Laura Dave – L’ultima cosa che mi ha detto

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L’ultima cosa che mi ha detto è uno di quei romanzi che ti agganciano subito. Parte con il piede giusto: una donna riceve un biglietto scarno dal marito scomparso nel nulla: “Proteggila”. La persona da proteggere è Bailey, la figliastra con cui il rapporto è tutto tranne che semplice. C’è il mistero, c’è l’indagine privata, c’è l’America da cartolina dai retroscena inquietanti, ci sono i segreti familiari. Insomma, sulla carta sembrerebbe il perfetto page-turner da ombrellone, con quel mix accattivante di thriller e dinamiche familiari che strizzano l’occhio a un pubblico vasto.
Il problema? Laura Dave costruisce una vicenda solida solo fino a un certo punto, poi ci casca dentro da sola. La tensione, pur ben orchestrata nella prima metà, sfuma progressivamente in un’atmosfera da family drama zuccheroso, e la verosimiglianza viene sacrificata sull’altare del lieto fine a tutti i costi. Si intravede la mano furbetta dell’autrice, quella che sa come dosare cliffhanger e mezze verità per tenere il lettore incollato, ma non abbastanza cinica o spregiudicata per portare fino in fondo le conseguenze di certe scelte narrative. E così, quando si arriva al finale, tutto si aggiusta in modo quasi stucchevole: i cattivi si ammorbidiscono, i pericoli si dissolvono come neve al sole, e la realtà, che dovrebbe mordere, viene accuratamente limata per non dare troppo fastidio, assumendo quella tinta fasulla che uccide sia il piacere della lettura che la credibilità.
Un romanzo furbo? Sì. Ma non abbastanza.

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