Quando The Group uscì negli Stati Uniti nel 1963, Mary McCarthy aveva cinquantun anni ed era già quanto di più lontano si potesse immaginare dalla figura rassicurante della romanziera di successo. Era stata critica teatrale, collaboratrice della Partisan Review, polemista formidabile, ex trotskista, moglie per alcuni anni di Edmund Wilson, amica intima di Hannah Arendt e frequentatrice di quella costellazione di intellettuali newyorkesi che aveva fatto della discussione un’attività quasi agonistica. Era intelligente, colta, sarcastica e aveva soprattutto una qualità poco conciliabile con il conformismo: una scarsissima disposizione a considerare certe cose indicibili soltanto perché la società aveva stabilito che non si dovessero dire.
The Group fu il suo maggiore successo commerciale e, per certi versi, il libro che finì per imprigionarla nella propria fama. Il romanzo segue otto giovani donne dell’alta borghesia americana, compagne al Vassar College e laureate nel 1933, accompagnandole attraverso gli anni del New Deal fino alla vigilia della Seconda guerra mondiale. McCarthy conosceva molto bene quel mondo: si era laureata proprio al Vassar nel 1933, e l’immediata caccia ai modelli reali dei personaggi contribuì allo scandalo. Alcune ex compagne si riconobbero o credettero di riconoscersi nelle protagoniste e l’accusarono di aver utilizzato episodi delle loro vite private. La documentazione conservata negli archivi del Vassar testimonia quanto a lungo The Group rimase legato, anche biograficamente, all’esperienza dell’autrice.
Ma sarebbe riduttivo pensare che lo scandalo derivasse dal carattere più o meno autobiografico del libro. Il problema era ciò che quelle donne facevano, pensavano e, soprattutto, dicevano. La McCarthy parlava con una precisione quasi documentaria di contraccezione, rapporti sessuali, adulterio, maternità, allattamento, aborto, lesbismo, malattia mentale, psicoterapia: argomenti che oggi difficilmente sembrerebbero sufficienti a mandare un editore davanti a un giudice diventavano esplosivi quando venivano sottratti al linguaggio dell’allusione. Particolarmente celebre divenne la sequenza dedicata al diaframma contraccettivo: non perché McCarthy la trattasse pornograficamente, ma proprio perché ne parlava come una cosa concreta, un oggetto che una donna poteva scegliere di usare per separare la sessualità dalla procreazione.
Era questa concretezza a risultare perturbante. Il sesso poteva essere tollerato assai meglio come peccato, tentazione o metafora che come esperienza sulla quale una donna esercitasse conoscenza e controllo.
Il successo americano fu enorme: The Group entrò nella lista dei bestseller del New York Times e vi rimase per un periodo eccezionalmente lungo; nel 1966 Sidney Lumet ne avrebbe addirittura tratto un film. Ma successo e scandalo procedettero insieme. Il libro fu vietato o colpito da provvedimenti censori in diversi Paesi, fra cui Australia e Irlanda, mentre la sua ricezione critica americana fu segnata anche da una singolare aggressività. Norman Mailer gli dedicò sulla New York Review of Books un attacco rimasto famoso, The Case Against McCarthy, nel quale la stroncatura letteraria sconfinava apertamente nel giudizio sulla donna che aveva scritto il romanzo.
In questo senso Il gruppo ebbe una sorte rivelatrice: un libro sulle difficoltà incontrate da donne istruite che cercavano di governare autonomamente la propria esistenza veniva giudicato in un ambiente culturale ancora largamente maschile, anche sulla base di ciò che una donna avrebbe dovuto o non avrebbe dovuto raccontare.
Poi il romanzo arrivò in Italia. Mondadori lo pubblicò nel 1964 nella collana “Nuovi scrittori stranieri”, nella traduzione di Magda de Cristofaro. La pubblicazione, però, portò Mondadori in un procedimento giudiziario per oscenità. Non si trattava di un incidente isolato: nell’Italia del dopoguerra la censura libraria non era affatto un residuo folkloristico del fascismo, e sequestri e procedimenti per pubblicazioni considerate oscene accompagnarono per decenni la storia editoriale della nostra Repubblica. La materia è stata ricostruita, fra gli altri, da Antonio Armano nel volume Maledizioni. Processi, sequestri e censure a scrittori e editori in Italia dal dopoguerra a oggi, anzi domani, dedicato proprio alla sorprendente frequenza con cui magistratura ed editoria entrarono in collisione su questi temi.
In quegli stessi mesi Fernanda Pivano stava lavorando alla pubblicazione italiana di Allen Ginsberg: Mondadori avrebbe pubblicato nel 1965 Jukebox all’idrogeno, ma l’operazione si rivelò tormentata. Andrea Romanzi, ricostruendo la vicenda attraverso la corrispondenza conservata negli archivi della Fondazione Mondadori e in altri fondi, ha mostrato che alla fine del 1964 l’editore sottopose il testo di Ginsberg a controlli preventivi e pareri esterni, preoccupato delle possibili conseguenze penali.
E qui Il gruppo ricompare. In una lettera inviata a Ginsberg nel novembre 1964, la Pivano spiegava infatti che le preoccupazioni censorie della Mondadori erano aggravate dal procedimento che la casa editrice stava affrontando proprio per aver pubblicato il romanzo di Mary McCarthy. La ricerca di Romanzi stabilisce esplicitamente il collegamento fra le due vicende: il caso giudiziario de Il gruppo contribuì alla prudenza con cui l’editore affrontò il libro di Ginsberg. È un dettaglio importante, perché permette di osservare la censura nel momento in cui smette di essere semplicemente il sequestro di un libro e diventa qualcosa di più efficace: autocensura. Un editore processato per un romanzo impara che il libro successivo potrebbe costargli un’altra denuncia. Il censore, a quel punto, non deve nemmeno entrare in casa editrice: vi è già entrato sotto forma di rischio. Un redattore incomincia a chiedersi se quella parola sia indispensabile, un direttore editoriale consulta un avvocato, una traduzione viene sottoposta a lettori esterni, una pagina diventa improvvisamente un possibile reperto processuale. Il confine del dicibile viene spostato prima ancora che intervenga un magistrato. La vicenda McCarthy-Ginsberg dimostra precisamente questo effetto a catena.
Il gruppo non rimase confinato alla propria causa giudiziaria: contribuì a modificare il comportamento dell’editore nei confronti di un’opera successiva e completamente diversa. È la dimostrazione concreta di quanto sia fuorviante misurare la censura contando soltanto i libri effettivamente sequestrati. Perché l’Italia nella quale usciva Il gruppo era ancora un paese nel quale la libertà sancita dalla Costituzione conviveva con una legislazione, una cultura giuridica e soprattutto una concezione del “buon costume” profondamente paternalistiche. La contraddizione sarebbe esplosa più volte durante gli anni Sessanta. Nel 1966, per esempio, gli studenti del liceo Parini, responsabili dell’inchiesta della Zanzara sulla sessualità giovanile, finirono sotto processo. Furono assolti, ma il fatto stesso che un’inchiesta studentesca sulle esperienze e sulle opinioni sessuali delle ragazze potesse diventare materia penale dice molto sull’Italia nella quale pochi anni prima era comparso il romanzo della McCarthy.
Ma non c’è affatto da sorridere sulla pruderie dei nostri nonni: sarebbe una maniera troppo comoda di considerare la censura, quasi fosse una bizzarria di epoche arretrate che il progresso avrebbe naturalmente cancellato.
Quella censura produsse conseguenze culturali: abituò generazioni di italiani all’idea che esistessero questioni sulle quali un’autorità pubblica avesse titolo per decidere che cosa un adulto potesse leggere, vedere o ascoltare; trasformò il “buon costume”, concetto inevitabilmente mobile e dipendente dai rapporti di forza di una società, in uno strumento attraverso il quale la morale dominante poteva presentarsi come morale universale; e, soprattutto, esercitò una pressione particolare sulla rappresentazione della sessualità femminile, perché ciò che nel Gruppo risultava così destabilizzante non era semplicemente la presenza del sesso, ma la presenza di donne che ne parlavano, lo analizzavano, ne subivano le conseguenze ma tentavano anche di governarlo.
Mary McCarthy aveva compiuto un’operazione assai più radicale di quanto suggerisse la superficie mondana del romanzo: aveva preso otto ragazze educate per appartenere alla classe dirigente americana e aveva verificato che cosa accadesse loro una volta uscite dall’università. Avevano studiato, conoscevano Freud e Marx, parlavano di politica, arte, economia, educazione; credevano che la modernità avrebbe modificato anche la loro vita. Poi incontravano il matrimonio, la maternità, il lavoro, gli uomini, il denaro, il sesso e le istituzioni. La distanza fra ciò che era stato loro promesso e ciò che era realmente concesso diventava la materia del romanzo.
Non stupisce che un simile libro abbia irritato contemporaneamente conservatori e parte dell’intellighenzia progressista. La McCarthy non offriva eroine edificanti e non costruiva un manifesto. Le sue protagoniste possono essere ingenue, snob, ridicole, crudeli, coraggiose, patetiche. L’autrice le osserva con la capacità quasi feroce di cogliere il punto nel quale le idee che professiamo entrano in collisione con il modo in cui viviamo.
È anche per questo che la vicenda italiana del romanzo merita di essere ricordata più del semplice scandalo erotico. Il potere censorio si sbagliava persino nell’individuare l’oggetto dello scandalo. Pensava di avere davanti un problema di oscenità, invece aveva davanti un problema di conoscenza. Il romanzo metteva a disposizione dei lettori parole, esperienze e informazioni che una certa organizzazione sociale preferiva mantenere nella sfera del non detto. La contraccezione era particolarmente significativa proprio per questo: conoscere significa poter scegliere, e poter scegliere significa sottrarre una parte dell’esistenza all’autorità della famiglia, della tradizione, della religione e dello Stato.
La censura dei costumi non protegge quasi mai soltanto i costumi. Protegge i rapporti di potere che quei costumi tengono in piedi. La storia del Gruppo lo mostra con una chiarezza quasi didattica: un romanzo pubblicato a New York nel 1963 racconta otto donne degli anni Trenta; arriva in Italia nel 1964; la magistratura ritiene che il suo contenuto possa interessare il diritto penale; e Mondadori si trova coinvolta in un procedimento per oscenità. Nello stesso periodo deve pubblicare Ginsberg e, avendo imparato quanto possa costare giudiziariamente una pagina, incomincia a cautelarsi. Fernanda Pivano deve discutere, mediare, difendere i testi.
La censura ha già ottenuto un risultato prima ancora di vincere o perdere un processo: ha insegnato all’editore ad avere paura. È questo, più del destino giudiziario del singolo libro, il danno più profondo lasciato da quella stagione. Perché una società nella quale scrittori, traduttori ed editori devono domandarsi preventivamente se un giudice considererà moralmente ammissibile ciò che stanno per pubblicare possiede formalmente una letteratura libera, ma le ha già messo accanto una guardia arcigna. E c’è chi, oggi, vorrebbe tornare a quella situazione.
Mary McCarthy, probabilmente, avrebbe trovato la situazione perfettamente degna della propria ironia. Aveva scritto un romanzo sulle contraddizioni di una generazione di donne convinte di vivere all’inizio del mondo moderno. In Italia quel mondo moderno arrivò abbastanza presto da poter comprare Il gruppo in libreria, ma abbastanza tardi da poter trascinare in tribunale chi glielo aveva messo sullo scaffale.





















