Rafael Barrett – Debiti

0
197

Mi trovo nell’urgenza di parlare di me stesso. Considerato in sé, il mio caso non interesserà nessuno, ma l’uomo è un animale che generalizza. Forse il lettore trarrà, dall’esempio individuale, conseguenze generali. Così fece Isaac Newton, a quanto si racconta: vedendo cadere una mela, si chiese perché non cadesse anche la luna. La stessa logica che fondò la gravitazione universale oggi la minaccia. La ragione, pallida ombra della vita, crea e distrugge a turno. Ecco ciò che ora sottopongo alla vostra ragione.
Devo un vestito al sarto, e non posso pagarlo. Il mio mestiere di fabbricante di idee non mi permette, per il momento, di pagarlo. Il sarto si dispera e sembra accusarmi di vaghi misfatti.
Ho fatto il mio esame di coscienza e mi sono trovato innocente. Sono giunto alla conclusione che il mio dovere è quello di non pagare. Mi sono convinto che solo per indolenza e per una sorta di distrazione abitudinaria ho continuato a seguire la pessima consuetudine di pagare i conti. Se lavoro onestamente in una società dove c’è chi sbadiglia immerso in un lusso grossolano, com’è possibile che non mi si garantiscano almeno un riparo dalle intemperie e un’alimentazione decente? Non sono io che devo: sono quello a cui si deve. Non ho motivo di pagare il mercato, né il padrone di casa, né il sarto.
Lui fa vestiti, io faccio articoli. Io gli offro cordialmente i miei articoli. Perché lui non dovrebbe offrirmi cordialmente i suoi vestiti? È naturale che sfruttiamo fraternamente le nostre capacità: lui veste il mio corpo, io vesto la sua intelligenza. Se il meccanismo economico della nostra civiltà mi costringe a camminare nudo per strada, non è colpa mia, ma della civiltà falsa in cui viviamo.
Dio mi scampi dal credere che scrivere sia più meritorio che tagliare stoffa. Ma mi scampi anche dal credere il contrario, e dall’accettare come equo che il mio sarto faccia fortuna con le forbici mentre io a stento ho di che mangiare. Vorrei che la nostra dignità rappresentativa fosse identica. Se mi si concede di non pagare le mie modeste e poche vesti, non ho alcuna difficoltà ad accettare che non mi si paghino i miei articoli né i miei futuri libri, che sono molti e belli. Così eviterei di toccare il denaro, ripugnante come un rospo.
Il denaro scomparirà. Tutto ciò che è brutto e assurdo scompare, prima o poi. Ammirevoli sono la divisione del lavoro e la perfezione sociale dei formicai e degli alveari. Eppure né le formiche né le api conoscono il denaro. Il denaro pretende di ridurre a cifre la nostra attitudine spirituale. Pretende di introdurre l’aritmetica dove non c’è nulla di aritmetico. La moneta è un fantasma malvagio che ci dà l’illusione di misurare l’egoismo e di imprigionare l’umanità. E i fantasmi, anche quando sembrano più potenti degli dèi stessi, sono destinati a dissolversi al soffio freddo e puro del mattino. Ci sveglieremo, e ci vergogneremo dei nostri incubi.
Stabilendo che non devo pagare il sarto, mi porto avanti rispetto al mio tempo e anticipo, anche solo in parte, un mondo migliore – migliore persino per i sarti. Non pagando, io, che non possiedo nulla e produco sempre, realizzo una bella finzione. Le cose avvengono esattamente come se il sarto mi regalasse ciò che copre la mia carne peccatrice. So bene che non è così, che lui rimpiange di avermi fatto credito, ma questo è un fenomeno interiore. Esteriormente, in pratica, mi ha amato, poiché mi ha soccorso in maniera gratuita. Sul piano dei fatti, non pagare significa istituire sulla terra il sublime regime del dono. “Praticate”, diceva Pascal agli atei; “la fede verrà”. Fate la comunione ogni settimana e finirete per convincervi che la consacrazione è un mistero autentico. Lavorate e non pagate mai, dico io. A forza di esercitare la carità controvoglia, finiremo col provarla per davvero.


Traduzione di Esteban Lorusso

SHARE
Articolo precedenteLaura Dave – L’ultima cosa che mi ha detto
Articolo successivoAnton Čechov – Zio Vania
Rafael Barrett (1876–1910) fu uno scrittore, giornalista e pensatore anarchico, nato in Spagna ma divenuto una delle voci più incandescenti del Paraguay. Visse come una cometa febbrile: duelli, esilii, polemiche, malattia. Arrivato in Sud America quasi per caso, si immerse nella realtà brutale dei lavoratori, dei campesinos, degli esclusi, trasformando l’indignazione in prosa. Nei suoi testi – reportage, saggi, racconti brevi – Barrett scrive come chi non può permettersi consolazioni. Denuncia lo sfruttamento, la violenza dello Stato, l’ipocrisia del progresso con uno stile nervoso, lirico e tagliente. È un anarchismo morale prima che ideologico, fatto di compassione feroce e di un rifiuto radicale dell’ingiustizia. Malato di tubercolosi, morì giovane in Francia, lontano dal Paraguay che aveva eletto a patria spirituale. Eppure lì restò: coscienza scomoda e luminosa, autore “minore” solo per chi confonde la letteratura con il successo. In realtà Barrett scriveva come chi sa che il tempo è poco – e che ogni frase deve bruciare.

Lascia un commento

Scrivi un commento
Per favore inserisci qui il tuo nome

inserisci CAPTCHA *