Ci sono forme di potere che si insinuano nelle pieghe della vita quotidiana prima ancora di prendere forma visibile. È il potere che si fa presenza: leggibile da chi ne conosce i segni, interpretabile da chi lo osserva. Embodiment sociali al limite della forma, intercettabili a partire dal contatto con il pubblico – in cui l’esposizione diventa trasmissione performativa – fino alle atmosfere intorno ai tavoli a cui si sono consumati i pranzi conviviali. Può leggersi il sottotesto così: l’atto è e coincide con il messaggio codificato. Per certi versi, un Ordine del discorso, per dirla con Foucault, attraverso cui la produzione, controllata e selezionata, disciplina menti e comportamenti. Modelli tesi a filtrare la percezione del reale, agiti nello spazio liminale tra ciò che è bene tacere e ciò che è doveroso comunicare, con una pregnanza che si staglia a partire dal senso comune di intendere forme esplicite di controllo; di cui la violenza – non solo quando si mostra – diventa estensione.
Come nominare fenomeni che operano in questo spazio intermedio?
Chiamare le cose con il proprio nome è difficile: quello che vediamo non è sempre ciò che è, e ciò che sembra legittimo cela reti di influenze miopi. Le mafie, in questo senso, mostrano qualcosa sulla fragilità della distinzione fra potere e legittimità. Un’attenta ingegneria sociale, invisibile ma onnipresente.
Osservava Anton Blok, già negli anni Settanta, che la mafia opera attraverso una sorta di teatro sociale del prestigio. La violenza, scriveva, non è solo uno strumento materiale ma una forma di comunicazione: gli atti di violenza funzionano come dimostrazioni pubbliche di potere e servono a costruire reputazione.[1] Ancora, Jane e Peter Schneider sottolineavano che il fenomeno si estende ben oltre il gesto criminale: è cultura, discorso e regolazione sociale.[2] In altre parole, l’azione mafiosa è messaggio – in senso ampio – destinato a un pubblico.
Le mafie, intese in questo senso, non sono entità chiuse nel loro contenitore tradizionale, ma sono innervate dal manifestarsi in logiche di relazione e codici sociali, reti economiche transnazionali, gruppi politici o figure pubbliche che costruiscono consenso attraverso narrazioni e gesti performativi. Per cui, l’elemento comune è la capacità di produrre coesione sociale controllata.
Allargando la prospettiva, vediamo che questa logica non è poi così distante da noi, e pertiene al contemporaneo in una forma nella quale ogni dichiarazione – anche ogni post – è un segnale che definisce limiti, ruoli e aspettative. Si apre così una grammatica di segni che si dipana, lungo l’intero tessuto sociale, all’interno di rituali riconoscibili.
Approcciarsi a queste dinamiche porta a indagare l’informazione non solo attraverso i prodotti finiti – i fatti –, ma anche attraverso le forme di rappresentazione che li rendono quanto più possibili. Un potere strategico a cui ciò che viene rappresentato chiede autenticazione e riconoscimento, cercando di costruirsi – per certi versi tradendo coerenza nei confronti della storia che ne ricorda le modalità – come autoritario per la capacità di influenzare – senza dover ricorrere alla forza bruta o alle dimostrazioni esplicite –, servendosi della reputazione, che diventa moneta più forte di qualsiasi legge.
Il tema, da questa prospettiva, appare sotto una nuova luce: non solo evidenti forme di corruzione e connivenza ma pratiche – tacite e non – discorsive, simboliche e performanti che rendono possibile un dominio che resiste al tempo e ai suoi possibili contrasti. Le mafie, evolute e teatro del potere, operano attraverso reti di influenze in cui l’atto stesso di essere osservati e giudicati è parte della messa in scena. Semplifichiamo così: istituzioni – informali o formali che siano –, media e reti sociali sono il palcoscenico; reputazione e solidale reticenza sono il copione; allusioni, gesti simbolici e dimostrazioni pubbliche diventano atti performativi. Supponendo l’entità degli attori e di chi siede nei palchetti – per dirla con i teatri all’italiana – ci si potrebbe chiedere chi occupa la platea.
Davanti a queste strutture, la società civile non può che valutare il rischio di diventare platea permanente, spettatrice alla quale si chiede un ruolo passivo. Valutare la performatività del potere apre all’urgenza di riconoscere l’eventualità di narrazioni costruite da chi sa che la scena conta più della sostanza, che il consenso vale più della regola. Esplicitata così, la coesione di questi fattori è prodotta, modulata e preconfezionata interiorizzando modus operandi e gerarchie apparentemente normalizzate.
Approcciarsi criticamente alle mafie – oggi, quando l’informazione diventa reperibile attraverso un click – può significare concedersi allo spazio di apprendimento tra cultura e non-cultura. Tra me e non-me. Tra l’esperienza immersiva e la sua diretta contraria, nella tensione urgente di ricerca di pluralità, diversamente dall’aspirazione a un linguaggio culturalmente universale.
Considerare questa prospettiva significa includere ulteriori sfumature: alleanze tra attori statali e privati, tra diverse economie e sistemi locali di controllo in fenomeni a influenza globale che esibiscono la potenza mediatica al pari di armi transnazionali. In queste dinamiche, quella che spesso viene definita zona grigia non è un margine del sistema: è il suo spazio di respirazione. Si amplia diventando non un luogo, ma una condizione nella quale la responsabilità tende a con-fondersi. Le regole esistono, ma vengono continuamente piegate. Le istituzioni funzionano, ma sono attraversate da interessi che sfuggono all’impegno pubblico. Le guerre non sono solo militari, sono economiche, mediatiche, narrative. Sono guerre di reputazione.
La domanda, allora, non riguarda solo le mafie, né solo la loro spettacolarizzazione: riguarda la direzione complessiva delle società. Quanto alle mafie, in fondo hanno mostrato sempre la stessa cosa: il potere non ha bisogno di abolire leggi per dominare; gli basta trasformarle in scenografia.
Erika Colistra





















