce semplicemente per impedire la violenza fisica; nasce per impedire la dissoluzione del patto sociale. Se gli individui smettono di riconoscere l’autorità delle istituzioni – se ogni gruppo costruisce la propria versione della realtà – la fiducia reciproca comincia lentamente a erodersi.
Questo non produce immediatamente la guerra civile, quanto piuttosto una precondizione culturale della guerra. E in effetti, se osserviamo le società contemporanee, assistiamo a un fenomeno che Hobbes avrebbe riconosciuto con estrema lucidità: una crescente militarizzazione dell’immaginario politico. Il linguaggio pubblico si radicalizza, gli avversari diventano nemici, le differenze ideologiche vengono interpretate come minacce esistenziali. E, quando la politica assume questo registro, il passo verso la violenza diventa più breve.
Per questo motivo la domanda hobbesiana torna a essere centrale, non tanto perché viviamo già nello stato di natura, ma perché vediamo emergere le condizioni che possono renderlo di nuovo plausibile.
Qui Hobbes resta un autore straordinariamente scomodo: ci ricorda che la civiltà politica non è un risultato definitivo della Storia, ma un equilibrio instabile mantenuto da istituzioni, norme e, soprattutto, da una certa quantità di fiducia reciproca. Quando questa fiducia si indebolisce – quando gli individui iniziano a percepirsi reciprocamente come potenziali minacce – la società può scivolare lentamente verso forme di conflitto sempre più dure.
Hobbes non pensava che questo fosse inevitabile. Ma pensava che fosse sempre possibile. Ed è forse questa, più di ogni altra cosa, la ragione per cui il Leviatano continua a inquietarci: non perché descriva un passato remoto, ma perché descrive una fragilità permanente dell’ordine umano.
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Nato a Bologna nel 1957, Vittorio Moreschi è professore ordinario di Sociologia della Comunicazione. Studioso dei processi ideologici nelle società post-industriali, si è occupato per oltre trent’anni di teoria dei media, propaganda, linguaggi della tecnica e costruzione sociale del consenso. Dopo una formazione in filosofia politica, ha sviluppato un approccio interdisciplinare che integra sociologia critica, semiotica e antropologia culturale. Numerose le sue pubblicazioni. È stato visiting scholar presso la Humboldt Universität di Berlino e collabora con diverse riviste europee di teoria sociale e media studies.

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