Scrittori: il genio in proprio

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C’è una figura nuova, o forse antichissima con mezzi tecnici più moderni, che attraversa l’Italia letteraria con la sicumera di chi non è mai stato disturbato da un dubbio: l’autore autopubblicato militante. Non quello che, per ragioni perfettamente rispettabili, decide di stampare da sé un libro destinato agli amici, a una comunità ristretta, agli appassionati di un argomento particolare; e neppure quello che, conoscendo pregi e limiti del sistema, sceglie consapevolmente una strada diversa. No, no, parlo dell’Autoeditore con la maiuscola, creatura assai più interessante, perché non si limita a pubblicarsi: ha elaborato una filosofia secondo la quale il fatto che nessun altro abbia voluto pubblicarlo costituisce la prova provata che nessun editore è abbastanza intelligente per capirlo.
È una posizione invidiabile: se un editore lo rifiuta, è l’editore a essere miope; se cento editori lo rifiutano, il sistema è corrotto; se nessuno legge il manoscritto, è ostracismo culturale; se qualcuno lo legge e lo trova brutto, è conformismo; se il pubblico non lo compra, manca la promozione; se invece vende ventisette copie, siamo davanti alla dimostrazione che il pubblico, finalmente liberato dai sacerdoti dell’editoria tradizionale, ha pronunciato il suo verdetto. Positivo, ovviamente. Il banco non perde mai.
La frase decisiva è infatti: «È il pubblico che giudica». È una di quelle massime democratiche che in Italia servono soprattutto a evitare il giudizio di qualcuno che sappia di che cosa sta parlando. Il pubblico giudica certamente, ma giudica ciò che gli arriva davanti; e se dovesse preliminarmente leggere tutto ciò che viene scritto per stabilire cosa meriti di essere letto, avrebbe bisogno di parecchie vite e di una pensione anticipata. Per questo sono nati editori, redattori, direttori di collana, agenti e critici: non perché posseggano per investitura divina il gusto assoluto, ma perché qualcuno deve pur compiere il lavoro ingrato chiamato “selezione”.
“Selezione”, però, è diventata una brutta parola; curiosamente, solo per chi non viene selezionato. Perché, naturalmente, gli editori sbagliano: hanno rifiutato capolavori e pubblicato porcherie, si sa. Peccato che continueranno a farlo finché l’editoria sarà esercitata da esseri umani anziché da divinità onniscienti. Ma l’argomento “esistono pessimi libri pubblicati dagli editori” per dimostrare l’inutilità dell’editore ha la stessa solidità di “esistono pessimi medici laureati” per dimostrare l’inutilità delle facoltà di medicina e la necessità di evitare medici di base e ospedali, iniziando ad autocurarsi.

Il filtro non garantisce il risultato: riduce il rumore. Ed è proprio il rumore che il self-publishing ha trasformato in modello industriale. Perché il miracolo tecnologico è autentico: oggi chiunque può pubblicare un libro. Il piccolo inconveniente, sfuggito agli entusiasti, è che proprio chiunque può pubblicare un libro.
Una volta il manoscritto nel cassetto possedeva almeno una virtù: restava nel cassetto. Oggi ha una copertina ottenuta con l’intelligenza artificiale, un’impaginazione che sembra sopravvissuta a un incidente ferroviario, una quarta di copertina raffazzonata nella quale, tra l’altro, l’autore si definisce “scrittore e pensatore indipendente” e si autoincensa, e naturalmente una pagina social dove spiega perché l’editoria italiana teme le voci libere. In genere l’editoria italiana ignora persino la sua esistenza, ma il narciso in questione preferisce atteggiarsi a perseguitato: dà maggiore dignità alla faccenda.

È proprio in questo modo che il dilettantismo si trasforma in boria. Non nell’autopubblicarsi, che è una scelta e come tale non costituisce né peccato né reato, ma nel pretendere che l’assenza di qualsiasi giudizio esterno sia addirittura una credenziale. L’editore sceglie un autore; l’auto-editore sceglie se stesso. La coincidenza fra selezionatore e selezionato produce, com’è comprensibile, percentuali di accettazione bulgare.
Ma guai a farglielo notare. Ti spiegherà che “ogni autore ha le sue particolarità” e che un editore potrebbe non comprenderle. Verissimo. Anche mia madre trovava molto belli i miei temi delle elementari, ma non ho mai pensato di accusare la maestra di non avere colto la mia voce autoriale. Esiste una possibilità che lo scrittore dilettante contemporaneo contempla con crescente difficoltà: che qualcuno abbia capito perfettamente quello che ha scritto e proprio per questo abbia deciso di non pubblicarlo.
Poi arriva l’argomento principe: «Voglio essere giudicato per ciò che faccio, non per come lo faccio». Splendido. È grosso modo ciò che potrebbe dire un cuoco che rifiutasse cucine, brigate, controlli sanitari e ristoranti, pretendendo però la stella Michelin perché, in fondo, bisogna giudicare il risotto. Certo che bisogna giudicare il risotto; ma se il cuoco è anche proprietario del locale, ispettore, critico gastronomico e unico membro della giuria, converrà almeno concedere al cliente il diritto a qualche cautela.

In una recente discussione, un difensore dell’autoeditoria mi ha spiegato proprio ciò che ho analizzato finora: che esistono ottimi autopubblicati, che è il pubblico a giudicare, che gli editori spesso non capiscono le peculiarità degli autori e che la selezione è una “brutta parola”. Non proclamava nulla: a suo dire difendeva ciò che faceva. È la distinzione sottile di chi, dopo aver tenuto un comizio su se stesso, precisa di non essere candidato..
Quando gli ho fatto osservare la boria insita nel suo ragionamento, mi ha dato dello scribacchino, dell’arrogante e del supponente. Subito dopo ha precisato: «Non ho parlato di te né del tuo lavoro».
Qui la polemica letteraria cede il passo alla filologia d’emergenza. Perché “scribacchino” non riguarderebbe il mio lavoro, ma una valutazione delle mie attività di giardinaggio, mentre “arrogante” e “supponente” devono essere, nell’uso contemporaneo, qualifiche catastali. È un piccolo episodio, ma possiede una perfezione esemplare: un autoproclamato autore che rivendica il diritto dello scrittore a sottrarsi ai filtri dimostra, nell’arco di pochi minuti, di non essere neppure in grado di rileggere con profitto tre righe scritte da lui stesso pochi secondi prima. Non saprei immaginare una campagna pubblicitaria migliore per l’editing.

In Italia quella del generale senza esercito è una figura assai più comune di quella del soldato; oggi abbiamo aggiunto lo scrittore senza lettori, che però dispone del vantaggio di potersi stampare i galloni da solo. Riconosco in questo una delle nostre più solide vocazioni nazionali: non desideriamo tanto riuscire, quanto ottenere l’abolizione dei criteri che potrebbero valutare la nostra riuscita.
Il problema del self-publishing italiano non è dunque che non possa produrre buoni libri: può farlo, e talvolta lo fa. È statistico, culturale e perfino psicologico: eliminando ogni barriera all’ingresso, il self-publishing ha riversato sul mercato una quantità sterminata di opere che un tempo non avrebbero superato la lettura di un amico sincero. E siccome gli amici sinceri sono diventati merce più rara degli editori coraggiosi, abbiamo romanzi di settecento pagine che avrebbero tratto grande beneficio da una frase pronunciata con onestà al momento giusto: «Guarda, secondo me non funziona».
Ma proprio quella frase è diventata intollerabile. Viviamo nell’epoca in cui tutti vogliono esprimersi e pochissimi ammettono che l’espressione possa essere mediocre. Scrivere non basta più: bisogna essere scrittori. Così non basta fotografare: bisogna essere fotografi. Né serve avere un’opinione: bisogna essere intellettuali. E se il mondo tarda a riconoscerlo, esistono piattaforme che, con pochi euro e nessuna domanda imbarazzante, provvedono almeno alla qualifica tipografica.

Lo ribadisco: non ho nulla contro chi si autopubblica; ma ho molto contro chi pretende che l’autopubblicazione gli conferisca automaticamente la dignità professionale che nessun professionista gli ha riconosciuto. La libertà di pubblicare è sacrosanta; il diritto di essere considerati scrittori di valore, invece, non esiste. Quel diritto conquistarselo, e per fortuna non c’è un pulsante “Pubblica” che possa farlo al posto nostro.
Di autori convinti che l’unico ostacolo fra loro e la letteratura sia l’ottusità altrui, del resto, chi lavora nell’editoria ne incontra a un soldo la dozzina. Si ritengono quasi sempre incompresi, innovativi, fuori dagli schemi e vittime dei pregiudizi. Mai li sfiora il sospetto di essere soltanto mediocri: curiosamente, fra tutte le ragioni possibili del loro mancato riconoscimento, è l’unica che la loro sterminata libertà intellettuale non arriva a contemplare. Ed è forse questo il vero lusso del self-publishing: non quello di pubblicarsi senza editore, ma quello di riuscire a vivere senza quel seccatore che, dopo aver letto il manoscritto, potrebbe avere l’impudenza di dire di no.

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Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha insegnato presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse altre scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. Ha collaborato con il notiziario “InPrimis” con la rubrica “Pagine in un minuto” e con il blog della scrittrice Barbara Garlaschelli “Sdiario”. Ha pubblicato il romanzo “I predestinati” (Prospero, 2019) e ha curato le antologie di racconti “Oltre il confine. Storie di migrazione” (Prospero, 2019), “Anch'io. Storie di donne al limite” (Prospero, 2021), “Ci sedemmo dalla parte del torto” (con Viviana E. Gabrini, Prospero, 2022), “Niente per cui uccidere” (con Viviana E. Gabrini, Calibano, 2024) e “Trasformazioni. Storie dal pianeta che cambia” (con Giovanni Peli, Calibano, 2025) e "Niente da salvare" (con Fiorenzo Dioni, Calibano, 2026). Svariati suoi racconti sono presenti in antologie, riviste e nel web.

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